domenica 10 ottobre 2010
La sintesi sul viaggio americano 2010
La sintesi sul viaggio americano
di Giovanni Carlini
Molti mi chiedono mezzo email, delle anticipazioni sugli USA in merito alle imminenti elezioni del 4 novembre. A questo punto è meglio scrivere un breve articolo di sintesi, elencando i diversi passaggi a beneficio di tutti.
- L’attuale Presidente è stato una moda non un movimento politico o un personaggio di rottura con il passato. Ne consegue che come tutte le mode è finito. Non basta avere la pelle di colore per avere un ruolo e statura in grado di dirigere l’America e quindi l’Occidente. Servono idee, concetti, punti di vista e opinioni. Di tutto ciò il Presidente pro-tempore ne è sprovvisto. Sicuramente ha più carisma l’ex Capo di Stato maggiore Colin Powel, ugualmente di colore, ma dotato di attitudine al Comando. La similitudine tra il Gen Powel e l’attuale inquilino della Casa Bianca serve anche per chiarire che il razzismo non centra nulla in questa analisi.
- Il Sen McCain aveva un programma. Forse discutibile, ma certamente si è presentato agli Americani con delle idee. Il suo concorrente era e ne è ancora privo. Né la riforma sanitaria (modello italiano importato negli Stati Uniti) si può considerare una passo in avanti, quindi la confusione tra sacralità di Ground Zero e la moschea in costruzione che offende il senso comune di tutto l’Occidente. Quindi le massicce politiche di spesa pubblica applicando un tardo senso di deficit costing di keynesiana memoria, ora sconfessate dalla stessa esperienza tedesca. Si tratta, a ben guardare, di una successione impressionante di fallimenti.
- L’elezione di “mezzo termine” sancisce la fine pratica della Presidenza in corso. Per quella effettiva, in grado di dirigere il Paese si dovrà attendere ancora 2 anni. Il vero problema sta proprio in questa data. Necessita attendere due anni prima di uno sblocco della situazione politica americana. Il vero danno nella superficialità di un voto sbagliato è il blocco che la Nazione guida dell’Occidente subisce, coinvolgendo tutti noi.
- Gli USA erano e restano la nazione guida dell’Occidente e del mondo, perché solo l’unico vero grande laboratorio scientifico e sociale. Nessuna impresa, governo o università spende in avanzamento dello stato della tecnica e nella qualità di vita, come gli USA. Finchè le idee nasceranno ancora in America dove lo studioso, il professore e il ricercatore sono delle istituzioni, quindi il militare che serve la società, a cui si aggiunge il vigile del fuoco come eroe, quindi una società che cerca e vuole l’esempio trovandolo nell’uomo della strada, se tutto questo continuerà a vivere, l’America sarà ancora per decenni un mito.
- Gli Stati Uniti sono in crisi, ma hanno anche quel sistema sociale in grado di farli uscire dal grave momento, perché dotati di compattezza anziché litigiosità come in Europa e in Italia in particolare (nichilismo) Ciò significa che avere fiducia negli USA, è ancora saggio al netto di questi due prossimi anni di stop istituzionale, per il blocco che subirà la Presidenza dopo il voto di novembre, che consegnerà ai repubblicani il parlamento.
- Il punto è chi sarà la nuova presidentessa degli Stati Uniti d’America a novembre 2012.
- Non credo che la comunità afro americana possa ancora esprimere un suo candidato dopo che ha perso l’occasione bruciata dall’attuale Presidente.
- Puntare sui mercati americani è un affare, laddove si voglia sia presidiare quel contesto in attesa del suo risveglio, che avvantaggiarsi di mano d’opera a basso prezzo e alta capacità e attitudini tecniche (perfettamente il contrario di quanto offre la Cina) Con premesse di questo tipo non puntare sul nord America è obiettivamente sciocco, sapendo che la prima grande area commerciale a riprendersi dal grande sonno della crisi sarà appunto l’America.
di Giovanni Carlini
Molti mi chiedono mezzo email, delle anticipazioni sugli USA in merito alle imminenti elezioni del 4 novembre. A questo punto è meglio scrivere un breve articolo di sintesi, elencando i diversi passaggi a beneficio di tutti.
- L’attuale Presidente è stato una moda non un movimento politico o un personaggio di rottura con il passato. Ne consegue che come tutte le mode è finito. Non basta avere la pelle di colore per avere un ruolo e statura in grado di dirigere l’America e quindi l’Occidente. Servono idee, concetti, punti di vista e opinioni. Di tutto ciò il Presidente pro-tempore ne è sprovvisto. Sicuramente ha più carisma l’ex Capo di Stato maggiore Colin Powel, ugualmente di colore, ma dotato di attitudine al Comando. La similitudine tra il Gen Powel e l’attuale inquilino della Casa Bianca serve anche per chiarire che il razzismo non centra nulla in questa analisi.
- Il Sen McCain aveva un programma. Forse discutibile, ma certamente si è presentato agli Americani con delle idee. Il suo concorrente era e ne è ancora privo. Né la riforma sanitaria (modello italiano importato negli Stati Uniti) si può considerare una passo in avanti, quindi la confusione tra sacralità di Ground Zero e la moschea in costruzione che offende il senso comune di tutto l’Occidente. Quindi le massicce politiche di spesa pubblica applicando un tardo senso di deficit costing di keynesiana memoria, ora sconfessate dalla stessa esperienza tedesca. Si tratta, a ben guardare, di una successione impressionante di fallimenti.
- L’elezione di “mezzo termine” sancisce la fine pratica della Presidenza in corso. Per quella effettiva, in grado di dirigere il Paese si dovrà attendere ancora 2 anni. Il vero problema sta proprio in questa data. Necessita attendere due anni prima di uno sblocco della situazione politica americana. Il vero danno nella superficialità di un voto sbagliato è il blocco che la Nazione guida dell’Occidente subisce, coinvolgendo tutti noi.
- Gli USA erano e restano la nazione guida dell’Occidente e del mondo, perché solo l’unico vero grande laboratorio scientifico e sociale. Nessuna impresa, governo o università spende in avanzamento dello stato della tecnica e nella qualità di vita, come gli USA. Finchè le idee nasceranno ancora in America dove lo studioso, il professore e il ricercatore sono delle istituzioni, quindi il militare che serve la società, a cui si aggiunge il vigile del fuoco come eroe, quindi una società che cerca e vuole l’esempio trovandolo nell’uomo della strada, se tutto questo continuerà a vivere, l’America sarà ancora per decenni un mito.
- Gli Stati Uniti sono in crisi, ma hanno anche quel sistema sociale in grado di farli uscire dal grave momento, perché dotati di compattezza anziché litigiosità come in Europa e in Italia in particolare (nichilismo) Ciò significa che avere fiducia negli USA, è ancora saggio al netto di questi due prossimi anni di stop istituzionale, per il blocco che subirà la Presidenza dopo il voto di novembre, che consegnerà ai repubblicani il parlamento.
- Il punto è chi sarà la nuova presidentessa degli Stati Uniti d’America a novembre 2012.
- Non credo che la comunità afro americana possa ancora esprimere un suo candidato dopo che ha perso l’occasione bruciata dall’attuale Presidente.
