Appena rientrato in Italia, un imprenditore italiano mi chiama e dopo un lungo elenco di fatti mi chiede: come mi muovo? A quel punto mi torna in mente un passaggio storico, che mi ha molto impressionato per anni. Parliamo della campagna d’Africa 1941-1943. Il nostro esercito si basava su grandi unità a bassissima mobilità (divisioni che a loro volta formavano armate) profondamente radicate nel terreno; in pratica erano delle roccaforti nel deserto. I tedeschi prima e gli inglesi dopo, si strutturarono invece su brigate particolarmente mobili e vivaci, articolate a loro volta in battaglioni e compagnie, capaci di scorazzare oltre le linee avversarie con estrema facilità. In breve, la “linea del fronte” diventò un’idea sorpassata; è chiaro che in queste condizioni chi condusse la guerra furono i tedeschi e gli inglesi relegando gli italiani a un ruolo secondario, benché molto numerosi, ma poco dotati di mezzi e risorse. Quale lezione trarre da questo esempio?
Sicuramente parlare di fatti accaduti 70 anni fa, in un’epoca a forte accelerazione di reazioni tra comportamenti diversi, potrebbe apparire fuori luogo. Nonostante ciò, identificando in un simpatico animale, il comportamento che le nostre imprese dovrebbero assumere sul mercato, le vorrei tutte degli scoiattoli in grado di muoversi rapidamente, mangiare poco e vivere a lungo. Ricordate come i vietcong alimentati con un pugno di riso al giorno e infossati nelle loro tane riuscirono a vincere sui più ricchi americani, che avevano a loro disposizione tutto e il suo contrario? Un soldato impigrito da 4 pasti al giorno, non seppe reagire a un avversario dotato di metà peso e particolarmente agile.
Come tradurre tutto ciò in politica commerciale?
Tanto per cominciare non basta agire su quest’area tralasciando altre funzioni aziendali; se non si è strutturati non si arriva a nulla di stabile. E’ vero che qualche imprenditore se la cava da anni risparmiano sui costi di gestione, ma ha i giorni contati. Il costo di gestione è paragonabile alla forma fisica per un atleta. Risparmiare sui muscoli dello sportivo, significa perdere la competizione.
Ne consegue che serve una struttura, senza la quale ogni iniziativa è destinata a restare episodica. In pratica un grande sforzo che non fruttifera. Ho conosciuto degli imprenditori che passano da padre in figlio, lavorano tantissimo ma poi, stringendo, non riescono a raccogliere la ricchezza che avrebbero dovuto maturare. Certo hanno la casa di proprietà, ma non l’agiatezza che deriva da 30-40 o anche 50 anni di duro lavoro. Casi del genere derivano solo da un’inadeguata struttura aziendale a fronte di un effettivo lavoro svolto, ma che non da frutto se non sussistenza.
Chiarito questo aspetto che troppo spesso si da per scontato, passiamo alla gestione operativa con una premessa: non esiste una politica commerciale eccellente, che non sia accompagnata da quella sulla qualità, del personale, amministrativa e finanziaria, di marketing etc.
Considerando l’azienda nel suo aspetto “globale”, adesso analizziamo la sua “velocità” di reazione al mercato; come misurarla?
Non esiste uno strumento definito per questo aspetto della gestione d’impresa, al pari del contachilometri di un’autovettura. Al contrario serve un piano di marketing da aggiornare ogni 6 mesi. Questo mezzo è l’unico, se accompagnato da un sistema contabile di revisione mensile degli obiettivi fissati, a permettere di capire se l’azienda sta reagendo o meno alle sollecitazioni dal mercato. Ebbene questo sistema di manovra dell’impresa è ancora troppo poco diffuso, (solo il 7% in Italia) il che spiega i ritardi e le inadeguatezze delle nostre imprese in ambito comunitario e globale. Una politica aggressiva capace, di conservare l’impresa sul mercato, che non è possibile inventarsi dalla mattina alla sera, nasce da una cultura d’impresa sedimentata giorno dopo giorno; l’importante è iniziare.
lunedì 6 settembre 2010
Insight!
Come fa un ragazzino di 14 anni che sta per accedere al primo scientifico a leggere un testo universitario? E’ quanto mi è accaduto qualche giorno fa, tornato in Italia. Mio figlio cercando qualcosa di stimolante, mi chiede un libro specifico di cui avevo discusso a tavola, con tutta la famiglia, credo 5 anni fa.
Il testo è di Kurt Lewin (psicologo tedesco di razza ebraica, emigrato forzatamente negli USA) dove vengono descritti diversi esperimenti sul comportamento umano. C’è quello dove alcuni studenti infliggono ad altri compagni scosse elettriche crescenti, quell’altro della Tamara Dembo sulla collera quale problema dinamico che necessita d’una motivazione per attivarsi, l’effetto Zeigarnik (il cameriere che ricorda ordinazioni per centinaia di tavoli e le dimentica tutte al rientro a casa) e molti altri. Ebbene stimolato da questo mio raccontare e discutere tra una coscia di pollo e l’insalata, mio figlio ha custodito negli anni la curiosità di leggere, che adesso è maturata fino a chiedere espressamente questo libro. E’ palese che se non ci fosse stato l’imput, oggi il ragazzino leggerebbe altro, con probabile disperazione del padre!
Questo particolare mi consola non poco, perché ai miei clienti faccio spendere sempre diversi soldi nell’acquisto di una vera e propria biblioteca pertinente alla gestione aziendale, da cui traggo, durante la consulenza, sputi ed esempi, educando l’imprenditore ad andarsi a cercare la fonte dei miei ragionamenti.
E’ probabile che così facendo, anche altri, in azienda possano negli anni sfogliare “i sacri testi” del marketing, gestione risorse umane crescendo nella capacità di vivere l’impresa.
Tutto ciò però non basta, mi rendo conto che serve un passaggio in più, sul quale con il mio ragazzino ci stiamo arrivando, ma che vorrei anche“esportare” nelle imprese.
Il livello superiore si chiama insight.
Per sociologi, psicologi e psicanalisti significa attivare una capacità di reazione e apprendimento che non sia più successiva a sbagli e errori, ma creativa, modificando lo spazio circostante. Insomma il lampo di genio, che deriva da uno studio applicato.
L'apprendimento per insight è stato teorizzato negli anni '20 osservando, tra l’altro, anche il comportamento degli scimpanzé di fronte al compito di raggiungere un banana tramite l'utilizzo di una serie di bastoni di diversa lunghezza. La soluzione sarebbe stata montando insieme i due bastoni. Dopo lunga esplorazione degli strumenti a propria disposizione, quindi della gabbia e dell'ambiente esterno, lo scimpanzé all'improvviso (come per intuizione) trova la soluzione montando i due bastoni raggiunge la banana. Questo è avvenuto non per tentativi successivi, ma riconfigurando i diversi elementi del sistema (bastoni, gabbia, banana, distanze) al fine di raggiungere lo scopo. In gergo si definisce l' insight come una forma di ragionamento che, piuttosto d’analizzare un problema nei dettagli, tramite un processo di avvicinamento progressivo, consente di raggiunge la soluzione attraverso un'intuizione improvvisa. Sebbene le due forme di ragionamento siano spesso complementari (la progressiva e l’intuizione) l'insight è particolarmente importante nel risolvere problemi nuovi, per i quali le strategie mutuate dall'esperienza si rivelano spesso insufficienti.
La conclusione è semplice: abbiamo bisogno di un “qualcosa in più” che credo si chiami insight e la strada per ottenerlo è studiare, o chiamare in azienda chi cresce seguendo questo schema.
Il testo è di Kurt Lewin (psicologo tedesco di razza ebraica, emigrato forzatamente negli USA) dove vengono descritti diversi esperimenti sul comportamento umano. C’è quello dove alcuni studenti infliggono ad altri compagni scosse elettriche crescenti, quell’altro della Tamara Dembo sulla collera quale problema dinamico che necessita d’una motivazione per attivarsi, l’effetto Zeigarnik (il cameriere che ricorda ordinazioni per centinaia di tavoli e le dimentica tutte al rientro a casa) e molti altri. Ebbene stimolato da questo mio raccontare e discutere tra una coscia di pollo e l’insalata, mio figlio ha custodito negli anni la curiosità di leggere, che adesso è maturata fino a chiedere espressamente questo libro. E’ palese che se non ci fosse stato l’imput, oggi il ragazzino leggerebbe altro, con probabile disperazione del padre!
Questo particolare mi consola non poco, perché ai miei clienti faccio spendere sempre diversi soldi nell’acquisto di una vera e propria biblioteca pertinente alla gestione aziendale, da cui traggo, durante la consulenza, sputi ed esempi, educando l’imprenditore ad andarsi a cercare la fonte dei miei ragionamenti.
E’ probabile che così facendo, anche altri, in azienda possano negli anni sfogliare “i sacri testi” del marketing, gestione risorse umane crescendo nella capacità di vivere l’impresa.
Tutto ciò però non basta, mi rendo conto che serve un passaggio in più, sul quale con il mio ragazzino ci stiamo arrivando, ma che vorrei anche“esportare” nelle imprese.
Il livello superiore si chiama insight.
Per sociologi, psicologi e psicanalisti significa attivare una capacità di reazione e apprendimento che non sia più successiva a sbagli e errori, ma creativa, modificando lo spazio circostante. Insomma il lampo di genio, che deriva da uno studio applicato.
L'apprendimento per insight è stato teorizzato negli anni '20 osservando, tra l’altro, anche il comportamento degli scimpanzé di fronte al compito di raggiungere un banana tramite l'utilizzo di una serie di bastoni di diversa lunghezza. La soluzione sarebbe stata montando insieme i due bastoni. Dopo lunga esplorazione degli strumenti a propria disposizione, quindi della gabbia e dell'ambiente esterno, lo scimpanzé all'improvviso (come per intuizione) trova la soluzione montando i due bastoni raggiunge la banana. Questo è avvenuto non per tentativi successivi, ma riconfigurando i diversi elementi del sistema (bastoni, gabbia, banana, distanze) al fine di raggiungere lo scopo. In gergo si definisce l' insight come una forma di ragionamento che, piuttosto d’analizzare un problema nei dettagli, tramite un processo di avvicinamento progressivo, consente di raggiunge la soluzione attraverso un'intuizione improvvisa. Sebbene le due forme di ragionamento siano spesso complementari (la progressiva e l’intuizione) l'insight è particolarmente importante nel risolvere problemi nuovi, per i quali le strategie mutuate dall'esperienza si rivelano spesso insufficienti.
