venerdì 24 giugno 2011

Un distretto industriale siderurgico di nicchia e globalizzato

Un distretto industriale siderurgico di nicchia e globalizzato
di Giovanni Carlini

Ebbene si! Come italiani siamo riusciti a lanciare un distretto industriale globalizzato (il primo nel suo genere al mondo) partendo dal settore siderurgico e meccanico.
Alleluia! Dopo l’innovazione di processo alla Arvedi, di qualche mese fa, ecco oggi conclamarsi una novità nel campo dell’integrazione sinergia tra imprese.
Mi è stato il concesso il privilegio e l’onore di poter celebrare questo evento, narrandolo a tutta la comunità siderurgica nazionale. Veniamo al dunque.
9 imprese, piccole o medie, operanti nei servizi di deformazione dell’acciaio e distribuite per la maggior parte in Italia (cinque) ma anche negli USA, Francia, Germania e Svezia, costituiscono il Calvi Network steel profiles. Ogni realtà produttiva mantiene la sua più completa autonomia, pur contribuendo sinergicamente con le altre. Al Network Calvi piace considerarsi l’unico gruppo al mondo avente per core business la realizzazione di profili speciali in acciaio.
Al concetto distretto (gruppo coeso di piccole imprese in sinergia su un asse produttivo, sfruttando una concentrazione geografica) la Calvi ha infatti risposto con la parola “network”, svecchiando la terminologia e adattandola al momento storico (un’era globalizzata).
Passiamo ora alla parte tecnica. Il “core business” è in mercati di nicchia, soddisfacendo i fabbisogni dei clienti mediante tecnologie tradizionali (Laminazione, Estrusione e Trafilatura) applicate in maniera “innovativa” ed utilizzando know-how sofisticati che rappresentano il vero patrimonio di singole imprese dotate di un ampio retaggio storico. In pratica il concetto è semplice. In un mercato globale ad alta-altissima competitività sui costi e prezzi, le PMI siderurgiche tendono a scomparire, inghiottite dagli assetti sinergici dei grandi gruppi, i quali spesso non sono in grado di curare la nicchia (per ora). Al fine di garantire un futuro anche al piccolo e tecnologicamente motivato, la risposta è stata quella di creare un network (distretto globalizzato) dove il gruppo Calvi opera sul mercato acquisendo lavoro da gestire insieme.
Sul piano dei numeri il Network Calvi nel 2009 ha ottenuto ricavi per 200mila euro che sono diventati 233mila quest’anno conquistando un incremento del 17% contro il calo fisiologico subito del 50% se i raffronti fossero fatti sul 2008. Nel 2011 si pensa a una crescita del 12% confermando quanto quest’anno sia ritenuto se non difficile, sicuramente problematico.
Qui però si pare una parentesi.
Qualcosa è cambiato. Seppur il 2010 si è concluso meno peggio, rispetto a come ci si poteva aspettare, non solo il 2011 ma l’intero quadriennio fino al 2015, è destinato a restare “turbolento”.
Le motivazioni che mantengono problematico questo secondo decennio del nuovo secolo, non si limitano solo alla “crisi finanziaria ed economica” in atto dall’estate 2008.
In realtà è cambiato il modo stesso di fare affari, di produrre, di chiedere le merci e d’interfacciarsi sul mercato. Si può dire, con poche parole, che è stato avviato un cambio generazionale nel gusto delle persone per il consumo di beni e servizi.
Il difficile non è capire questi concetti, ma stabilire le nuove regole. Ecco il punto. Nessuno ha in mano, in questo momento, “la formula” per capire cosa dire, fare e produrre per restare sul mercato con un tornaconto, tale d’assicurare una crescita nel tempo. Intanto 30 aziende al giorno chiudono in Italia. Nel 2010 i fallimenti sono cresciuti, rispetto al 2009, del 23% raggiungendo le 8.000 dismissioni nel solo periodo gennaio-settembre.
Perché si fallisce? Leggendo i dati del Cerved (informazioni professionali per le imprese) emerge che chiudono l’attività soprattutto imprese del settore industriale. Infatti l’incidenza dei fallimenti sul comparto (definito Ir, “insolvency ratio”) ha toccato quota 31,7 (calcolato su 10mila imprese) che non ha alcun confronto con gli altri settori produttivi attestati su un indice di 13,9.
Nella ricerca delle soluzioni spunta il Network Calvi, capace nella sua semplicità, d’offrire una risposta che, a giudicare dai numeri, sta in piedi.