- Puntare sui mercati americani è un affare, laddove si voglia sia presidiare quel contesto in attesa del suo risveglio, che avvantaggiarsi di mano d’opera a basso prezzo e alta capacità e attitudini tecniche (perfettamente il contrario di quanto offre la Cina) Con premesse di questo tipo non puntare sul nord America è obiettivamente sciocco, sapendo che la prima grande area commerciale a riprendersi dal grande sonno della crisi sarà appunto l’America.
Da qualche parte si deve pur partire!
Dire la propria è antipatico, specie se contiene delle conclusioni, ma da qualche parte è necessario ripartire!
di Giovanni Carlini
Vi racconto una storia.
A fine settembre mi hanno telefonato 7 presidi di scuole superiori, chiedendomi la disponibilità per introdurre degli elementi di novità nei corsi regolari tenuti nelle loro scuole. Per 3 di essi ho accordato il tempo necessario.
Per studiare, provocare e quindi capire lo spessore dei professori con cui dovrò lavorare, in ogni istituto ho promesso, con annesso messaggio scritto in sala riunioni, che avrei festeggiato l’ingresso grazie a 30 cornetti alla marmellata da offrire a tutti. Ha prevalso lo stupore. Portati, qualche giorno dopo, tutti hanno sorriso e gradito (valutando la velocità con cui sono spariti) ma pochi hanno saputo gestire la novità. La massa ha apprezzato, chiudendosi nel silenzio, quando avrebbe fatto più bella figura aprendosi nella relazione umana.
Proseguendo nell’analisi rilevo come, per contestare alcuni provvedimenti del governo, degli impiegati statali (appunto i professori e ciò in netta maggioranza) sospendano le gite scolastiche e studino metodi di sabotaggio del normale funzionamento scolastico. La sospensione delle gite incide sull’utenza la quale è minorenne. Un profilo comportamentale di questo tipo, da parte dei professori, dovrebbe esporli al licenziamento perché hanno cessato nel ruolo di educatori; in pratica hanno perduto il senso della missione.
Simpatica è poi la lamentala di quella professoressa che per 20 anni ha insegnato nelle ultime 3 classi e ora è stata “retrocessa” alle prime. Anche qui, se viene concesso il privilegio d’insegnare, questo vale per ogni tipo d’utenza e sul piano dell’addestramento del personale, ritengo saggio che un vero professionista ogni “tot anni”, impari a modularsi su fasce d’ascolto diverse, altrimenti non impara mai ad insegnare!
Discutere sulla pagliuzza nell’occhio degli altri, ci consente di ragionare sulla trave che grava dentro di noi. In 25 anni vissuti a cavallo tra molti ambienti, la scuola, l’università, l’editoria, le aziende, lo Stato, l’estero a questo punto giungo a una conclusione: la parte più sana e fertile, in grado di evolversi più rapidamente, in Italia, oggi, è l’impresa.
Parlo di uomini e donne, dall’operaio al top manager, quindi fino all’imprenditore. Questa categoria è quella che penso sia la più sana oggi nella Nazione.
Scrivere quello che si pensa è pericoloso e anche antipatico, ma da qualche parte si deve anche partire per cercare di capire e definire le nuove strategie necessarie per sopravvivere e lottare.
Abbiamo grandi sacche di malcontento nel paese, che diffondono i germi della conflittualità sociale. Gli insegnanti (al netto di 1 milione d’eccezioni, dove il singolo è sempre una persona molto corretta) si esprimono come degli intellettuali impotenti, privati della capacità di creare pensiero e idee nuove. In pratica non sono più in grado d’ingentilire l’anima e lo spirito degli studenti. Ripeto che questa valutazione è soggetta a un’infinità d’eccezioni pur restando, in linea di massima, valida.
Dal mondo bancario, non più adesso ma anni fa era più accentuato, abbiamo una grande sacca di mancati economisti e finanzieri, che non possono essere che solo degli impiegati, da cui un forte malessere sociale.
Dalla stessa magistratura si riscontra un’endemica confusione tra il ruolo istituzionale ricoperto e le idee personali, in uno strutturale e anche voluto disorientamento che annebbia la missione assegnata.
Tra queste 3 grandi isole di malessere sociale, c’è la politica. A essere sinceri spesso la stampa che è di un orientamento diverso rispetto all’attuale governo, non consente una corretta lettura sulla qualità del lavoro svolto dall’esecutivo, che è sicuramente notevole, ma poco visibile. Certamente lo stile vorrebbe che i panni sporchi fossero lavati in casa! Non vorrei esprimermi sulla politica. I modelli che ho in mente, per tradurre quanto avviene, sono quelli che risalgono a Camillo Benso di Cavour, per la sua lungimiranza, a De Gasperi per l’onestà e Kennedy per la capacità di svecchiamento delle strutture e culture.
Studiato il contenitore sociale in cui l’impresa italiana opera, ecco che si perviene alla conclusione (del tutto personale, rischiosa ma che rappresenta un punto di partenza): la parte più viva della società è quella che lavora nelle imprese. Detto questo e assegnata una responsabilità non indifferente al sistema delle imprese che si fa? Qui casca l’asino!
Tanto per cominciare credo sia saggio riabilitare quanto gli altri hanno dimenticato: il senso della missione. Ogni impresa ha un ruolo, una storia, delle prospettive che vanno spiegate per essere capite. Ogni azienda deve far si che i dipendenti si riconoscano nella propria realtà d’impresa, consegnandogli quanto la società si è dimenticata d’insegnare, fare e condividere. Quanto scritto può apparire solo parole, ma in realtà lamentano la mancanza di una politica del personale nelle nostre imprese; una prassi di coinvolgimento di uomini e donne che abbatta i costi e alzi la produttività. Il primato morale e sociale che il mondo dell’impresa può ancora oggi vantare sulla società, resterà tale solo se valorizzato attraverso la cultura d’impresa che si concretizza con idee, punti di vista e opinioni usando piani di marketing, politiche commerciali, criteri di gestione del cliente, innovazione nei prodotti, applicando il “pacchetto Harz” (quello tedesco) anche in Italia per cui il salario non dovrebbe essere più una variabile indipendente.
Con questi accorgimenti si potrà fare di necessità virtù, vincendo anche sui mercati internazionali che sono il vero banco di scuola della nostra industria. Buon lavoro!
di Giovanni Carlini
Vi racconto una storia.
A fine settembre mi hanno telefonato 7 presidi di scuole superiori, chiedendomi la disponibilità per introdurre degli elementi di novità nei corsi regolari tenuti nelle loro scuole. Per 3 di essi ho accordato il tempo necessario.
Per studiare, provocare e quindi capire lo spessore dei professori con cui dovrò lavorare, in ogni istituto ho promesso, con annesso messaggio scritto in sala riunioni, che avrei festeggiato l’ingresso grazie a 30 cornetti alla marmellata da offrire a tutti. Ha prevalso lo stupore. Portati, qualche giorno dopo, tutti hanno sorriso e gradito (valutando la velocità con cui sono spariti) ma pochi hanno saputo gestire la novità. La massa ha apprezzato, chiudendosi nel silenzio, quando avrebbe fatto più bella figura aprendosi nella relazione umana.