La conclusione è semplice: abbiamo bisogno di un “qualcosa in più” che credo si chiami insight e la strada per ottenerlo è studiare, o chiamare in azienda chi cresce seguendo questo schema.
L’ottimista stupido
Lascio l’America con il suo presidente che si ostina a dichiarare che la ripresa c’è, arrivo in Italia e sento lo stesso discorso dai nostri leader. Francamente che la ripresa ci sia o no, a me interessa osservarne gli effetti, più che i proclami.
Nello scambio di posta privata, alcuni lettori mi chiedono perché sono “pessimista”. Chi mi conosce, sa che sono ottimista a oltranza e determinato nel trovare sempre una via alternativa. Qui, nella veste ufficiale di analista, non sono ottimista o pessimista, ma uno studioso che da 30 anni analizza e pensa i fatti. Nel mio mestiere è fondante l’esigenza del dubbio conoscitivo.
Sebbene la ripresa ci sia, ma non si veda, per quanto mi riguarda non è un dato su cui riflettere! Il punto è come ci si stia organizzando per un rilancio, che prima o poi ci sarà, perché è nella logica dei fatti e, altro problema, quante imprese riusciranno a reggere fino a quel momento? Non solo, ma quando si riavvierà il sistema economico, chi ne resterà tagliato fuori? Ecco quali sono i miei pensieri. Se ciò di cui mi occupo è ragionare e non annunciare, è anche vero che sulla base dei dati riscontrati è possibile fare delle previsioni.
Ebbene le mie sono negative per un “secondo colpo della crisi”. Perché? Semplice! Negli USA non ci sono idee per gestire la crisi o meglio, si ritiene che basti spendere denaro pubblico per rilanciare l’economia. Su questo aspetto, come economista non sono in accordo e da sociologo ho visto famiglie vivere in una autovettura parcheggiati in un distributore di benzina a Flagstaff (Arizona) quindi in una località non particolarmente depressa degli Stati Uniti.
Ho constatato come la crisi, non sia solo un momento di difficoltà, ma assenza di idee. Con questi presupposti che senso ha essere ottimista o pessimista?
Arrivo in Italia e vedo che la Nazione “dorme”. Il parlamento apre l’8 settembre (che fantasia nella scelta delle date e che brutto presagio!) le aziende che barcollano, cercando una via come se si fossero destate ora da un profondo sonno (solo qualche settimana di agosto) e la Germania che avanza come un panzer. Evviva i tedeschi! E’ dal 1990 che questo paese ha lavorato per dei risultati che solo adesso sono palesi. Un particolare, su questo argomento, mi pare significativo in un’Italia dove il sindacato è in urto facciale con la globalizzazione targata Fiat.
In Germania è stata applicata una normativa sul lavoro, il cosiddetto “pacchetto Harz”, che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti.
Ecco il punto. Nel cuore dell’Europa, si scopre che le variabili non sono più indipendenti. Prima o poi ci arriveranno anche gli italiani e quindi gli americani.
Questo aspetto mi rende “ottimista” e sorrido alla Germania. Possiamo diventare tutti noi un po’ più tedeschi? Questa è la via per gestire la crisi, anche se qualche economista francese (invidioso) si lamenta che i tedeschi non hanno concordato con altri le loro scelte. Il futuro non è collettivo, ma costruito sulle scelte individuali! Ebbene imprenditori italiani, come stiamo a scelte originali puntando su nuovi manager, mercati, prodotti, fattore umano, tecnologia, relazioni industriali? Per tornare a credere in qualcosa, abbiamo bisogno di una politica che per quanto possa essere perfettibile è una direzione, ma questa politica non può più pioverci dall’alto, bensì dobbiamo farla noi, nelle singole imprese, la cui sommatoria darà un indirizzo alla Nazione. Si parla tanto di federalismo ma qui, tornando agli aspetti seri, si tratta di fare da soli per dare un segno a tutti. Ecco la ricetta per credere nel futuro!
Nello scambio di posta privata, alcuni lettori mi chiedono perché sono “pessimista”. Chi mi conosce, sa che sono ottimista a oltranza e determinato nel trovare sempre una via alternativa. Qui, nella veste ufficiale di analista, non sono ottimista o pessimista, ma uno studioso che da 30 anni analizza e pensa i fatti. Nel mio mestiere è fondante l’esigenza del dubbio conoscitivo.
Sebbene la ripresa ci sia, ma non si veda, per quanto mi riguarda non è un dato su cui riflettere! Il punto è come ci si stia organizzando per un rilancio, che prima o poi ci sarà, perché è nella logica dei fatti e, altro problema, quante imprese riusciranno a reggere fino a quel momento? Non solo, ma quando si riavvierà il sistema economico, chi ne resterà tagliato fuori? Ecco quali sono i miei pensieri. Se ciò di cui mi occupo è ragionare e non annunciare, è anche vero che sulla base dei dati riscontrati è possibile fare delle previsioni.
Ebbene le mie sono negative per un “secondo colpo della crisi”. Perché? Semplice! Negli USA non ci sono idee per gestire la crisi o meglio, si ritiene che basti spendere denaro pubblico per rilanciare l’economia. Su questo aspetto, come economista non sono in accordo e da sociologo ho visto famiglie vivere in una autovettura parcheggiati in un distributore di benzina a Flagstaff (Arizona) quindi in una località non particolarmente depressa degli Stati Uniti.
Ho constatato come la crisi, non sia solo un momento di difficoltà, ma assenza di idee. Con questi presupposti che senso ha essere ottimista o pessimista?
Arrivo in Italia e vedo che la Nazione “dorme”. Il parlamento apre l’8 settembre (che fantasia nella scelta delle date e che brutto presagio!) le aziende che barcollano, cercando una via come se si fossero destate ora da un profondo sonno (solo qualche settimana di agosto) e la Germania che avanza come un panzer. Evviva i tedeschi! E’ dal 1990 che questo paese ha lavorato per dei risultati che solo adesso sono palesi. Un particolare, su questo argomento, mi pare significativo in un’Italia dove il sindacato è in urto facciale con la globalizzazione targata Fiat.
In Germania è stata applicata una normativa sul lavoro, il cosiddetto “pacchetto Harz”, che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti.
Ecco il punto. Nel cuore dell’Europa, si scopre che le variabili non sono più indipendenti. Prima o poi ci arriveranno anche gli italiani e quindi gli americani.
Questo aspetto mi rende “ottimista” e sorrido alla Germania. Possiamo diventare tutti noi un po’ più tedeschi? Questa è la via per gestire la crisi, anche se qualche economista francese (invidioso) si lamenta che i tedeschi non hanno concordato con altri le loro scelte. Il futuro non è collettivo, ma costruito sulle scelte individuali! Ebbene imprenditori italiani, come stiamo a scelte originali puntando su nuovi manager, mercati, prodotti, fattore umano, tecnologia, relazioni industriali? Per tornare a credere in qualcosa, abbiamo bisogno di una politica che per quanto possa essere perfettibile è una direzione, ma questa politica non può più pioverci dall’alto, bensì dobbiamo farla noi, nelle singole imprese, la cui sommatoria darà un indirizzo alla Nazione. Si parla tanto di federalismo ma qui, tornando agli aspetti seri, si tratta di fare da soli per dare un segno a tutti. Ecco la ricetta per credere nel futuro!
Questa la devo proprio raccontare! – una politica degli acquisti aggressiva
Quest’anno ho comprato un navigatore satellitare per girare con più serenità sia nella prateria del nord come negli infuocati deserti del sud statunitense. La prima scelta è stata impostata sulla fiducia, rivolgendomi a un importante distributore americano di prodotti elettronici, forte di una capillare presenza in tutta la Nazione; Best Buy. Ho così comprato a 139 dollari.
Sedici giorni dopo però, questa macchinetta nella sua espressione vocale italiana, ci sono ben 27 opzioni diverse nel linguaggio, ha iniziato a perdere colpi non pronunciando bene le vie, quindi tornando da Best Buy di un’altra città e stato, dotato di scontrino, mi lamento del prodotto e pagando la differenza, compro la versione superiore dello stesso modello. Arrivo così a quota 236 dollari.
Passa una settimana e qualcuno mi dice che sono stato imbrogliato, perché il prezzo pagato per la versione avanzata è da considerarsi assurdo. In effetti dopo una rapida indagine di mercato, scopro che avrei potuto avere lo stesso modello “avanzato” a 129 dollari!
Torno da Best Buy chiedendo giustificazioni sul rapporto prezzo pagato e prodotto ottenuto, ma i commessi restano a corto di argomenti, per cui mi restituiscono tutti i soldi spesi, senza alcuna resistenza, ovvero i 236 dollari. Con quell’ammontare mi reco da un altro grande distributore, Radio Shack e chiudo la partita a 129 ottenendo lo stesso prodotto “avanzato” in grado di parlare in italiano e senza difetti.
Ovviamente prima di giungere alla conclusione, ho schivato delle emerite fregature da Fry’s a Las Vegas (altro grande distributore di elettrodomestici ed elettronica) dove il cinese di turno, nel ruolo di commesso, voleva convincermi, per 260 dollari, sulla compatibilità europea del Tom Tom rispetto al Garmin, che ho comprato e sul quale desideravo restare quale marchio e modello.