Chi sono i clienti del Network Calvi? Non esistendo un catalogo dei prodotti ma soluzioni da studiare e adottare di volta in volta, in realtà più che clienti in senso classico, si determina spesso di una forma di partenariato: chi si rivolge a questa realtà è ad esempio, un costruttore di turbine che richiede un profilo speciale trafilato in barre per realizzare a sua volta una paletta statorica, sostituendo cioè fasi di lavorazioni di macchina utensile con un servizio di deformazione mediante trafilatura di profili speciali con beneficio diretto in termini di contenimento costi, riduzione dei lotti, del work in progress e degli stock.
Forse andrebbe chiarito più a fondo come interagisce la Direzione con le singole realtà operative sparse tra l’Europa, l’Italia e gli Stati Uniti. Anche qui c’è la novità. Il “capo” non c’è. Più che un vertice gerarchico nella struttura decisionale, è in servizio un coordinamento strategico autorevolmente in grado di dialogare con tutti, spingendo questa nuova realtà in un mondo tutto da scoprire e perseguendo regole originali. Se volessimo chiederci dov’è il segreto di questa esperienza lo si troverebbe semplicemente qui: l’know how nel Network Calvi è manageriale.

Tremonti a Milano in Bocconi ci da dei punti di vista

Tremonti a Milano in Bocconi ci da dei punti di vista
di Giovanni Carlini

Sentire il ministro Tremonti parlare dal vivo e leggere il suo pensiero riportato dalla stampa, cambia tutto. Non so se il problema sia semplicemente riconducibile a un modo di far giornalismo che non essendo specialistico, sintetizza male il pensiero che dovrebbe riportare, di fatto il problema c’è. Non abbiamo, ad esempio, giornalisti medici che ci commentano correttamente notizie sulla pandemia, come sono rarissimi gli economisti che scrivono sui giornali. Questo è un problema.