Proseguendo nell’analisi rilevo come, per contestare alcuni provvedimenti del governo, degli impiegati statali (appunto i professori e ciò in netta maggioranza) sospendano le gite scolastiche e studino metodi di sabotaggio del normale funzionamento scolastico. La sospensione delle gite incide sull’utenza la quale è minorenne. Un profilo comportamentale di questo tipo, da parte dei professori, dovrebbe esporli al licenziamento perché hanno cessato nel ruolo di educatori; in pratica hanno perduto il senso della missione.
Simpatica è poi la lamentala di quella professoressa che per 20 anni ha insegnato nelle ultime 3 classi e ora è stata “retrocessa” alle prime. Anche qui, se viene concesso il privilegio d’insegnare, questo vale per ogni tipo d’utenza e sul piano dell’addestramento del personale, ritengo saggio che un vero professionista ogni “tot anni”, impari a modularsi su fasce d’ascolto diverse, altrimenti non impara mai ad insegnare!
Discutere sulla pagliuzza nell’occhio degli altri, ci consente di ragionare sulla trave che grava dentro di noi. In 25 anni vissuti a cavallo tra molti ambienti, la scuola, l’università, l’editoria, le aziende, lo Stato, l’estero a questo punto giungo a una conclusione: la parte più sana e fertile, in grado di evolversi più rapidamente, in Italia, oggi, è l’impresa.
Parlo di uomini e donne, dall’operaio al top manager, quindi fino all’imprenditore. Questa categoria è quella che penso sia la più sana oggi nella Nazione.
Scrivere quello che si pensa è pericoloso e anche antipatico, ma da qualche parte si deve anche partire per cercare di capire e definire le nuove strategie necessarie per sopravvivere e lottare.
Abbiamo grandi sacche di malcontento nel paese, che diffondono i germi della conflittualità sociale. Gli insegnanti (al netto di 1 milione d’eccezioni, dove il singolo è sempre una persona molto corretta) si esprimono come degli intellettuali impotenti, privati della capacità di creare pensiero e idee nuove. In pratica non sono più in grado d’ingentilire l’anima e lo spirito degli studenti. Ripeto che questa valutazione è soggetta a un’infinità d’eccezioni pur restando, in linea di massima, valida.
Dal mondo bancario, non più adesso ma anni fa era più accentuato, abbiamo una grande sacca di mancati economisti e finanzieri, che non possono essere che solo degli impiegati, da cui un forte malessere sociale.
Dalla stessa magistratura si riscontra un’endemica confusione tra il ruolo istituzionale ricoperto e le idee personali, in uno strutturale e anche voluto disorientamento che annebbia la missione assegnata.
Tra queste 3 grandi isole di malessere sociale, c’è la politica. A essere sinceri spesso la stampa che è di un orientamento diverso rispetto all’attuale governo, non consente una corretta lettura sulla qualità del lavoro svolto dall’esecutivo, che è sicuramente notevole, ma poco visibile. Certamente lo stile vorrebbe che i panni sporchi fossero lavati in casa! Non vorrei esprimermi sulla politica. I modelli che ho in mente, per tradurre quanto avviene, sono quelli che risalgono a Camillo Benso di Cavour, per la sua lungimiranza, a De Gasperi per l’onestà e Kennedy per la capacità di svecchiamento delle strutture e culture.
Studiato il contenitore sociale in cui l’impresa italiana opera, ecco che si perviene alla conclusione (del tutto personale, rischiosa ma che rappresenta un punto di partenza): la parte più viva della società è quella che lavora nelle imprese. Detto questo e assegnata una responsabilità non indifferente al sistema delle imprese che si fa? Qui casca l’asino!
Tanto per cominciare credo sia saggio riabilitare quanto gli altri hanno dimenticato: il senso della missione. Ogni impresa ha un ruolo, una storia, delle prospettive che vanno spiegate per essere capite. Ogni azienda deve far si che i dipendenti si riconoscano nella propria realtà d’impresa, consegnandogli quanto la società si è dimenticata d’insegnare, fare e condividere. Quanto scritto può apparire solo parole, ma in realtà lamentano la mancanza di una politica del personale nelle nostre imprese; una prassi di coinvolgimento di uomini e donne che abbatta i costi e alzi la produttività. Il primato morale e sociale che il mondo dell’impresa può ancora oggi vantare sulla società, resterà tale solo se valorizzato attraverso la cultura d’impresa che si concretizza con idee, punti di vista e opinioni usando piani di marketing, politiche commerciali, criteri di gestione del cliente, innovazione nei prodotti, applicando il “pacchetto Harz” (quello tedesco) anche in Italia per cui il salario non dovrebbe essere più una variabile indipendente.
Con questi accorgimenti si potrà fare di necessità virtù, vincendo anche sui mercati internazionali che sono il vero banco di scuola della nostra industria. Buon lavoro!
Il doppio colpo - tendenze di mercato nella prima settimana di ottobre
Il doppio colpo
di Giovanni Carlini
Dai resoconti degli imprenditori che seguo giornalmente e da altri con cui mi confronto costantemente, la prima settimana di ottobre indica l’apertura di una nuova fase congiunturale che possiamo sintetizzare in “doppio colpo”. In pratica c’è una improvvisa rarefazione di ordini.
Questo ridimensionamento del carico di lavoro non dovrebbe essere una novità. Fu anticipato molti mesi fa anche se forse non creduto.
Vediamo i fatti. La crisi scoppiata nel 2008 ma anticipata già 2 anni prima da qualche economista, ha come tutti gli eventi umani una sua forma. Si è discusso se si snodasse come una L (caduta rapida e lunga stabilizzazione) oppure una U (caduta e successivo altrettanto rapido recupero) oppure una W (caduta, ripresa, seconda caduta, ancora una ripresa).
Il 46% dei ricercatori negli USA quest’estate, ha dato per certo un secondo colpo della crisi negli Stati Uniti in autunno. Oggi tutti sono concordi con questa impostazione perché è ormai realtà sul lato americano dell’Atlantico. Più o meno all’unanimità, sui più lati dell’Oceano, hanno convenuto che questa dinamica non avrebbe interessato l’Europa.
Su questo aspetto non ero e continuo a essere in disaccordo.
La prova che ricevo dalla prima settimana di ottobre, conferma invece (e non sono affatto soddisfatto di ciò, però dimostra anche come superficiali siano le analisi svolte finora dalla stampa) che le conseguenze della crisi espressa con una W sono valide anche in Europa.
Perché gli altri sbagliano? È semplice.
La crisi, non smetterò mai di dirlo, non è economica ma sociale. Non siamo entrati nel tunnel perché qualcuno ha smesso di pagare le rate del mutuo!
Siamo in una profonda fase di stasi perché abbiamo troppo voluto e in così poco tempo. Ne consegue che è il consumatore in crisi e non il suo portafoglio.
Questa conclusione appare scontata ma a ben guardare, tutti i governi curano una crisi sociale con provvedimenti economici. Se viene sbagliata la cura, la malattia forse guarirà ma su tempi molto lunghi. Ecco perché ormai si parla di 2015 o 2016.
Non considerando il lato sociale della crisi è palese che le previsioni siano errate o parziali.