L’indagine di mercato svolta, ha permesso di mettere a fuoco degli aspetti, nella formulazione del prezzo in America, di grande importanza e questo grazie ai consigli ottenuti dai commessi che molto professionalmente, non hanno difeso il “loro” prodotto, ma spaziato sull’intera gamma d’offerta sul mercato, a vantaggio del cliente (da qui nasce la fiducia incondizionata per questi venditori) Questi professionisti operano in negozi della catena Office Max, Office Depot e Wal Mart (altri 3 distributori molto diffusi nel Paese). Entrando nel dettaglio sulla politica dei prezzi, il sistema funziona così:
a) il più forte distributore d’America (Wal Mart) acquista, prima di tutti gli altri “le novità”, in modo d’assicurare al mercato ampia scelta. In questo modo, ovviamente, l’ultimo prodotto della serie ha un costo elevato, ma al contempo, impone una forte contrazione di prezzo sul modello che prima rappresentava la “novità” e ciò a immediato beneficio degli acquirenti;
b) in questo modo Wal Mart, attira consumatori allargando la sua base di distribuzione, perché richiama sia chi è disposto a spendere per un prodotto appena uscito, che anche coloro che “stavano attendendo” qualche riduzione di prezzo per risparmiare sull’acquisto, desiderando dei beni di un certo livello ma non disposti a pagare il “primo prezzo”;
c) il meccanismo si traduce, in pratica in un nuovo prezzo di 129 o 169 dollari in luogo del precedente di 250 per lo stesso tipo di prodotto, reo d’essere “vecchio” appena di qualche mese (in genere sei, ma spesso anche quattro)
Molti imprenditori mi hanno scritto, in queste ore, per avere dei consigli su come gestire un mercato fiacco o forse gravato da un imminente secondo colpo dalla crisi internazionale. La procedura d’acquisto qui descritta vissuta come cliente, ma studiata quale ricercatore, credo vada meditata e possibilmente applicata. E’ facile concludere che quanto qui descritto è già in uso da noi, che non c’è nulla di nuovo sotto il sole etc.. In realtà la gestione di quello che potrebbe essere definito il mutato corso dell’economia, commercio e industria, alla luce della perdurante crisi, richiede una miriade di micro applicazioni e accorgimenti nel cui complesso (quasi fosse un puzzle) è possibile trovare la personalizzazione della risposta d’impresa ai nuovi bisogni del mercato.
Sedici giorni dopo però, questa macchinetta nella sua espressione vocale italiana, ci sono ben 27 opzioni diverse nel linguaggio, ha iniziato a perdere colpi non pronunciando bene le vie, quindi tornando da Best Buy di un’altra città e stato, dotato di scontrino, mi lamento del prodotto e pagando la differenza, compro la versione superiore dello stesso modello. Arrivo così a quota 236 dollari.
Passa una settimana e qualcuno mi dice che sono stato imbrogliato, perché il prezzo pagato per la versione avanzata è da considerarsi assurdo. In effetti dopo una rapida indagine di mercato, scopro che avrei potuto avere lo stesso modello “avanzato” a 129 dollari!
Torno da Best Buy chiedendo giustificazioni sul rapporto prezzo pagato e prodotto ottenuto, ma i commessi restano a corto di argomenti, per cui mi restituiscono tutti i soldi spesi, senza alcuna resistenza, ovvero i 236 dollari. Con quell’ammontare mi reco da un altro grande distributore, Radio Shack e chiudo la partita a 129 ottenendo lo stesso prodotto “avanzato” in grado di parlare in italiano e senza difetti.
Ovviamente prima di giungere alla conclusione, ho schivato delle emerite fregature da Fry’s a Las Vegas (altro grande distributore di elettrodomestici ed elettronica) dove il cinese di turno, nel ruolo di commesso, voleva convincermi, per 260 dollari, sulla compatibilità europea del Tom Tom rispetto al Garmin, che ho comprato e sul quale desideravo restare quale marchio e modello.
L’indagine di mercato svolta, ha permesso di mettere a fuoco degli aspetti, nella formulazione del prezzo in America, di grande importanza e questo grazie ai consigli ottenuti dai commessi che molto professionalmente, non hanno difeso il “loro” prodotto, ma spaziato sull’intera gamma d’offerta sul mercato, a vantaggio del cliente (da qui nasce la fiducia incondizionata per questi venditori) Questi professionisti operano in negozi della catena Office Max, Office Depot e Wal Mart (altri 3 distributori molto diffusi nel Paese). Entrando nel dettaglio sulla politica dei prezzi, il sistema funziona così:
a) il più forte distributore d’America (Wal Mart) acquista, prima di tutti gli altri “le novità”, in modo d’assicurare al mercato ampia scelta. In questo modo, ovviamente, l’ultimo prodotto della serie ha un costo elevato, ma al contempo, impone una forte contrazione di prezzo sul modello che prima rappresentava la “novità” e ciò a immediato beneficio degli acquirenti;
b) in questo modo Wal Mart, attira consumatori allargando la sua base di distribuzione, perché richiama sia chi è disposto a spendere per un prodotto appena uscito, che anche coloro che “stavano attendendo” qualche riduzione di prezzo per risparmiare sull’acquisto, desiderando dei beni di un certo livello ma non disposti a pagare il “primo prezzo”;
c) il meccanismo si traduce, in pratica in un nuovo prezzo di 129 o 169 dollari in luogo del precedente di 250 per lo stesso tipo di prodotto, reo d’essere “vecchio” appena di qualche mese (in genere sei, ma spesso anche quattro)
Molti imprenditori mi hanno scritto, in queste ore, per avere dei consigli su come gestire un mercato fiacco o forse gravato da un imminente secondo colpo dalla crisi internazionale. La procedura d’acquisto qui descritta vissuta come cliente, ma studiata quale ricercatore, credo vada meditata e possibilmente applicata. E’ facile concludere che quanto qui descritto è già in uso da noi, che non c’è nulla di nuovo sotto il sole etc.. In realtà la gestione di quello che potrebbe essere definito il mutato corso dell’economia, commercio e industria, alla luce della perdurante crisi, richiede una miriade di micro applicazioni e accorgimenti nel cui complesso (quasi fosse un puzzle) è possibile trovare la personalizzazione della risposta d’impresa ai nuovi bisogni del mercato.
Una nuova strategia
Mettiamola giù dura così siamo sinceri quanto diretti e cerchiamo delle soluzioni.
La crisi è forte e siamo in attesa di un secondo colpo le cui avvisaglie sono state anticipate dal Direttore della FED al Congresso degli Stati Uniti. Molti professori e studiosi fuori dal bavaglio del “non si può dire e non lo pubblicare perché produce allarme” sono concordi su un possibile collasso della Cina per ipercrescita e problematiche strutturali (non coordinamento tra un regime comunista e un’economia di mercato).
L’ingolfamento del paese asiatico andrebbe a tutto vantaggio degli Stati Uniti, costretti di fatto a riappropriarsi di quelle manifatture che stupidamente avevano ceduto alla Cina. Ciò significa una profonda revisione del processo di globalizzazione e delocalizzazione, che così troppo frettolosamente erano stati lanciati.
La Germania va bene e resterà la locomotiva dell’euro; in effetti è l’unico sistema paese sicuro su cui puntare. La Russia, i paesi arabi del Golfo o comunque emergenti restano folklore, perché privi di un’ordinata struttura di crescita.
Il vero problema su tutto il sistema economico è la stagnazione e la disoccupazione, destinata a perdurare negli anni per cui bisogna tornare a capire cosa non ha funzionato in Giappone, la cui crisi prosegue da 15 anni (mercato interno immaturo e connessi consumi non in grado di sostenere un’economia moderna).
In Italia il mercato è destinato a fermarsi o quantomeno a restringersi con una profonda ristrutturazione tra operatori. Molti nomi chiuderanno, falliranno o si lasceranno assorbire.
Il rapporto tra consumi privati e reddito va per forza di cose rivisto al ribasso (ma del resto, generalizzando, chi vive con il cellulare attaccato all’orecchio o sistematicamente al di sopra delle proprie possibilità, come non poteva subire un ridimensionamento?) Chi può restare sul mercato o come saranno le imprese che nasceranno dall’ingegno di una nuova generazione di disoccupati? Senza dubbio questi soggetti economici sapranno:
- operare su più mercati contemporaneamente compensando quelli in rallentamento;
- comunicare con i consumatori in forme dirette e motivanti fidelizzandone il rapporto;
- i consumi del futuro saranno caratterizzati da grandi guerre per la fidelizzazione;
- i consumatori del futuro saranno poco fedeli al marchio;
- i produttori offriranno gamme di prodotti differenziati per prezzi stroncando così la prerogativa del basso prezzo, che ha rappresentato la fortuna della Cina (e la sua maledizione). Questo aspetto è nuovo perché sinora, il basso costo del lavoro ha indirizzato le scelte di localizzazione produttiva, quando ora l’alto contenuto culturale delle maestranze ritorna nella sua importanza. I prodotti del futuro saranno realizzati nel mercato di consumo, ma differenziati per prezzi, accogliendo i più bisogni e tasche dei consumatori;
- il processo di selezione del personale sarà più rigido, perché si richiederanno maggiori conoscenze indipendentemente dall’età;
- le procedure d’acquisto della materia prima da parte dei produttori si faranno più rigide ed elaborate, applicando una rotazione dei prodotti molto alta. Non solo, la corsa nell’accaparrarsi l’ultimo manufatto, consentirà delle verticali cadute di prezzo verso i consumatori su quei beni in uso da pochi mesi. Ciò permetterà l’allargamento della base di vendita, aprendo alla guerra dei prezzi (metodo Wal Mart negli USA);
- le forti spese per pubblicità sono destinate ad essere sostituite e ridotte da quelle di fidelizzazione. In pratica passeranno da un massimo del 3% sul fatturato a un 1%;
- quelle bancarie, purtroppo, si attesteranno sul 5% del fatturato dal loro massimo 3% qual’era prima della crisi. Su questo versante il costo del personale scenderà dal massimo che era del 15% per fermarsi al 13% ma in compenso il costo dell’acquistato e lavorato dal suo massimo del 70% si attesterà definitivamente sul 50% grazie alla maggiore severità negli acquisti.
Queste e altre soluzioni saranno studiate e adottate dalle singole imprese, in un dibattito tutto interno a quel “comitato di crisi permanente” di cui si è già detto che rappresenterà il “braccio destro” dell’imprenditore. Ecco quindi la novità: bisogna cavarsela da soli muovendosi adesso. Buon lavoro a tutti.