A Milano in Bocconi, lunedì 7 settembre c’è stata la possibilità d’ascoltare, per un paio d’ore, tra i più importanti personaggi della cultura economica nazionale. Per il governo il ministro Tremonti, l’opposizione rappresentata dall’On. Letta e la cultura accademica si è incarnata nel Presidente dell’Università, il prof. Monti e nel suo Rettore, prof. Tabellini.
L’occasione, intitolata LEZIONI DALLA CRISI francamente mette già a disagio chi la crisi la studia ogni giorno, in quanto essendo in pieno sviluppo, ci si chiede: siamo già arrivati a pontificare delle lezioni, quando ancora non sappiamo risolverla? Gli interventi da parte degli studiosi, che si sono sviluppati per tutta l’estate sul Sole 24Ore, ora raccolti in un libro, obiettivamente sono dei ragionamenti, senza andare oltre nella pianificazione di una gestione della crisi, quindi tradurre dei pensieri in lezioni, appare una netta forzatura. Non solo, ma assistere ogni giorno a chi afferma che la crisi sia superata, rispetto a chi lo nega, è veramente stancante.
Per cercare di fare chiarezza è stato opportuno andare a sentire direttamente la fonte, il che si è rivelato un bene.
Nel discorso di benvenuto il prof. Monti ha subito “messo le mani avanti”, chiarendo quanto l’Università non sa e vuole prendere parte nella discussione se la crisi sia finita, superata o in buon punto. L’Ateneo vuole restare terreno di analisi, lasciando le previsioni ai politici e agli economisti. Il Rettore, prof. Tabellini si è voluto portate più avanti, indicando quali cause della crisi in pieno sviluppo 4 fattori:
- assenza di reale regolamentazione finanziaria nazionale e internazionale e comunque troppo protesa al singolo rischio, senza guardare a quello più generale definito sistemico;
- assenza di regolamentazione delle società finanziarie;
- una politica monetaria troppo attenta alla stabilità dei prezzi, incurante del rischio sistemico;
- eccessi di debiti finanziari nazionali, pagati con altri debiti ad alto rendimento di interessi.
Interviene il Ministro Tremonti spiegando:
a) cosa non è successo
b) cosa è successo
c) cosa succederà
Sulla domanda se la crisi sia alle spalle oppure no, il Ministro ha risposto spiegando quanto non è accaduto, ma si è rischiato. A ottobre stava per esserci la rottura del sistema; questo è un dato di fatto che è stato evitato. Che poi la crisi non riservi altri brutti colpi, nessuno può ancora dirlo, ma sicuramente quello che ad oggi, pare il peggiore di tutti, ovvero la chiusura dei mercati, grazie a una pronta sinergia collaborazione, è superato.
Passando a quello che è accaduto, Tremonti spiega che la crisi deriva direttamente non tanto dal concetto di globalizzazione, ma dalla sua applicazione, che ha comportato il trasferimento all’estero di attività produttive e industriali nello spazio di qualche anno. E’ la velocità di accadimento che ha scardinato l’economia mondiale. Infine cosa accadrà: a differenza della Grande Crisi dove si fece uso della spesa pubblica per rilanciare l’economia, oggi si trasformano in pubblici i debiti privati. Giusto o sbagliato che sia, si è passati, in area OCSE, da un intervento finanziario pubblico di 1,5 trilioni di dollari impiegati in 10 anni a 5 trilioni negli ultimi mesi, per tappare rischi di collasso. Questa procedura porta lo Stato a un rinnovato ruolo in economia.
Passando a spiegare cosa vede nello specifico in Italia, il Ministro osserva 2 Italie non rappresentate dai numeri della statistica. Tremonti dice: i numeri li abbiamo, ma quando scaviamo dentro al dato non troviamo la realtà. La questione meridionale è il vero problema del Paese che va risolta con il federalismo, in quanto gli “interventi a pioggia” non hanno sortito l’effetto.
Il Ministro conclude con il proposito di riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, chiedendo direttamente aiuto all’apposizione per contrarre i tempi di approvazione.
Finalmente sentire dalla viva voce del Ministro il suo pensiero, sgombra dai dubbi di eccessivo e superficiale ottimismo, che gli è stato attribuito e restituisce alla comunità degli imprenditori ed economisti del Paese, una corretta analisi della grave situazione da cui se ne esce solo con rigore e passione quotidiano.