In pratica cosa sta accadendo? Le persone, quindi le famiglie, noi tutti abbiamo timore per il futuro e questo sia in Europa come negli USA.
Quando le persone hanno “paura”, normalmente contraggono la spesa alzando la quota di risparmio. E’ esattamente quanto accaduto sia negli USA che in Europa in agosto e settembre.
Una manovra di questo tipo sottrae alla domanda interna denaro il che comporta calo nei consumi. Laddove si parli di un aumento della quota risparmiata del 3% abbiamo modelli matematici (sui quali però si è dimostrata l’inaffidabilità, perché non hanno saputo capire quei segnali che avrebbero manifestato poi la crisi) che traducono questo effetto in un calo del 30% della produzione e successiva commercializzazione dei beni. Se si considera la riduzione della meccanica del 60% e della siderurgia con il 30% in meno nella primavera del 2009 come esempi vissuti, la seconda parte della W nel corso di questo fine 2010 è confermata. Ecco la radice del ragionamento che porta a considerare il “secondo colpo” attuale anche per l’Europa. Questa tendenza ormai manifesta in ottobre si salda con i dati che indicano a +22% i fallimenti tra aprile e giugno 2010.
Ora che gli scenari si sono aperti su quanto già detto mesi fa ma poco creduto, che fare e soprattutto chi resterà ancora sul mercato quando sarà tutto finito? Non è difficile anticipare che il numero degli operatori che oggi agiscono, non sarà lo stesso fra un anno. Ragioniamo ora sui provvedimenti da adottare.
- accorpare le piccole aziende;
- sganciarsi dal credito bancario e metterci “di tasca propria” i soldi in azienda (in pratica gli stessi che furono prelevati quando le cose andavano bene);
- cercare immediatamente mercati sostitutivi, perché quelli tradizionali non saranno più in grado d’assicurare neppure il punto di pareggio!
- possibilmente non solo commercializzare ma anche produrre con marchio proprio, a un prezzo d’offerta che sia notevolmente più basso della concorrenza europea (quella cinese verrebbe spazzata via se ci fosse un’alternativa italiana di buona qualità a prezzo accettabile)
- mantenere la delocalizzazione solo se funzionale a presidiare i mercati esteri, ma tornare a nazionalizzare la produzione destinata al mercato interno. Il vero segreto oggi non è contrarre la spesa, ma organizzarla meglio e su aspetti più spinti verso le vendite, come la pubblicità, per convincere il consumatore che noi siamo i migliori. Quindi studiare nuovi sistemi di stoccaggio nel magazzino, trasporti e gestione del fattore umano;
- la nuova spesa aziendale è molto severa con il lusso, le auto e la rappresentanza, ma si concentra sulla ricerca, innovazione, quindi l’inserimento di figure nuove (anche apprendisti) che si dedichino ai contatti commerciali da sviluppare;
- coloro che resteranno sul mercato non saranno degli imprenditori tradizionali, ma definibili a “geometria variabile” operando in sinergia con diversi altri ambienti produttivi attigui al proprio, miscelando produzione e commercio.
Auguriamoci buona fortuna.
di Giovanni Carlini
Dai resoconti degli imprenditori che seguo giornalmente e da altri con cui mi confronto costantemente, la prima settimana di ottobre indica l’apertura di una nuova fase congiunturale che possiamo sintetizzare in “doppio colpo”. In pratica c’è una improvvisa rarefazione di ordini.
Questo ridimensionamento del carico di lavoro non dovrebbe essere una novità. Fu anticipato molti mesi fa anche se forse non creduto.
Vediamo i fatti. La crisi scoppiata nel 2008 ma anticipata già 2 anni prima da qualche economista, ha come tutti gli eventi umani una sua forma. Si è discusso se si snodasse come una L (caduta rapida e lunga stabilizzazione) oppure una U (caduta e successivo altrettanto rapido recupero) oppure una W (caduta, ripresa, seconda caduta, ancora una ripresa).
Il 46% dei ricercatori negli USA quest’estate, ha dato per certo un secondo colpo della crisi negli Stati Uniti in autunno. Oggi tutti sono concordi con questa impostazione perché è ormai realtà sul lato americano dell’Atlantico. Più o meno all’unanimità, sui più lati dell’Oceano, hanno convenuto che questa dinamica non avrebbe interessato l’Europa.
Su questo aspetto non ero e continuo a essere in disaccordo.
La prova che ricevo dalla prima settimana di ottobre, conferma invece (e non sono affatto soddisfatto di ciò, però dimostra anche come superficiali siano le analisi svolte finora dalla stampa) che le conseguenze della crisi espressa con una W sono valide anche in Europa.
Perché gli altri sbagliano? È semplice.
La crisi, non smetterò mai di dirlo, non è economica ma sociale. Non siamo entrati nel tunnel perché qualcuno ha smesso di pagare le rate del mutuo!
Siamo in una profonda fase di stasi perché abbiamo troppo voluto e in così poco tempo. Ne consegue che è il consumatore in crisi e non il suo portafoglio.
Questa conclusione appare scontata ma a ben guardare, tutti i governi curano una crisi sociale con provvedimenti economici. Se viene sbagliata la cura, la malattia forse guarirà ma su tempi molto lunghi. Ecco perché ormai si parla di 2015 o 2016.
Non considerando il lato sociale della crisi è palese che le previsioni siano errate o parziali.
In pratica cosa sta accadendo? Le persone, quindi le famiglie, noi tutti abbiamo timore per il futuro e questo sia in Europa come negli USA.
Quando le persone hanno “paura”, normalmente contraggono la spesa alzando la quota di risparmio. E’ esattamente quanto accaduto sia negli USA che in Europa in agosto e settembre.
Una manovra di questo tipo sottrae alla domanda interna denaro il che comporta calo nei consumi. Laddove si parli di un aumento della quota risparmiata del 3% abbiamo modelli matematici (sui quali però si è dimostrata l’inaffidabilità, perché non hanno saputo capire quei segnali che avrebbero manifestato poi la crisi) che traducono questo effetto in un calo del 30% della produzione e successiva commercializzazione dei beni. Se si considera la riduzione della meccanica del 60% e della siderurgia con il 30% in meno nella primavera del 2009 come esempi vissuti, la seconda parte della W nel corso di questo fine 2010 è confermata. Ecco la radice del ragionamento che porta a considerare il “secondo colpo” attuale anche per l’Europa. Questa tendenza ormai manifesta in ottobre si salda con i dati che indicano a +22% i fallimenti tra aprile e giugno 2010.
Ora che gli scenari si sono aperti su quanto già detto mesi fa ma poco creduto, che fare e soprattutto chi resterà ancora sul mercato quando sarà tutto finito? Non è difficile anticipare che il numero degli operatori che oggi agiscono, non sarà lo stesso fra un anno. Ragioniamo ora sui provvedimenti da adottare.
- accorpare le piccole aziende;
- sganciarsi dal credito bancario e metterci “di tasca propria” i soldi in azienda (in pratica gli stessi che furono prelevati quando le cose andavano bene);
- cercare immediatamente mercati sostitutivi, perché quelli tradizionali non saranno più in grado d’assicurare neppure il punto di pareggio!