La crisi è forte e siamo in attesa di un secondo colpo le cui avvisaglie sono state anticipate dal Direttore della FED al Congresso degli Stati Uniti. Molti professori e studiosi fuori dal bavaglio del “non si può dire e non lo pubblicare perché produce allarme” sono concordi su un possibile collasso della Cina per ipercrescita e problematiche strutturali (non coordinamento tra un regime comunista e un’economia di mercato).
L’ingolfamento del paese asiatico andrebbe a tutto vantaggio degli Stati Uniti, costretti di fatto a riappropriarsi di quelle manifatture che stupidamente avevano ceduto alla Cina. Ciò significa una profonda revisione del processo di globalizzazione e delocalizzazione, che così troppo frettolosamente erano stati lanciati.
La Germania va bene e resterà la locomotiva dell’euro; in effetti è l’unico sistema paese sicuro su cui puntare. La Russia, i paesi arabi del Golfo o comunque emergenti restano folklore, perché privi di un’ordinata struttura di crescita.
Il vero problema su tutto il sistema economico è la stagnazione e la disoccupazione, destinata a perdurare negli anni per cui bisogna tornare a capire cosa non ha funzionato in Giappone, la cui crisi prosegue da 15 anni (mercato interno immaturo e connessi consumi non in grado di sostenere un’economia moderna).
In Italia il mercato è destinato a fermarsi o quantomeno a restringersi con una profonda ristrutturazione tra operatori. Molti nomi chiuderanno, falliranno o si lasceranno assorbire.
Il rapporto tra consumi privati e reddito va per forza di cose rivisto al ribasso (ma del resto, generalizzando, chi vive con il cellulare attaccato all’orecchio o sistematicamente al di sopra delle proprie possibilità, come non poteva subire un ridimensionamento?) Chi può restare sul mercato o come saranno le imprese che nasceranno dall’ingegno di una nuova generazione di disoccupati? Senza dubbio questi soggetti economici sapranno:
- operare su più mercati contemporaneamente compensando quelli in rallentamento;
- comunicare con i consumatori in forme dirette e motivanti fidelizzandone il rapporto;
- i consumi del futuro saranno caratterizzati da grandi guerre per la fidelizzazione;
- i consumatori del futuro saranno poco fedeli al marchio;
- i produttori offriranno gamme di prodotti differenziati per prezzi stroncando così la prerogativa del basso prezzo, che ha rappresentato la fortuna della Cina (e la sua maledizione). Questo aspetto è nuovo perché sinora, il basso costo del lavoro ha indirizzato le scelte di localizzazione produttiva, quando ora l’alto contenuto culturale delle maestranze ritorna nella sua importanza. I prodotti del futuro saranno realizzati nel mercato di consumo, ma differenziati per prezzi, accogliendo i più bisogni e tasche dei consumatori;
- il processo di selezione del personale sarà più rigido, perché si richiederanno maggiori conoscenze indipendentemente dall’età;
- le procedure d’acquisto della materia prima da parte dei produttori si faranno più rigide ed elaborate, applicando una rotazione dei prodotti molto alta. Non solo, la corsa nell’accaparrarsi l’ultimo manufatto, consentirà delle verticali cadute di prezzo verso i consumatori su quei beni in uso da pochi mesi. Ciò permetterà l’allargamento della base di vendita, aprendo alla guerra dei prezzi (metodo Wal Mart negli USA);
- le forti spese per pubblicità sono destinate ad essere sostituite e ridotte da quelle di fidelizzazione. In pratica passeranno da un massimo del 3% sul fatturato a un 1%;
- quelle bancarie, purtroppo, si attesteranno sul 5% del fatturato dal loro massimo 3% qual’era prima della crisi. Su questo versante il costo del personale scenderà dal massimo che era del 15% per fermarsi al 13% ma in compenso il costo dell’acquistato e lavorato dal suo massimo del 70% si attesterà definitivamente sul 50% grazie alla maggiore severità negli acquisti.
Queste e altre soluzioni saranno studiate e adottate dalle singole imprese, in un dibattito tutto interno a quel “comitato di crisi permanente” di cui si è già detto che rappresenterà il “braccio destro” dell’imprenditore. Ecco quindi la novità: bisogna cavarsela da soli muovendosi adesso. Buon lavoro a tutti.
L’America è in crisi, ma il vero problema è l’assenza di prospettive
Che l’America sia in crisi francamente non è più una notizia; che anche l’area Euro lo sia è meno diffuso come concetto, ma altrettanto vero (tranne che per la Germania che ha saputo ben muoversi anche in questa congiuntura). Ciò che è curioso, studiando l’attuale crisi economica e sociale dal suo epicentro, gli Stati Uniti, non è tanto solo riconoscere il concetto crisi, ma vedere che non si hanno soluzioni, idee, prospettive, in pratica non c’è una via da percorrere.
La disoccupazione nel Nevada è del 14% (punto massimo nella nazione) mentre nel resto del Paese si aggira intorno al 10%, si vedono nelle stazioni di servizio delle famiglie che vivono dentro la loro autovettura, in quanto hanno perso la casa e probabilmente anche il lavoro. Le importazioni dalla Cina sono enormi e riguardano articoli di normale utilizzo per gli Americani, ormai incapaci di costruire l’ovvio (quel genere di beni che hanno grande mercato interno. Praticamente si vendono più penne e matite che aerei ad alta tecnologia). Così facendo gli Americani si ritirano nel fare solo “complessi e sofisticati macchinari molto costosi”, ma non soggetti a un largo utilizzo. In pratica “da queste parti” si progettano lo Shuttle e i computer, ma poi li si fa assemblare dai cinesi impoverendosi nella fase di costruzione, che è quella che assicura l’assorbimento della disoccupazione. E’ palese che una Nazione, per garantire la democrazia non può tollerare un livello di non occupati oltre una certa soglia. In Italia il terrorismo si affacciò quando il livello di inoccupati oltrepassò il 20%. La scusa ufficiale che usano in genere gli Americani per placare la loro coscienza, è che se il paese asiatico compra i debiti degli USA, allora sono da considerarsi degli “amici”, per cui delegare loro la produzione di base per le necessità dell’America è un “equo scambio”. Resta però il problema di fondo: fermare la montagna di debiti che gli Stati Uniti stanno accumulando. Ecco dove mancano sia gli scenari che le grandi guide, tra cui la Casa Bianca brilla per assenza.
La soluzione non è “vendere” i debiti, ma produrre per il mercato interno assorbendo disoccupazione ma qui, negli USA non lo dice nessuno, anzi non lo pensano neppure! Ecco dov’è la confusione, il non aver idee o progetti su cui indirizzarsi. Sapete dov’è “il criminale”? aver chiesto voti per dirigere un mondo non sapendo quali scelte lanciare: obama.
In conclusione, la crisi e tanto grave quando non si hanno idee, opinioni e punti di vista per affrontarla. Che momenti di riflessione o di rottura del mercato avvengano, fa parte della naturale evoluzione della vita, ma che non si sappia ancora come muoversi a 2 anni dal conclamarsi del fallimento di un sistema, pone un altro problema: ma chi studia, che cosa sta combinando?
In attesa che venga formulata una serie di alternative, per indicarci come poter gestire questo lungo momento di stasi (va ricordato che il Giappone è fermo da 15 anni) credo sia saggio che ogni Governo, Università, ciascuna impresa, riscriva “le regole di ingaggio”, chiedendosi cosa fare senza cercare le soluzioni nel già scritto, ma avviando una nuova ricerca originale nella lettura dei fatti.
La novità clamorosa è che mentre negli anni Trenta come Sessanta potevamo chiedere ai ricercatori l’uso di dottrine per affrontare il mercato, oggi questa possibilità non c’è più. Ognuno fa per sè ma chi non si muove perisce. Con questa impostazione tutte le aziende devono dotarsi di una loro politica commerciale, degli acquisti, del personale, di marketing e qualità. Tutte le imprese devono saper comunicare al mercato quale scelta hanno adottato e perché, aprendo così un dialogo in grado di consentire di restare in attività. Vivere è ancora più difficile rispetto a 2 anni fa, ma privarsi degli strumenti per organizzare una risposta è sciocco. Chiarito questo passaggio ora serve organizzarsi; come si fa?
Anche qui ci sono delle novità. Le aziende non possono più fare da sole, chi si chiude è perduto. Al contrario serve aprirsi all’Associazione di categoria frequentandone i più incontri, chiedere alle Università opinioni, leggere, studiare, ricorrere alla consulenza. Da questo mix, in cui l’imprenditore smette d’essere un operaio specializzato e assume le sue funzioni nel “pensare per agire”, ci sono le risposte per aprire una nuova stagione. Al lavoro!
La disoccupazione nel Nevada è del 14% (punto massimo nella nazione) mentre nel resto del Paese si aggira intorno al 10%, si vedono nelle stazioni di servizio delle famiglie che vivono dentro la loro autovettura, in quanto hanno perso la casa e probabilmente anche il lavoro. Le importazioni dalla Cina sono enormi e riguardano articoli di normale utilizzo per gli Americani, ormai incapaci di costruire l’ovvio (quel genere di beni che hanno grande mercato interno. Praticamente si vendono più penne e matite che aerei ad alta tecnologia). Così facendo gli Americani si ritirano nel fare solo “complessi e sofisticati macchinari molto costosi”, ma non soggetti a un largo utilizzo. In pratica “da queste parti” si progettano lo Shuttle e i computer, ma poi li si fa assemblare dai cinesi impoverendosi nella fase di costruzione, che è quella che assicura l’assorbimento della disoccupazione. E’ palese che una Nazione, per garantire la democrazia non può tollerare un livello di non occupati oltre una certa soglia. In Italia il terrorismo si affacciò quando il livello di inoccupati oltrepassò il 20%. La scusa ufficiale che usano in genere gli Americani per placare la loro coscienza, è che se il paese asiatico compra i debiti degli USA, allora sono da considerarsi degli “amici”, per cui delegare loro la produzione di base per le necessità dell’America è un “equo scambio”. Resta però il problema di fondo: fermare la montagna di debiti che gli Stati Uniti stanno accumulando. Ecco dove mancano sia gli scenari che le grandi guide, tra cui la Casa Bianca brilla per assenza.