Una generazione al 50%

Una generazione al 50%
di Giovanni Carlini

Osserviamo quanto accaduto nella crisi dei subprime. Tutto ha funzionato (e anche bene) finchè il mercato immobiliare cresceva di valore. Come la tendenza si è invertita il modello finanziario utilizzato, anche se particolarmente sofisticato, ha fallito e tutto è miseramente crollato. In questo caso si sta parlando del periodo 2001-2008.
Spostiamo la visuale su un altro fenomeno: la globalizzazione. Per mascherare un mero fenomeno di speculazione imprenditoriale (delocalizzare la produzione per lucrare sulla differenza tra costi della mano d’opera e quindi re-importare nel paese occidentale i beni e manufatti prodotti in quei paesi in via di sviluppo: Cina, Brasile, India etc..) lo si è voluto trasformare in evento culturale e d’aiuto a popolazioni povere nel mondo. Questa mistificazione “inventata” solo per coprire una semplice speculazione che ha comunque arricchito molte persone (troppe) ha funzionato solo a metà. L’errore di fondo, che non hanno saputo prevedere nei tardi anni Novanta gli imprenditori statunitensi in primis quindi quelli europei, è che l’intero impianto si sarebbe fermato appena la disoccupazione in Occidente sarebbe giunta alla soglia del 10% Poco male dicono molti speculatori perché comunque “hanno fatto i soldi” però i cocci del sistema adesso sono di tutti. Anche in questo caso la globalizzazione ha fallito, perché non ha saputo prevedere e gestire “l’inversione del mercato” ovvero che, attraverso la disoccupazione, avrebbe stroncato la capacità di spesa di quei consumatori per cui i beni vengono prodotti a costi più bassi.
In questo caso si sta parlando del periodo 1997-2010.
Cosa hanno in comune questi 2 aspetti? L’incompletezza. Sono stati entrambi pensati a metà dei loro effetti senza progettare alcuna reazione quando il ciclo sarebbe cambiato. In conclusione valgono il 50%.
L’altro giorno noto nel traffico cittadino una motoretta che tagliando la strada a una Golf prosegue per la sua via. Il guidatore della Golf “offeso” da questo comportamento si lancia in un audace slalom, alquanto spericolato per cercare di raggiungere il motociclo e “fargliela pagare”, senza però riuscirci. Anche in questo caso l’autista ha dato ascolto solo alla rabbia e al “disonore” d’aver forzatamente lasciato la precedenza a chi non ne aveva diritto, ma non ha minimamente riflettuto sul rischio d’incidente che avrebbe causato ad altre auto o al conduttore della moto se l’avesse finalmente centrato o fermato, per “dargli una lezione”. In questo caso stiamo parlando di stamattina e come al solito la prospettiva si ferma sempre al solito 50% del problema: la rabbia dimenticandosi di gestire le conseguenze. Andrebbe ricordato a questo soggetto quanto l’ira sia la metastasi della mente, ma forse non capirebbe.
Gli esempi possono proseguire e toccare mille altri aspetti che ognuno di noi conosce perfettamente. La domanda di base che ci si pone però è se anche 50 anni fa, come 60 per non andare troppo indietro nel tempo, si viveva come oggi in Italia. Indagando potrebbe essere che la “rabbia & superficialità” di oggi ci sia stata anche allora (non credo) ma i termini andrebbero tradotti più in ignoranza che conflittualità. La gente prima litigava di meno, oggi non fa altro che abbaiarsi l’uno sull’altro. La superficialità e incompletezza di visuali (appunto saper considerare solo il 50% delle opzioni) e il nervosismo-ira-conflittualità che ne deriva, solo apparentemente sembrano aspetti diversi, in realtà rappresentano due facce della stessa moneta. Chi si adira ha sempre una visuale incompleta, altrimenti reagirebbe meglio.
Queste considerazioni tipicamente sociologiche, trasferite nella vita quotidiana aziendale, sollevano almeno due tipi di considerazioni:
- quanto costa in tempo perso e quantità di cose fatte in meno, l’organizzazione nevrotica;
- quanto costa in perdita di fatturato il considerare i diversi aspetti di un problema al 50% (vedi le 200 imprese che nel milanese rischiano la chiusura per fallimento per aver sottoscritto superficialmente, con le loro banche, dei contratti di tutela dalle oscillazione dei cambi che oggi, con lettere di malleva si sono rivelati capestro)


Conclusione

Nella fascia d’età tra i 30 e i 50 scarsi, principalmente in Occidente, oggi c’è una generazione che lavora, dirige, soffre e lotta quotidianamente agendo in un panorama decisionale, culturale ed emozionale pari al 50% rispetto alle generazioni più mature. Questo vuol dire essere impreparati. In un mondo di questo tipo avanza sicuramente chi ha maggiore capacità d’analisi e sintesi (tipicamente le donne) ma arretrano inesorabilmente coloro che non hanno più l’umiltà di riprendere a studiare per allargare la mente e imparare a capire di più.
Per riempire questo gap serve studiare: quanti libri all’anno leggono i nostri imprenditori? Quante ore di formazione sostengono? Quante idee producono? Sicuramente c’è da considerare un particolare: come ha fatto un mondo così superfiale a subire la “grande crisi” solo nell’estate 2008? Buon lavoro.