- possibilmente non solo commercializzare ma anche produrre con marchio proprio, a un prezzo d’offerta che sia notevolmente più basso della concorrenza europea (quella cinese verrebbe spazzata via se ci fosse un’alternativa italiana di buona qualità a prezzo accettabile)
- mantenere la delocalizzazione solo se funzionale a presidiare i mercati esteri, ma tornare a nazionalizzare la produzione destinata al mercato interno. Il vero segreto oggi non è contrarre la spesa, ma organizzarla meglio e su aspetti più spinti verso le vendite, come la pubblicità, per convincere il consumatore che noi siamo i migliori. Quindi studiare nuovi sistemi di stoccaggio nel magazzino, trasporti e gestione del fattore umano;
- la nuova spesa aziendale è molto severa con il lusso, le auto e la rappresentanza, ma si concentra sulla ricerca, innovazione, quindi l’inserimento di figure nuove (anche apprendisti) che si dedichino ai contatti commerciali da sviluppare;
- coloro che resteranno sul mercato non saranno degli imprenditori tradizionali, ma definibili a “geometria variabile” operando in sinergia con diversi altri ambienti produttivi attigui al proprio, miscelando produzione e commercio.
Auguriamoci buona fortuna.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione/3
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
terzo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Sulla Germania c’è un terzo passaggio da prendere in considerazione. L’importanza e ruolo dell’euro a vantaggio dell’economia tedesca! Tutte le analisi svolte sino ad ora, su qualsiasi organo di stampa e ricerca, trascurano questo aspetto che è da ritenersi strutturale per il sistema industriale tedesco. Infatti l’economia della Germania dipende in forte misura dall’export. Dal 2000 al 2008 due terzi della crescita complessiva della domanda all’economia e sistema manifatturiero tedesco, sono pervenuti dall’estero. In fin dei conti e alla luce di quanto accaduto, questo Paese ha bisogno di due aspetti strategici: mercati legati a doppio filo alle necessità tedesche, intrappolati al carro della Bundesbank e un cambio competitivo sul quale operare fuori dalla UE.
L’euro è stato capace di garantire entrambi questi aspetti, rivelandosi un affare per la Germania e non altrettanto per il resto d’Europa. Da qui si spiega e giustifica così tanta diffidenza verso l’euro e voci che vorrebbero un ritorno alle divise nazionali con efficacia all’interno di ogni singolo Paese, ricorrendo alla moneta unica solo nelle transazioni estere.
Non accettando questa prospettiva di ridimensionamento del ruolo dell’euro nelle nostre singole vite nazionali, tutto si complica. Assumendo l’euro quale moneta comunitaria, le crisi che comunque sono avvenute, hanno avuto sui paesi alla periferia dell’area germanica, l’effetto di trascinare al ribasso il valore della moneta comune. Il che è stato benefico sui mercati mondiali, ma ha anche mortificato le singole economie dei partner commerciali tedeschi. Questi valgono i due quinti delle esportazioni tedesche, ovvero nove volte di più di quanto conta la Cina nell’export germanico.
La metodica perseguita per svuotare le economie europee a favore della Germania è semplice. I prodotti europei, a tutt’oggi, non sono competitivi sul mercato mitteleuropeo dopo ben un decennio d’aumento dei costi relativi. Se per un attimo si pensa a quanto accaduto se non ci fosse stato l’euro, il tasso di cambio con il marco sarebbe letteralmente schizzato alle stelle e tutte le altre valute soggette a forti svalutazioni competitive. Tutto questo avrebbe “ucciso” l’economia tedesca, che invece è oggi forte e prospera. Nei paesi della periferia, le svalutazioni delle monete nazionali sarebbero state ingenti, almeno quanto quelle della sterlina. L’assenza di questi scossoni ha ribaltato le prospettive della Germania in Europa.
Su quest’ultimo particolare è importante fare una riflessione e meditare come una sicura disfatta si è trasformata in pieno successo per i tedeschi, grazie all’adozione della moneta unica. Con queste premesse, l’euro non appare affatto un sicuro approdo per tutti, come si vuole insistere nel far credere agli europei. Gli italiani stavano annegando nella bancarotta, quella stessa che ha poi travolto l’Argentina. Per evitarla abbiamo avuto la “scelta” (imposizione) sull’euro, pagando l’ingresso con un cambio al doppio del suo effettivo valore.
Per poter comprendere l’importanza della moneta in un sistema economico è corretto paragonarla al ruolo che ha il sangue in un organismo. Laddove questo fluido abbia una pressione alta o bassa, il corpo ne risentirebbe. In questo caso il corpo è il sistema economico nazionale.
Prima avevamo una moneta, la lira, pensata e strutturata per il nostro sistema economico. Cambiando la moneta, ma non il modo di lavorare in Italia (le aziende sono rimaste piccine, l’internazionalizzazione modesta, spesso non sappiamo neppure rispondere al telefono in tedesco o in inglese) abbiamo di fatto immesso nel nostro organismo un tipo di sangue, che ha una pressione e impeto calibrato per altri tipi di strutture. L’euro essendo in competizione con il dollaro, nei confronti della lira è come se l’ avesse “dollarizzata”. Per spiegarsi meglio è come se fosse stata presa una moneta progettata per un determinato sistema di produzione e invece immessa in un altro ambiente. Praticamente il motore di una 500 Fiat su un Tir. Le conseguenze sono ora palesi, ma furono dette anche allora, dieci anni fa, però nessuno volle dare ascolto a questo paragone. Tutto ciò ha fatto la fortuna della Germania, che ha colonizzato l’Europa senza farla crescere.
In un quadro d’analisi sul successo economico tedesco del 2010, va detto anche questo.
terzo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Sulla Germania c’è un terzo passaggio da prendere in considerazione. L’importanza e ruolo dell’euro a vantaggio dell’economia tedesca! Tutte le analisi svolte sino ad ora, su qualsiasi organo di stampa e ricerca, trascurano questo aspetto che è da ritenersi strutturale per il sistema industriale tedesco. Infatti l’economia della Germania dipende in forte misura dall’export. Dal 2000 al 2008 due terzi della crescita complessiva della domanda all’economia e sistema manifatturiero tedesco, sono pervenuti dall’estero. In fin dei conti e alla luce di quanto accaduto, questo Paese ha bisogno di due aspetti strategici: mercati legati a doppio filo alle necessità tedesche, intrappolati al carro della Bundesbank e un cambio competitivo sul quale operare fuori dalla UE.
L’euro è stato capace di garantire entrambi questi aspetti, rivelandosi un affare per la Germania e non altrettanto per il resto d’Europa. Da qui si spiega e giustifica così tanta diffidenza verso l’euro e voci che vorrebbero un ritorno alle divise nazionali con efficacia all’interno di ogni singolo Paese, ricorrendo alla moneta unica solo nelle transazioni estere.
Non accettando questa prospettiva di ridimensionamento del ruolo dell’euro nelle nostre singole vite nazionali, tutto si complica. Assumendo l’euro quale moneta comunitaria, le crisi che comunque sono avvenute, hanno avuto sui paesi alla periferia dell’area germanica, l’effetto di trascinare al ribasso il valore della moneta comune. Il che è stato benefico sui mercati mondiali, ma ha anche mortificato le singole economie dei partner commerciali tedeschi. Questi valgono i due quinti delle esportazioni tedesche, ovvero nove volte di più di quanto conta la Cina nell’export germanico.