La soluzione non è “vendere” i debiti, ma produrre per il mercato interno assorbendo disoccupazione ma qui, negli USA non lo dice nessuno, anzi non lo pensano neppure! Ecco dov’è la confusione, il non aver idee o progetti su cui indirizzarsi. Sapete dov’è “il criminale”? aver chiesto voti per dirigere un mondo non sapendo quali scelte lanciare: obama.
In conclusione, la crisi e tanto grave quando non si hanno idee, opinioni e punti di vista per affrontarla. Che momenti di riflessione o di rottura del mercato avvengano, fa parte della naturale evoluzione della vita, ma che non si sappia ancora come muoversi a 2 anni dal conclamarsi del fallimento di un sistema, pone un altro problema: ma chi studia, che cosa sta combinando?
In attesa che venga formulata una serie di alternative, per indicarci come poter gestire questo lungo momento di stasi (va ricordato che il Giappone è fermo da 15 anni) credo sia saggio che ogni Governo, Università, ciascuna impresa, riscriva “le regole di ingaggio”, chiedendosi cosa fare senza cercare le soluzioni nel già scritto, ma avviando una nuova ricerca originale nella lettura dei fatti.
La novità clamorosa è che mentre negli anni Trenta come Sessanta potevamo chiedere ai ricercatori l’uso di dottrine per affrontare il mercato, oggi questa possibilità non c’è più. Ognuno fa per sè ma chi non si muove perisce. Con questa impostazione tutte le aziende devono dotarsi di una loro politica commerciale, degli acquisti, del personale, di marketing e qualità. Tutte le imprese devono saper comunicare al mercato quale scelta hanno adottato e perché, aprendo così un dialogo in grado di consentire di restare in attività. Vivere è ancora più difficile rispetto a 2 anni fa, ma privarsi degli strumenti per organizzare una risposta è sciocco. Chiarito questo passaggio ora serve organizzarsi; come si fa?
Anche qui ci sono delle novità. Le aziende non possono più fare da sole, chi si chiude è perduto. Al contrario serve aprirsi all’Associazione di categoria frequentandone i più incontri, chiedere alle Università opinioni, leggere, studiare, ricorrere alla consulenza. Da questo mix, in cui l’imprenditore smette d’essere un operaio specializzato e assume le sue funzioni nel “pensare per agire”, ci sono le risposte per aprire una nuova stagione. Al lavoro!
Le prospettive a breve
Andando verso il Gran Canyon National Park da Flagstaff (Arizona), in uno sperduto paesino all’incrocio tra due strade, c’e’ un piccolo museo aeronautico. Qui è conservato l’aereo, da cui il Gen. MacArthur comandò le truppe sia contro la Corea del nord, nei primi anni Cinquanta, che i giapponesi durante il secondo conflitto. Il veivolo, un quadrimotore (l’Oceano Pacifico è un’area molto estesa) per quell’epoca rappresentava il 747 Jumbo Jet di oggi, che è ancora al top del trasporto aereo, per carico di persone e merci.
Ebbene oggi questo “grande aereo” per storia e dimensioni è quasi un rottame, esposto in un museo di un paesino appena indicato sulle mappe. L’emozione storica, nel rivedere ogni anno questo apparecchio, per me è grandissima. Il Gen McArthur oltre a uscire vittorioso dal duro quanto crudele confronto militare, piegando anche i comunisti nel nord della Corea fu cacciato dall’allora Presidente Truman, perchè intenzionato a portare la reazione militare aerea oltre il confine nord coreano, quindi direttamente in Cina, ovvero colpire il mandante della guerra.
Tutto questo oggi è storia e contribuisce a forgiare le giovani menti (almeno quelle fertili).
Più osservo compiaciuto questo aereo e più vedo una consistente coltre di nubi, molto nere, avvicinarsi da sud verso di me, talmente minacciose da non poter scorgere neppure quel bordo di sereno, alle sue estremità, che in genere ci viene concesso. Insomma è tutto buio, tanto che presto viene giù una di quelle piogge torrenziali con grandine annessa, che solo sull’altopiano del Colorado. Ebbene se dovessi sintetizzare l’America con un’immagine dopo 2 mesi abbondanti che giro da uno stato all’altro e oltre 9.000 miglia percorse a oggi, credo che questa sia l’immagine più adeguata: un mondo di valori parcheggiato in un museo dell’estrema periferia, sotto l’incombente pioggia e grandine senza poter scorgere all’orizzonte alcun bordo di sereno.
Ebbene oggi questo “grande aereo” per storia e dimensioni è quasi un rottame, esposto in un museo di un paesino appena indicato sulle mappe. L’emozione storica, nel rivedere ogni anno questo apparecchio, per me è grandissima. Il Gen McArthur oltre a uscire vittorioso dal duro quanto crudele confronto militare, piegando anche i comunisti nel nord della Corea fu cacciato dall’allora Presidente Truman, perchè intenzionato a portare la reazione militare aerea oltre il confine nord coreano, quindi direttamente in Cina, ovvero colpire il mandante della guerra.
Tutto questo oggi è storia e contribuisce a forgiare le giovani menti (almeno quelle fertili).
Più osservo compiaciuto questo aereo e più vedo una consistente coltre di nubi, molto nere, avvicinarsi da sud verso di me, talmente minacciose da non poter scorgere neppure quel bordo di sereno, alle sue estremità, che in genere ci viene concesso. Insomma è tutto buio, tanto che presto viene giù una di quelle piogge torrenziali con grandine annessa, che solo sull’altopiano del Colorado. Ebbene se dovessi sintetizzare l’America con un’immagine dopo 2 mesi abbondanti che giro da uno stato all’altro e oltre 9.000 miglia percorse a oggi, credo che questa sia l’immagine più adeguata: un mondo di valori parcheggiato in un museo dell’estrema periferia, sotto l’incombente pioggia e grandine senza poter scorgere all’orizzonte alcun bordo di sereno.
La cicatrice non invalidante
A Flagstaff (Arizona) scendo a fare colazione in albergo e trovo seduta davanti a me, di spalle, una Signora non più giovane, ma orgogliosa nella sua vitalità, che espone un generosa scollatura sia sulla schiena che probabilmente anche sul décolté.
Ciò che mi ha colpito è stato vedere sulla schiena una profonda quanto estesa cicatrice.
Credo che le “sue” coetanee italiane non sarebbero state così generose e anticonformiste, considerando generalmente la cicatrice concettualmente invalidante per la loro estetica, qui invece la Signora ha incorporato la sua storia e evoluzione fisica, accettandosi.
A parte la profonda emozione e rispetto che ho provato per questa impavida e coraggiosa Signora, il pensiero corre alle nostre imprese. Nel paragone la cicatrice potrebbe essere una condanna, un affare non risolto adeguatamente, una causa o quant’altro. Ebbene in tanti anni, non ho mai visto degli imprenditori capaci di “capitalizzare” le brutte avventure, discutendone apertamente in azienda studiando come non ricadere nell’errore commesso, facendo scuola dalla brutta avventura. Insomma trovo poca-pochissima autocritica e molta voglia di “nascondere”. Quindi una strutturale incapacità d’analisi (in genere il ragionamento tipo che viene sovente applicato è “speriamo che me la cavo”, oppure, è sempre stato fatto così”) quindi una diffusa tendenza “a campare alla giornata”. Ebbene questo “metodo” di sopravvivenza non è corretto! Servono politiche del personale per contenere i costi e alzare la produzione, quindi piani di marketing, ma non mi dilungo sul già detto in altre puntate di questo epistolario americano 2010. Sicuramente serve la capacità di far tesoro delle brutte esperienze ragionandoci sopra, trasformando il tutto in “casi scuola”, ampiamente dibattuti tra le persone più fidate in azienda. A tal proposito serve rammentare quanto sia strategico formare in azienda quel “comitato di crisi dedito alla formazione delle strategie” che permanentemente analizzi cosa fare al modificarsi degli scenari.
Il comitato è un gruppo ristretto presieduto dall’imprenditore che quotidianamente riunisce per 15 minuti (non di più altrimenti subentra l’assuefazione e noia il che è un pericolo mortale) le sue teste pensanti per fare il punto della situazione. E’ importante che ognuno sia educato a dire la sua senza alcun ritegno e timore (sempre nel rispetto delle più ovvie regole di convivenza civile). Da questo scambio di opinioni si ottengono dei risultati del tipo:
- l’imprenditore è stimolato dal contradditorio ponendosi in discussione e in questa maniera cresce in vedute e prospettive;
- la gente più fidata si trova in una posizione evolutiva sia nel ruolo che nella partecipazione agli eventi dell’impresa sentendosene parte integrante;
- la “tempesta di cervelli” (brainstorm) che ne deriva dall’interazione, se verbalizzata affinchè nessuna idea vada perduta, contribuisce a costituire un diario da rileggere nel corso del tempo per trovare soluzioni ai più casi. Un metodo di lavoro di questo tipo andrebbe incontro a quel bisogno di personalizzazione delle politiche aziendali utile per saper ben fronteggiare l’attuale depressione economica. Come già affermato in altri passaggi del Taccuino Americano 2010, siamo entrati nell’era delle soluzioni individuali essendo venute meno le scuole di pensiero. La sfaccettature degli eventi è così complessa e articolata che non è più possibile parlare di “punti di equilibrio” e dottrine, ma la nuova prospettiva è quella di formare politiche commerciali-di marketing-negli acquisti-nella qualità che siano specifiche e personali per quell’impresa e non altre. Per giungere a questo livello serve l’attivazione di questo comitato di studio interno all’azienda.
- questa iniziativa che non aumenta i costi aziendali (non c’è straordinario da pagare) apre alla formulazione delle strategie d’impresa che andrebbero anche spiegate ai consumatori per ottenere fidelizzazione.
Gli incontri da 15 minuti al giorno è saggio che siano organizzati intorno a un caffè fumante, brioches invitanti e qualcosa che rispetti questa strategia: “fare sempre un’offerta che non si può rifiutare” Al termine di una giornata di lavoro, verso il tardo pomeriggio, nell’osservanza dell’orario, è difficile che non faccia piacere fermarsi a riflettere intorno a un aperitivo.
Se tutto questo venisse rispettato, in azienda si penserebbe di più quindi si vale anche di più sui mercati in quote e vendite. Ecco che gli errori sono motivo di crescita e non di vergogna.
In questa maniera potremo fregiarci di un bel décolté, con quella dignità che le donne sanno così ben esporre.
Ciò che mi ha colpito è stato vedere sulla schiena una profonda quanto estesa cicatrice.
Credo che le “sue” coetanee italiane non sarebbero state così generose e anticonformiste, considerando generalmente la cicatrice concettualmente invalidante per la loro estetica, qui invece la Signora ha incorporato la sua storia e evoluzione fisica, accettandosi.
A parte la profonda emozione e rispetto che ho provato per questa impavida e coraggiosa Signora, il pensiero corre alle nostre imprese. Nel paragone la cicatrice potrebbe essere una condanna, un affare non risolto adeguatamente, una causa o quant’altro. Ebbene in tanti anni, non ho mai visto degli imprenditori capaci di “capitalizzare” le brutte avventure, discutendone apertamente in azienda studiando come non ricadere nell’errore commesso, facendo scuola dalla brutta avventura. Insomma trovo poca-pochissima autocritica e molta voglia di “nascondere”. Quindi una strutturale incapacità d’analisi (in genere il ragionamento tipo che viene sovente applicato è “speriamo che me la cavo”, oppure, è sempre stato fatto così”) quindi una diffusa tendenza “a campare alla giornata”. Ebbene questo “metodo” di sopravvivenza non è corretto! Servono politiche del personale per contenere i costi e alzare la produzione, quindi piani di marketing, ma non mi dilungo sul già detto in altre puntate di questo epistolario americano 2010. Sicuramente serve la capacità di far tesoro delle brutte esperienze ragionandoci sopra, trasformando il tutto in “casi scuola”, ampiamente dibattuti tra le persone più fidate in azienda. A tal proposito serve rammentare quanto sia strategico formare in azienda quel “comitato di crisi dedito alla formazione delle strategie” che permanentemente analizzi cosa fare al modificarsi degli scenari.
Il comitato è un gruppo ristretto presieduto dall’imprenditore che quotidianamente riunisce per 15 minuti (non di più altrimenti subentra l’assuefazione e noia il che è un pericolo mortale) le sue teste pensanti per fare il punto della situazione. E’ importante che ognuno sia educato a dire la sua senza alcun ritegno e timore (sempre nel rispetto delle più ovvie regole di convivenza civile). Da questo scambio di opinioni si ottengono dei risultati del tipo:
- l’imprenditore è stimolato dal contradditorio ponendosi in discussione e in questa maniera cresce in vedute e prospettive;
- la gente più fidata si trova in una posizione evolutiva sia nel ruolo che nella partecipazione agli eventi dell’impresa sentendosene parte integrante;
- la “tempesta di cervelli” (brainstorm) che ne deriva dall’interazione, se verbalizzata affinchè nessuna idea vada perduta, contribuisce a costituire un diario da rileggere nel corso del tempo per trovare soluzioni ai più casi. Un metodo di lavoro di questo tipo andrebbe incontro a quel bisogno di personalizzazione delle politiche aziendali utile per saper ben fronteggiare l’attuale depressione economica. Come già affermato in altri passaggi del Taccuino Americano 2010, siamo entrati nell’era delle soluzioni individuali essendo venute meno le scuole di pensiero. La sfaccettature degli eventi è così complessa e articolata che non è più possibile parlare di “punti di equilibrio” e dottrine, ma la nuova prospettiva è quella di formare politiche commerciali-di marketing-negli acquisti-nella qualità che siano specifiche e personali per quell’impresa e non altre. Per giungere a questo livello serve l’attivazione di questo comitato di studio interno all’azienda.
- questa iniziativa che non aumenta i costi aziendali (non c’è straordinario da pagare) apre alla formulazione delle strategie d’impresa che andrebbero anche spiegate ai consumatori per ottenere fidelizzazione.
Gli incontri da 15 minuti al giorno è saggio che siano organizzati intorno a un caffè fumante, brioches invitanti e qualcosa che rispetti questa strategia: “fare sempre un’offerta che non si può rifiutare” Al termine di una giornata di lavoro, verso il tardo pomeriggio, nell’osservanza dell’orario, è difficile che non faccia piacere fermarsi a riflettere intorno a un aperitivo.
Se tutto questo venisse rispettato, in azienda si penserebbe di più quindi si vale anche di più sui mercati in quote e vendite. Ecco che gli errori sono motivo di crescita e non di vergogna.
In questa maniera potremo fregiarci di un bel décolté, con quella dignità che le donne sanno così ben esporre.
Quando la notizia è azzeccata
Da un anno scrivo in un sito americano ragionando sulle tendenze della società moderna e di economia internazionale. Finora ho ricevuto 750.000 click sui diversi testi pur non essendo nel grande circuito nazionale.
Ieri, 17 agosto, ho lanciato un messaggio molto breve di questo tipo: in una società la legge e' solo l’espressione di un momento. Pensare di governare bene una nazione, solo applicando la norma scritta e i codici come la Costituzione, e'restrittivo.
Il politico, al contrario di un mero magistrato, deve saper intercettare i bisogni della Nazione, facendosene interprete consegnando nuove chiave di lettura per l’ordinamento giuridico, in base ai mutati scenari che la comunità nazionale esprime. E' il caso della moschea che sarà costruita provocatoriamente in Ground Zero a New York. Il Presidente obama, tradizionalmente a corto di idee e spunti, ha scelto d’applicare la legge sulla parità dei credi religiosi, (allora, quando la norma fu varata, si credette che avrebbero potuto convivere pacificamente) Così facendo l’attuale presidente degli Stati Uniti ha perso la presidenza con ben 2 anni di anticipo; e' un record!
Un testo così impostato ha riscosso, a grande sorpresa, ben 25.000 letture in un solo giorno. Sono numeri che si avvicinano a quello delle testate giornalistiche locali. Cos’è accaduto?
E’ probabile che in un mondo di quotidianità, nel momento in cui alziamo il tiro e ci avviamo nel ragionare sulle grandi visuali e la motivazione dei fatti, impegnando in questo modo i prossimi mesi e anni, immediatamente l’attenzione del lettore si desta, risollevandosi da una noia mortale, costituita dai piccoli fatti di tutti i giorni. Con questi risultati è possibile affermare quanto la gente sia stanca di quotidianità, ricercando al contrario le grandi visuali.
Immediatamente il pensiero corre all’Italia, di cui qualche eco giunge fin qui in Arizona attraverso internet e qualche turista, che incontro lungo i sentieri del Gran Canyon. Ebbene con questa rinnovata sensibilità non riesco a trovare notizie dal panorama politico, sociale e economico nazionale, che vadano oltre il quotidiano.
Un politico divorzia dall’altro (dov’è la notizia?) l’opposizione dorme, priva di concetti e argomenti, qualche funerale di stato, ma in tutto questo “quotidiano”, chi ha la capacità d’interrogarsi su cosa saremo fra 18 mesi o 5 anni? Ecco che entrare su questi temi, alza enormemente l’audience e quindi lo spessore di riflessione. Un ragionamento come questo vale per la politica, ma anche e soprattutto per le imprese. Chi sa investire e comunicare e chi cerca di spiegare il proprio ruolo sul mercato è destinato a essere ascoltato, aumentando le vendite. Semplice vero?
Ieri, 17 agosto, ho lanciato un messaggio molto breve di questo tipo: in una società la legge e' solo l’espressione di un momento. Pensare di governare bene una nazione, solo applicando la norma scritta e i codici come la Costituzione, e'restrittivo.
Il politico, al contrario di un mero magistrato, deve saper intercettare i bisogni della Nazione, facendosene interprete consegnando nuove chiave di lettura per l’ordinamento giuridico, in base ai mutati scenari che la comunità nazionale esprime. E' il caso della moschea che sarà costruita provocatoriamente in Ground Zero a New York. Il Presidente obama, tradizionalmente a corto di idee e spunti, ha scelto d’applicare la legge sulla parità dei credi religiosi, (allora, quando la norma fu varata, si credette che avrebbero potuto convivere pacificamente) Così facendo l’attuale presidente degli Stati Uniti ha perso la presidenza con ben 2 anni di anticipo; e' un record!
Un testo così impostato ha riscosso, a grande sorpresa, ben 25.000 letture in un solo giorno. Sono numeri che si avvicinano a quello delle testate giornalistiche locali. Cos’è accaduto?
E’ probabile che in un mondo di quotidianità, nel momento in cui alziamo il tiro e ci avviamo nel ragionare sulle grandi visuali e la motivazione dei fatti, impegnando in questo modo i prossimi mesi e anni, immediatamente l’attenzione del lettore si desta, risollevandosi da una noia mortale, costituita dai piccoli fatti di tutti i giorni. Con questi risultati è possibile affermare quanto la gente sia stanca di quotidianità, ricercando al contrario le grandi visuali.
Immediatamente il pensiero corre all’Italia, di cui qualche eco giunge fin qui in Arizona attraverso internet e qualche turista, che incontro lungo i sentieri del Gran Canyon. Ebbene con questa rinnovata sensibilità non riesco a trovare notizie dal panorama politico, sociale e economico nazionale, che vadano oltre il quotidiano.
Un politico divorzia dall’altro (dov’è la notizia?) l’opposizione dorme, priva di concetti e argomenti, qualche funerale di stato, ma in tutto questo “quotidiano”, chi ha la capacità d’interrogarsi su cosa saremo fra 18 mesi o 5 anni? Ecco che entrare su questi temi, alza enormemente l’audience e quindi lo spessore di riflessione. Un ragionamento come questo vale per la politica, ma anche e soprattutto per le imprese. Chi sa investire e comunicare e chi cerca di spiegare il proprio ruolo sul mercato è destinato a essere ascoltato, aumentando le vendite. Semplice vero?
Las Vegas: caspita che lezione!