La metodica perseguita per svuotare le economie europee a favore della Germania è semplice. I prodotti europei, a tutt’oggi, non sono competitivi sul mercato mitteleuropeo dopo ben un decennio d’aumento dei costi relativi. Se per un attimo si pensa a quanto accaduto se non ci fosse stato l’euro, il tasso di cambio con il marco sarebbe letteralmente schizzato alle stelle e tutte le altre valute soggette a forti svalutazioni competitive. Tutto questo avrebbe “ucciso” l’economia tedesca, che invece è oggi forte e prospera. Nei paesi della periferia, le svalutazioni delle monete nazionali sarebbero state ingenti, almeno quanto quelle della sterlina. L’assenza di questi scossoni ha ribaltato le prospettive della Germania in Europa.
Su quest’ultimo particolare è importante fare una riflessione e meditare come una sicura disfatta si è trasformata in pieno successo per i tedeschi, grazie all’adozione della moneta unica. Con queste premesse, l’euro non appare affatto un sicuro approdo per tutti, come si vuole insistere nel far credere agli europei. Gli italiani stavano annegando nella bancarotta, quella stessa che ha poi travolto l’Argentina. Per evitarla abbiamo avuto la “scelta” (imposizione) sull’euro, pagando l’ingresso con un cambio al doppio del suo effettivo valore.
Per poter comprendere l’importanza della moneta in un sistema economico è corretto paragonarla al ruolo che ha il sangue in un organismo. Laddove questo fluido abbia una pressione alta o bassa, il corpo ne risentirebbe. In questo caso il corpo è il sistema economico nazionale.
Prima avevamo una moneta, la lira, pensata e strutturata per il nostro sistema economico. Cambiando la moneta, ma non il modo di lavorare in Italia (le aziende sono rimaste piccine, l’internazionalizzazione modesta, spesso non sappiamo neppure rispondere al telefono in tedesco o in inglese) abbiamo di fatto immesso nel nostro organismo un tipo di sangue, che ha una pressione e impeto calibrato per altri tipi di strutture. L’euro essendo in competizione con il dollaro, nei confronti della lira è come se l’ avesse “dollarizzata”. Per spiegarsi meglio è come se fosse stata presa una moneta progettata per un determinato sistema di produzione e invece immessa in un altro ambiente. Praticamente il motore di una 500 Fiat su un Tir. Le conseguenze sono ora palesi, ma furono dette anche allora, dieci anni fa, però nessuno volle dare ascolto a questo paragone. Tutto ciò ha fatto la fortuna della Germania, che ha colonizzato l’Europa senza farla crescere.
In un quadro d’analisi sul successo economico tedesco del 2010, va detto anche questo.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione/2
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
secondo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Nel primo studio pubblicato è stato scritto: l’exploit industriale ed economico tedesco del 2010, ha radici soprattutto sociali prima ancora che finanziarie e macroeconomiche.
Sembra un’affermazione scontata, ma laddove si volesse imitare il “modello tedesco”, il punto di partenza non è dentro la produzione, ma nella capacità dell’impresa a intrattenere e aprire relazioni sociali (dipendenti orgogliosi d’esserlo e dotati di una missione) e anche industriali (discutere con il sindacato non più di solo busta paga, ma qualità di vita nel posto di lavoro. Vedi “pacchetto Harz”).
Conosco grandi realtà nella stessa Brescia, ad esempio un’azienda da 120 dipendenti, che non solo non sa relazionare sul piano industriale, ma ha anche avviato da anni una prassi dichiaratamente antisindacale. Oltre i giochetti di finanza sul bilancio, un tipo d’azienda di questo tipo non può che essere destinata a scomparire, perché strutturalmente “sbagliata”, ovvero presenta un troppo alto profilo di rischio sociale per insolvenza, posti di lavoro non più certi, tfr disperso etc..
E’ vero che il sindacato italiano è afflitto da una consistente componente d’immaturità, da cui cerca di svecchiarsi senza apparente successo, però resta un interlocutore senza il quale la componente sociale dello sviluppo non va avanti. In pratica, l’industria italiana (la parte migliore, ad oggi, della società nazionale) necessita di un interlocutore sindacale, che oggi è ancora incapace di relazione in forme adeguate ai tempi. Orfani di un contradditorio, gli imprenditori italiani devono “far da sé”, lanciando aggressive politiche sul personale per “tagliare l’erba sotto i piedi al sindacato”.
Non è vero che ognuno deve fare la sua parte, perché il fattore umano è determinante nelle imprese di ieri come di oggi, quindi in assenza di un serio sindacato, servono imprenditori e direttori del personale adeguati, nel saper curare questo aspetto.
In Germania il sindacato ha accettato e sostenuto le “gabbie salariali”, ovvero stipendi differenziati a seconda del costo della vita per singola area geografica. Questo è uno dei segreti del successo tedesco. In una recente ricerca (Istituto Ifo di Monaco, pubblicata in settembre sulla rivista Super Illu) comparando la Germania dell’Est all’Ovest, emerge che tra il 1991 e il 2009 il Pil dell’Est è raddoppiato rispetto l’Ovest (12%).
Il reddito medio di una famiglia dell’Est è passato dai 10.900 euro della caduta del muro (allora pari al 35% delle regioni occidentali) ai 19.500 euro del 2009 ovvero il 53% dell’Ovest. Sempre nel 2009 i lavoratori dell’Est guadagnano l’83% dei loro colleghi dell’Ovest (il valore era al 57% nel 1991). Con questi parametri per la prima volta dall’unificazione, il numero di disoccupati dell’Est è sceso sotto il milione, restando però percentualmente ancora elevato (11,5% nell’agosto 2010 quando era al 18% anni fa, laddove all’Ovest è oggi al 6,6%)
Ovviamente l’intero processo è stato sostenuto da una grande quantità d’investimenti pubblici, tesi a svecchiare il parco infrastrutturale sia produttivo che nei servizi dell’Est. La conclusione è che a 26 anni dalla riunificazione, il costo del lavoro nella Germania dell’Est è più basso dell’Ovest ma questo non è il solo motivo per cui in alcuni campi l’Est è più competitivo.
Studiando questi dati, il paragone corre verso il Mezzogiorno d’Italia, tale dal 1861. Se i tedeschi in 26 anni hanno fatto quello che gli italiani non sono riusciti in 150 anni, ecco dov’è la differenza tra 2 popoli. Al di là su tutto quanto qui documentato, passando a una fase operativa, cosa le nostre imprese possono fare, non potendo trasformare il Sud italico nell’Est germanico?
Gli imprenditori italiani devono capire che il costo del lavoro non è l’unica determinante nella produzione, al contrario c’è l’innovazione e quindi la produttività. Su tutto ciò c’è il dipendente da addestrare, educare, elevare e anche licenziare se necessario. In una parola serve una politica del personale! Chi non ha il dono di unire uomini, mezzi e risorse per farli lavorare bene, chieda aiuto o impari; ecco perché a 50 anni sto ancora studiando e apprendendo come un normale scolaro! Buon lavoro.
secondo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Nel primo studio pubblicato è stato scritto: l’exploit industriale ed economico tedesco del 2010, ha radici soprattutto sociali prima ancora che finanziarie e macroeconomiche.
Sembra un’affermazione scontata, ma laddove si volesse imitare il “modello tedesco”, il punto di partenza non è dentro la produzione, ma nella capacità dell’impresa a intrattenere e aprire relazioni sociali (dipendenti orgogliosi d’esserlo e dotati di una missione) e anche industriali (discutere con il sindacato non più di solo busta paga, ma qualità di vita nel posto di lavoro. Vedi “pacchetto Harz”).
Conosco grandi realtà nella stessa Brescia, ad esempio un’azienda da 120 dipendenti, che non solo non sa relazionare sul piano industriale, ma ha anche avviato da anni una prassi dichiaratamente antisindacale. Oltre i giochetti di finanza sul bilancio, un tipo d’azienda di questo tipo non può che essere destinata a scomparire, perché strutturalmente “sbagliata”, ovvero presenta un troppo alto profilo di rischio sociale per insolvenza, posti di lavoro non più certi, tfr disperso etc..
E’ vero che il sindacato italiano è afflitto da una consistente componente d’immaturità, da cui cerca di svecchiarsi senza apparente successo, però resta un interlocutore senza il quale la componente sociale dello sviluppo non va avanti. In pratica, l’industria italiana (la parte migliore, ad oggi, della società nazionale) necessita di un interlocutore sindacale, che oggi è ancora incapace di relazione in forme adeguate ai tempi. Orfani di un contradditorio, gli imprenditori italiani devono “far da sé”, lanciando aggressive politiche sul personale per “tagliare l’erba sotto i piedi al sindacato”.
Non è vero che ognuno deve fare la sua parte, perché il fattore umano è determinante nelle imprese di ieri come di oggi, quindi in assenza di un serio sindacato, servono imprenditori e direttori del personale adeguati, nel saper curare questo aspetto.
In Germania il sindacato ha accettato e sostenuto le “gabbie salariali”, ovvero stipendi differenziati a seconda del costo della vita per singola area geografica. Questo è uno dei segreti del successo tedesco. In una recente ricerca (Istituto Ifo di Monaco, pubblicata in settembre sulla rivista Super Illu) comparando la Germania dell’Est all’Ovest, emerge che tra il 1991 e il 2009 il Pil dell’Est è raddoppiato rispetto l’Ovest (12%).
Il reddito medio di una famiglia dell’Est è passato dai 10.900 euro della caduta del muro (allora pari al 35% delle regioni occidentali) ai 19.500 euro del 2009 ovvero il 53% dell’Ovest. Sempre nel 2009 i lavoratori dell’Est guadagnano l’83% dei loro colleghi dell’Ovest (il valore era al 57% nel 1991). Con questi parametri per la prima volta dall’unificazione, il numero di disoccupati dell’Est è sceso sotto il milione, restando però percentualmente ancora elevato (11,5% nell’agosto 2010 quando era al 18% anni fa, laddove all’Ovest è oggi al 6,6%)
Ovviamente l’intero processo è stato sostenuto da una grande quantità d’investimenti pubblici, tesi a svecchiare il parco infrastrutturale sia produttivo che nei servizi dell’Est. La conclusione è che a 26 anni dalla riunificazione, il costo del lavoro nella Germania dell’Est è più basso dell’Ovest ma questo non è il solo motivo per cui in alcuni campi l’Est è più competitivo.
Studiando questi dati, il paragone corre verso il Mezzogiorno d’Italia, tale dal 1861. Se i tedeschi in 26 anni hanno fatto quello che gli italiani non sono riusciti in 150 anni, ecco dov’è la differenza tra 2 popoli. Al di là su tutto quanto qui documentato, passando a una fase operativa, cosa le nostre imprese possono fare, non potendo trasformare il Sud italico nell’Est germanico?
Gli imprenditori italiani devono capire che il costo del lavoro non è l’unica determinante nella produzione, al contrario c’è l’innovazione e quindi la produttività. Su tutto ciò c’è il dipendente da addestrare, educare, elevare e anche licenziare se necessario. In una parola serve una politica del personale! Chi non ha il dono di unire uomini, mezzi e risorse per farli lavorare bene, chieda aiuto o impari; ecco perché a 50 anni sto ancora studiando e apprendendo come un normale scolaro! Buon lavoro.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
primo articolo di una serie
Un paio d’anni fa, per un editore, scrissi un dossier Germania il cui titolo fu: “Una locomotiva ferma in stazione”. Non è passato molto tempo che il quadro complessivo è profondamente cambiato; quella locomotiva ora corre per tutta Europa.
Quanto qui scritto non vuole andare ad aggiungersi a tutto ciò che è già stato pubblicato sull’argomento, perché ha un altro obiettivo: il taglio sociologico.
Le aziende e in tal senso dico proprio tutte le imprese italiane, hanno dimenticato o mai introdotto nella loro gestione, concetti di sociologia. A volte si contrabbanda la gestione risorse umane (nei casi più evoluti d’impresa) con la sociologia, ma è solo una scorciatoia! Questa mancanza è grave, perché incide sulla produttività.
La sociologia in azienda serve a raccordare le regole condivise di una comunità, con le singole necessità delle persone. Quindi ben introdurre il singolo nel clan aziendale. Se questo avviene, il personaggio lavorerà meglio e produrrà di più. Quindi serve un organigramma (meglio se corredato da foto), un mansionario, dei tesserini d’identificazione, una tuta o divisa se possibile, una mensa, forse un asilo, una bandiera nazionale nel luogo di produzione, l’istituzione del dipendente del mese, biglietti premi per viaggi ai meritevoli, aggiornare gli stili di lavorazione chiedendo ai dipendenti/operai il loro parere, abbattere il nervosismo e la “fretta” (che nulla conclude). Inoltre serve spiegare e permettere alle persone di capire come agire con gli altri; a conti fatti e ormai noto perché scritto diverse volte, un politica del personale di questo tipo abbatte mediamente del 12% i costi di gestione aziendali.
Quest’introduzione serve per capire il fenomeno tedesco, che solitamente viene spiegato con numeri e aspetti numerici/economici, ma mai sul piano umano che in realtà è poi il motore di tutto.
Non è che i tedeschi abbiano inventato qualcosa, in realtà sono 80 anni che se ne discute negli Stati Uniti, ma lo hanno anche tradotto in termini sindacali. Nel dettaglio e come verrà elencato fra poco, il “pacchetto Harz” è stato possibile solo perché nel tessuto aziendale tedesco, per anni si è discusso e applicata la sociologia, che ha lasciato oscillare il pendolo delle opportunità dalla cogestione degli anni Settanta, Ottanta al “salario integrale” di oggi.
Vediamo i vari aspetti con ordine.
Nel secondo trimestre di quest’anno, il sistema Germania è cresciuto, in termini di PIL del 2,2% contro le stime ancorate all’1,3%. Anno su anno, lo sviluppo di ricchezza sociale tedesco è del 4,1% ovvero più del doppio di quanto Eurostat ha stimato per l’area UE.