Concettualmente questo articolo nasce come conclusivo al Dossier America, per i lettori di SIDERWEB nel contesto del Taccuino Americano 2010, ma sono accaduti dei fatti così gravi di vita vissuta e utili a tutti, che meritano d’essere illustrati affinchè possano dare conforto in caso di difficoltà.
Ieri, partito da Elko (nel nord del Nevada) dopo 9 ore di guida, attraversando paesaggi di una solitudine estrema, belli quanto terribili e per questo formativi, arrivo finalmente a Las Vegas. Francamente durante il tragitto, assorto dal contesto e dalle 500 miglia percorse, non ho prestato attenzione ai messaggi sul cellulare.
Giunto in camera scopro d’aver speso, con la mia carta di credito, ben 2.500 dollari a New York durante lo stesso pomeriggio. In Italia sono le 5 del mattino e pago 30 euro in telefonate per parlare con qualcuno della carta di credito, che ovviamente non trovo, per capire se è un errore, quindi alla quarta telefonata decido di bloccare la carta.
Non solo ma dandomi da fare, invio anche un fax di disconoscimento della spesa, al numero per le emergenze del gestore della carta che, però, nelle ore notturne ha disattivato la ricezione!
Non resta che attendere le 9 del mattino (ora italiana) e parlare sia con la banca che ha ricevuto le mie ultime 3 email senza rispondermi, che con un operatore della carta il quale mi conferma l’addebito, ma non la sua validità (chissà che vuol dire), mi invita a stare tranquillo e mi chiede di rifarmi vivo l’11 agosto per contestare l’addebito (ma se sto parlando il 4 d’agosto, perché farmi richiamare nuovamente?) L’operatore conclude che se addebito ci sarà, al rientro in Italia (a settembre) presenterò alle autorità italiane una denuncia, quindi rigetterò le spese. In questo modo la banca è probabile, che nell’arco di qualche mese, dopo aver eseguito l’addebito, mi restituisca il tutto. Francamente perplesso da tanto distacco rispetto a chi mi dovrebbe consigliare e aiutare, decido di “fare di testa mia”, perché non mi fido del sistema italiano.
Alle prime ore dell’alba (americane) mi reco presso uno dei punti vendita, a Las Vegas, della catena di supermercati TARGET, affinchè, tramite la locale sicurezza, informino New York che non riconosco quelle spese, fatte poche ore prima con la mia carta di credito.
Quindi mi reco presso la stazione di polizia, sempre di Las Vegas e sporgo denuncia che viene contestualmente inviata a New York. A me si rilascia ricevuta con il numero di telefono dell’agente di polizia di New York, incaricato d’investigare sui fatti.
Armato di denuncia, ritorno nel supermercato TARGET e completo la mia prima dichiarazione.
Giunta a sera torno da TARGET per accertarmi che sia partita la segnalazione a New York, non trovo il funzionario, ma mi viene fornito un numero telefonico gratuito a cui spiegare nuovamente i fatti, aprire così un file e vedermi riconosciute le scuse ufficiali (per iscritto, mezzo email) dalla Società che conferma il rimborso di quanto illegalmente addebitatomi.
Forte di tutti questi passaggi inoltro ogni cosa in Italia sia alla banca che all’Ufficio sicurezza della carta i quali non hanno risposto (forse non sanno cosa fare).
Conclusioni. Il sistema americano sarà anche in crisi, ma funziona; quello italiano probabilmente non è in crisi ma non funziona, perché non sa gestire le problematiche.
Al di là delle informazioni utili qui contente, la morale è semplice: passare al contrattacco! Non fidarsi del lassismo includente delle nostre istituzioni bancarie e “inventari” una propria via, costringendo le strutture italiane a inseguire e aderire alla nostra iniziativa.
Quest’articolo doveva iniziare con queste parole: dobbiamo rassegnarci a non avere più, per i prossimi anni, una guida nelle scelte del sistema americano in economia come in politica, ma alla luce di quanto accaduto e imparato in queste ore, il pezzo va rivisto, affermando che questa nazione è sana nella struttura sociale quanto funzionale, anche se in crisi sul piano economico e politico. Ecco perché l’America sarà la prima a uscire delle difficoltà. Pensandoci bene assomiglia alle nostre aziende, sane nella struttura, ma che segnano il passo. Quindi per essere certi di superare la nostra crisi serve che la struttura aziendale, motivazionale e commerciale sia sana!
Ieri, partito da Elko (nel nord del Nevada) dopo 9 ore di guida, attraversando paesaggi di una solitudine estrema, belli quanto terribili e per questo formativi, arrivo finalmente a Las Vegas. Francamente durante il tragitto, assorto dal contesto e dalle 500 miglia percorse, non ho prestato attenzione ai messaggi sul cellulare.
Giunto in camera scopro d’aver speso, con la mia carta di credito, ben 2.500 dollari a New York durante lo stesso pomeriggio. In Italia sono le 5 del mattino e pago 30 euro in telefonate per parlare con qualcuno della carta di credito, che ovviamente non trovo, per capire se è un errore, quindi alla quarta telefonata decido di bloccare la carta.
Non solo ma dandomi da fare, invio anche un fax di disconoscimento della spesa, al numero per le emergenze del gestore della carta che, però, nelle ore notturne ha disattivato la ricezione!
Non resta che attendere le 9 del mattino (ora italiana) e parlare sia con la banca che ha ricevuto le mie ultime 3 email senza rispondermi, che con un operatore della carta il quale mi conferma l’addebito, ma non la sua validità (chissà che vuol dire), mi invita a stare tranquillo e mi chiede di rifarmi vivo l’11 agosto per contestare l’addebito (ma se sto parlando il 4 d’agosto, perché farmi richiamare nuovamente?) L’operatore conclude che se addebito ci sarà, al rientro in Italia (a settembre) presenterò alle autorità italiane una denuncia, quindi rigetterò le spese. In questo modo la banca è probabile, che nell’arco di qualche mese, dopo aver eseguito l’addebito, mi restituisca il tutto. Francamente perplesso da tanto distacco rispetto a chi mi dovrebbe consigliare e aiutare, decido di “fare di testa mia”, perché non mi fido del sistema italiano.
Alle prime ore dell’alba (americane) mi reco presso uno dei punti vendita, a Las Vegas, della catena di supermercati TARGET, affinchè, tramite la locale sicurezza, informino New York che non riconosco quelle spese, fatte poche ore prima con la mia carta di credito.
Quindi mi reco presso la stazione di polizia, sempre di Las Vegas e sporgo denuncia che viene contestualmente inviata a New York. A me si rilascia ricevuta con il numero di telefono dell’agente di polizia di New York, incaricato d’investigare sui fatti.
Armato di denuncia, ritorno nel supermercato TARGET e completo la mia prima dichiarazione.
Giunta a sera torno da TARGET per accertarmi che sia partita la segnalazione a New York, non trovo il funzionario, ma mi viene fornito un numero telefonico gratuito a cui spiegare nuovamente i fatti, aprire così un file e vedermi riconosciute le scuse ufficiali (per iscritto, mezzo email) dalla Società che conferma il rimborso di quanto illegalmente addebitatomi.
Forte di tutti questi passaggi inoltro ogni cosa in Italia sia alla banca che all’Ufficio sicurezza della carta i quali non hanno risposto (forse non sanno cosa fare).
Conclusioni. Il sistema americano sarà anche in crisi, ma funziona; quello italiano probabilmente non è in crisi ma non funziona, perché non sa gestire le problematiche.
Al di là delle informazioni utili qui contente, la morale è semplice: passare al contrattacco! Non fidarsi del lassismo includente delle nostre istituzioni bancarie e “inventari” una propria via, costringendo le strutture italiane a inseguire e aderire alla nostra iniziativa.
Quest’articolo doveva iniziare con queste parole: dobbiamo rassegnarci a non avere più, per i prossimi anni, una guida nelle scelte del sistema americano in economia come in politica, ma alla luce di quanto accaduto e imparato in queste ore, il pezzo va rivisto, affermando che questa nazione è sana nella struttura sociale quanto funzionale, anche se in crisi sul piano economico e politico. Ecco perché l’America sarà la prima a uscire delle difficoltà. Pensandoci bene assomiglia alle nostre aziende, sane nella struttura, ma che segnano il passo. Quindi per essere certi di superare la nostra crisi serve che la struttura aziendale, motivazionale e commerciale sia sana!
Elko – deserto del Nevada: cosa possiamo imparare dalla crisi USA
Ormai sono 40 giorni che sto osservando l’America, percorse 7.400 miglia, incontrate molte persone e presi tanti appunti; è l’ora di un primo bilancio, anche se mancano altrettanti giorni al rientro in Italia.
Il Paese è in crisi, lo sa ma non reagisce, perché non vede come e cosa fare. Apparentemente lo stallo è economico quindi misurato con i normali parametri macroeconomici, ma in realtà è sociale insito nel modello di sviluppo personale, per cui è molto più difficile monitorarne gli effetti.
Per spiegarmi meglio, ecco alcuni passaggi fondamentali:
- nei supermercati l’afflusso di clientela è ridotto del 50% e si registra un calo del 24% nel settore del turismo;
- oltre le statistiche sul un piano più semplice delle impressioni personali, sono stato al cinema, per vedere un film uscito da 2 settimane ed eravamo in 9 persone nella fascia oraria serale;
- l’incidenza di obesi sul totale della popolazione è molto più alto rispetto al passato, il che spiega come qui si sprechi più che solo consumare. Ovviamente per obesi non si intende il sovrappeso, ma una condizione di triplicazione nella massa corporea. Questa trasformazione indica come gli Americani si gettino sul cibo con una voracità pari al bisogno di consumo per altri beni non essenziali, il che determina un “costo Nazione” molto alto, rispetto alla effettiva produzione. In poche parole qui negli USA si produce debito più che ricchezza.
- Per scelta politica (più democratica che repubblicana) si è deciso di delocalizzare la produzione di base nei paesi in via di sviluppo e in Cina in particolare. In questo modo i beni di questo tipo (che sono l’80% del consumo della Nazione) come forchette, piatti, carta, penne, pentole etc.. sono tutti “made in China” e l’America compra quanto necessario da altri, delegando capitale e lavoro.