Alla base del successo “d’Oltralpe” nella regione mitteleuropea, non c’è solo l’export, che ne rappresenta la manifestazione più immediata, ma in realtà lo sviluppo è strutturale e fonda la sua origine nelle scelte che furono adottate immediatamente dopo il 1992 all’atto della riunificazione.
Infatti la crescita tedesca ha assunto una velocità tale che adesso è la più elevata dall’epoca della riunificazione, perché sono giunti a maturazione dei passaggi cruciali nell’organizzazione del sistema manifatturiero che, si rammenta, è il più forte in Europa. Questi passaggi chiave sono:
a) nel confronto con l’Italia, anche a parità di settore merceologico, le aziende tedesche sono più grandi (si conferma il cosiddetto concetto “mittelstand” dove si possono trovare i tesori nascosti dell’imprenditorialità tedesca per ingegno e operosità)
b) le medie imprese si difendono meglio sul mercato globale e questo è stato visto sia in Asia che nelle Americhe, la cui ripresa è più forte rispetto l’Europa, perché queste regioni sopportano in forme più adeguate i costi dell’internazionalizzazione, che sono molti forti in logistica, per la strutturazione delle reti di vendita, quindi l’avviamento delle nuove imprese e infine nel mantenimento delle relazione commerciali;
c) l’industria tedesca si è concentrata in settori meno esposti alla concorrenza da parte dei paesi in via di sviluppo. In questo modo ha evitato quella parte di beni prodotti dove la dinamica della domanda è tradizionalmente più bassa e la concorrenza spietata;
d) l’export di macchinari verso i paesi emergenti è uno dei punti di forza;
e) è stata realizzata, e non senza fatica, una controllata delocalizzazione verso est (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria) per quei segmenti di produzione a alta intensità di lavoro, che tradizionalmente penalizza la competitività delle proprie merci;
f) su questo aspetto va però considerato anche un processo di ritorno in Patria per alcune produzioni, (pentole e casalinghi non elettrodomestici) in grado d’offrire al mercato interno sia prodotti di base a basso costo che a più sofisticato livello allargando così la gamma di scelta al cliente;
g) l’applicazione nella normativa sul lavoro del cosiddetto “pacchetto Harz” che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti;
h) c’è un forte sostegno dello Stato nelle esportazioni tedesche.
primo articolo di una serie
Un paio d’anni fa, per un editore, scrissi un dossier Germania il cui titolo fu: “Una locomotiva ferma in stazione”. Non è passato molto tempo che il quadro complessivo è profondamente cambiato; quella locomotiva ora corre per tutta Europa.
Quanto qui scritto non vuole andare ad aggiungersi a tutto ciò che è già stato pubblicato sull’argomento, perché ha un altro obiettivo: il taglio sociologico.
Le aziende e in tal senso dico proprio tutte le imprese italiane, hanno dimenticato o mai introdotto nella loro gestione, concetti di sociologia. A volte si contrabbanda la gestione risorse umane (nei casi più evoluti d’impresa) con la sociologia, ma è solo una scorciatoia! Questa mancanza è grave, perché incide sulla produttività.
La sociologia in azienda serve a raccordare le regole condivise di una comunità, con le singole necessità delle persone. Quindi ben introdurre il singolo nel clan aziendale. Se questo avviene, il personaggio lavorerà meglio e produrrà di più. Quindi serve un organigramma (meglio se corredato da foto), un mansionario, dei tesserini d’identificazione, una tuta o divisa se possibile, una mensa, forse un asilo, una bandiera nazionale nel luogo di produzione, l’istituzione del dipendente del mese, biglietti premi per viaggi ai meritevoli, aggiornare gli stili di lavorazione chiedendo ai dipendenti/operai il loro parere, abbattere il nervosismo e la “fretta” (che nulla conclude). Inoltre serve spiegare e permettere alle persone di capire come agire con gli altri; a conti fatti e ormai noto perché scritto diverse volte, un politica del personale di questo tipo abbatte mediamente del 12% i costi di gestione aziendali.
Quest’introduzione serve per capire il fenomeno tedesco, che solitamente viene spiegato con numeri e aspetti numerici/economici, ma mai sul piano umano che in realtà è poi il motore di tutto.
Non è che i tedeschi abbiano inventato qualcosa, in realtà sono 80 anni che se ne discute negli Stati Uniti, ma lo hanno anche tradotto in termini sindacali. Nel dettaglio e come verrà elencato fra poco, il “pacchetto Harz” è stato possibile solo perché nel tessuto aziendale tedesco, per anni si è discusso e applicata la sociologia, che ha lasciato oscillare il pendolo delle opportunità dalla cogestione degli anni Settanta, Ottanta al “salario integrale” di oggi.
Vediamo i vari aspetti con ordine.
Nel secondo trimestre di quest’anno, il sistema Germania è cresciuto, in termini di PIL del 2,2% contro le stime ancorate all’1,3%. Anno su anno, lo sviluppo di ricchezza sociale tedesco è del 4,1% ovvero più del doppio di quanto Eurostat ha stimato per l’area UE.
Alla base del successo “d’Oltralpe” nella regione mitteleuropea, non c’è solo l’export, che ne rappresenta la manifestazione più immediata, ma in realtà lo sviluppo è strutturale e fonda la sua origine nelle scelte che furono adottate immediatamente dopo il 1992 all’atto della riunificazione.
Infatti la crescita tedesca ha assunto una velocità tale che adesso è la più elevata dall’epoca della riunificazione, perché sono giunti a maturazione dei passaggi cruciali nell’organizzazione del sistema manifatturiero che, si rammenta, è il più forte in Europa. Questi passaggi chiave sono:
a) nel confronto con l’Italia, anche a parità di settore merceologico, le aziende tedesche sono più grandi (si conferma il cosiddetto concetto “mittelstand” dove si possono trovare i tesori nascosti dell’imprenditorialità tedesca per ingegno e operosità)
b) le medie imprese si difendono meglio sul mercato globale e questo è stato visto sia in Asia che nelle Americhe, la cui ripresa è più forte rispetto l’Europa, perché queste regioni sopportano in forme più adeguate i costi dell’internazionalizzazione, che sono molti forti in logistica, per la strutturazione delle reti di vendita, quindi l’avviamento delle nuove imprese e infine nel mantenimento delle relazione commerciali;
c) l’industria tedesca si è concentrata in settori meno esposti alla concorrenza da parte dei paesi in via di sviluppo. In questo modo ha evitato quella parte di beni prodotti dove la dinamica della domanda è tradizionalmente più bassa e la concorrenza spietata;
d) l’export di macchinari verso i paesi emergenti è uno dei punti di forza;
e) è stata realizzata, e non senza fatica, una controllata delocalizzazione verso est (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria) per quei segmenti di produzione a alta intensità di lavoro, che tradizionalmente penalizza la competitività delle proprie merci;
f) su questo aspetto va però considerato anche un processo di ritorno in Patria per alcune produzioni, (pentole e casalinghi non elettrodomestici) in grado d’offrire al mercato interno sia prodotti di base a basso costo che a più sofisticato livello allargando così la gamma di scelta al cliente;
g) l’applicazione nella normativa sul lavoro del cosiddetto “pacchetto Harz” che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti;
h) c’è un forte sostegno dello Stato nelle esportazioni tedesche.
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