- E’ magra la soddisfazione nel produrre macchine e impianti, perché questi coprono appena il 12% del fabbisogno della Nazione. L’effetto perverso della scelta d’aver consegnato i propri bisogni primari ai cinesi è nella disoccupazione al 10% (rispetto una media del 5% massimo negli ultimi 40 anni)
- Con un 10% di persone che non lavorano (dato ufficiale, ma che nella realtà è più vasto) c’è minore ricchezza prodotta. Se a questo nuovo livello di massa monetaria, non corrisponde una pari contrazione del consumo, allora c’è creazione di debito. Gli USA proseguono a produrre debiti! Oggi chi compra i debiti degli americani, principalmente sono i cinesi, ma non è detto che proseguano nel tempo, inoltre questo disequilibrio non può essere strutturale.
- In ultima analisi non c’è nessuno che sappia o voglia spiegare alla Nazione se non proprio come stanno le cose, almeno una chiave di lettura. Per cui scarseggiano le idee su quanto stia accadendo o se ne hanno talmente tante, che non c’è una linea di condotta. Quindi il re-impatrio delle attività produttive, ad esempio, per assorbire disoccupazione, non è ancora maturo come pensiero e l’educazione verso la popolazione nella quantità e qualità dei consumi, affinchè passi dallo spreco a una vita normale, non è ancora in alcuna agenda politica.
Conclusione: per quanto ubriaca di spreco la Nazione non è insensibile, ma la sua ricerca di soluzioni è per ora sterile perché c’è un vuoto di potere. Le promesse di 2 anni fa, concentrate nella sola persona dell’attuale presidente, sono state tutte tradite, il che comporterà un ribaltamento elettorale a novembre 2010 con una umiliante sconfitta dei democratici e la probabile perdita della Casa Bianca fra 2 anni. Questo verdetto, francamente 2 anni fa fu già predetto, ma nessuno volle ascoltarlo, mentre oggi è nuda realtà. Il vero problema adesso è che i repubblicani non hanno uomini in grado di coagulare la Nazione, quindi c’è una crisi di leadership anche nell’opposizione.
Lo stallo sociale e quindi anche economico, nonché infine politico degli Stati Uniti, non giova a nessuno.
Cosa possiamo imparare da questa crisi? Tantissime cose! Tanto per cominciare il benessere della Cina non è quello dell’Occidente, per cui chi produce ha in mano la ricchezza del suo futuro. Ma non basta. Per vivere servono strategie, ovvero la capacità di guardare oltre il quotidiano. Le nostre imprese, in Italia si pongono il problema di cosa saranno fra 6 o 18 mesi? Quali i modelli di sviluppo scelti per superare le stringenti difficoltà di oggi?
In Italia contestiamo la politica che non sa farci vedere cosa saremo fra 4 o 5 anni mentre negli USA è all’ordine del giorno, ma le imprese italiane si sono poste il problema del futuro?
Il Paese è in crisi, lo sa ma non reagisce, perché non vede come e cosa fare. Apparentemente lo stallo è economico quindi misurato con i normali parametri macroeconomici, ma in realtà è sociale insito nel modello di sviluppo personale, per cui è molto più difficile monitorarne gli effetti.
Per spiegarmi meglio, ecco alcuni passaggi fondamentali:
- nei supermercati l’afflusso di clientela è ridotto del 50% e si registra un calo del 24% nel settore del turismo;
- oltre le statistiche sul un piano più semplice delle impressioni personali, sono stato al cinema, per vedere un film uscito da 2 settimane ed eravamo in 9 persone nella fascia oraria serale;
- l’incidenza di obesi sul totale della popolazione è molto più alto rispetto al passato, il che spiega come qui si sprechi più che solo consumare. Ovviamente per obesi non si intende il sovrappeso, ma una condizione di triplicazione nella massa corporea. Questa trasformazione indica come gli Americani si gettino sul cibo con una voracità pari al bisogno di consumo per altri beni non essenziali, il che determina un “costo Nazione” molto alto, rispetto alla effettiva produzione. In poche parole qui negli USA si produce debito più che ricchezza.
- Per scelta politica (più democratica che repubblicana) si è deciso di delocalizzare la produzione di base nei paesi in via di sviluppo e in Cina in particolare. In questo modo i beni di questo tipo (che sono l’80% del consumo della Nazione) come forchette, piatti, carta, penne, pentole etc.. sono tutti “made in China” e l’America compra quanto necessario da altri, delegando capitale e lavoro.
- E’ magra la soddisfazione nel produrre macchine e impianti, perché questi coprono appena il 12% del fabbisogno della Nazione. L’effetto perverso della scelta d’aver consegnato i propri bisogni primari ai cinesi è nella disoccupazione al 10% (rispetto una media del 5% massimo negli ultimi 40 anni)
- Con un 10% di persone che non lavorano (dato ufficiale, ma che nella realtà è più vasto) c’è minore ricchezza prodotta. Se a questo nuovo livello di massa monetaria, non corrisponde una pari contrazione del consumo, allora c’è creazione di debito. Gli USA proseguono a produrre debiti! Oggi chi compra i debiti degli americani, principalmente sono i cinesi, ma non è detto che proseguano nel tempo, inoltre questo disequilibrio non può essere strutturale.
- In ultima analisi non c’è nessuno che sappia o voglia spiegare alla Nazione se non proprio come stanno le cose, almeno una chiave di lettura. Per cui scarseggiano le idee su quanto stia accadendo o se ne hanno talmente tante, che non c’è una linea di condotta. Quindi il re-impatrio delle attività produttive, ad esempio, per assorbire disoccupazione, non è ancora maturo come pensiero e l’educazione verso la popolazione nella quantità e qualità dei consumi, affinchè passi dallo spreco a una vita normale, non è ancora in alcuna agenda politica.
Conclusione: per quanto ubriaca di spreco la Nazione non è insensibile, ma la sua ricerca di soluzioni è per ora sterile perché c’è un vuoto di potere. Le promesse di 2 anni fa, concentrate nella sola persona dell’attuale presidente, sono state tutte tradite, il che comporterà un ribaltamento elettorale a novembre 2010 con una umiliante sconfitta dei democratici e la probabile perdita della Casa Bianca fra 2 anni. Questo verdetto, francamente 2 anni fa fu già predetto, ma nessuno volle ascoltarlo, mentre oggi è nuda realtà. Il vero problema adesso è che i repubblicani non hanno uomini in grado di coagulare la Nazione, quindi c’è una crisi di leadership anche nell’opposizione.
Lo stallo sociale e quindi anche economico, nonché infine politico degli Stati Uniti, non giova a nessuno.
Cosa possiamo imparare da questa crisi? Tantissime cose! Tanto per cominciare il benessere della Cina non è quello dell’Occidente, per cui chi produce ha in mano la ricchezza del suo futuro. Ma non basta. Per vivere servono strategie, ovvero la capacità di guardare oltre il quotidiano. Le nostre imprese, in Italia si pongono il problema di cosa saranno fra 6 o 18 mesi? Quali i modelli di sviluppo scelti per superare le stringenti difficoltà di oggi?
In Italia contestiamo la politica che non sa farci vedere cosa saremo fra 4 o 5 anni mentre negli USA è all’ordine del giorno, ma le imprese italiane si sono poste il problema del futuro?
Litigare fa male alla produttività (cenni di psicologia sociale)
In America la litigiosità sociale è ridotta rispetto all’Europa e di conseguenza si produce di più.
Per cercare di comprendere questo meccanismo serve partire da un punto: la coesione sociale (nella società come in azienda) ovvero quel collante che ci permette di riconoscere come “non ostile” l’altro. In assenza di riconoscimento, per comunanza di valori, punti di vista come obiettivi, abbiamo se non proprio il nemico, una situazione sospetta dalla quale stare attenti. E’ quanto accaduto in FIAT a Pomigliano d’Arco, dove le maestranze hanno una visione targata legge 300, ovvero legata a valori di 30 anni fa, e l’azienda vuole proseguire a competere sui mercati internazionali, adattandosi alle regole.
Quindi la coesione resta la chiave di volta della relazione sociale. In assenza di riconoscimento anche a livello empatico (simpatia) non c’è gruppo, clan, evoluzione sociale.
Ebbene negli USA per raggiungere la coesione si è pervenuti a un modello di comportamento per cui tutti possono seguire la strada che preferiscono, senza soggiacere al giudizio (pregiudizio) altrui. La libertà più totale dell’americano, ha un limite in quella degli altri e nella Costituzione (targata 1787) Nero come ispanico, oppure cattolico come ateo, democratico o repubblicano, gli americani hanno eletto 2 anni fa un Presidente, nel quale non crede più la maggioranza degli elettori, però resta in carica fino al termine.
Ne consegue che se il patto d’adesione ai valori fondamentali della società è libero nelle sue forme, ciò abbassa notevolmente la litigiosità sociale. Ovviamente esiste un difetto di fondo: non c’e’ critica, quindi assenza di un modello sociale. Chi ha ragione o torto? Ecco perchè le merci cinesi sono entrate cosi facilmente negli USA, rispetto all’Europa. I cinesi ancora oggi producono per gli americani, che stanno sopportando un 10% di disoccupazione (il che lascia intravedere il tramonto dei democratici al Congresso in questo autunno e dalla Casa Bianca nei prossimi 2 anni)
In Europa e in Italia, la coesione deriva dall’uniformità a determinati clichè il cui non rispetto, alimenta contenzioso e di conseguenza litigio. In azienda il litigo è perdita di tempo, ovvero ricchezza e produttività. Tra le due società, quella americana che punta alla coesione senza formule e la nostra che chiede adesione ai modelli comportamentali, chi avanzerà di più?
Qui cessa il ruolo del sociologo ed entra in campo il filosofo e politologo con le proprie formule tanto da divenire programma elettorale.
Alle aziende cosa interessa di tutto ciò? Queste sono un pezzo di società, se non funziona la comunità, figuriamoci cosa possano combinare le imprese. Nonostante ciò qualcosa si può fare. Le persone, tutti gli umani, amano avere una scia da seguire (che possono contestare o amare, non ha poi una grande importanza) Ebbene la scia è il Capo, ovvero l’imprenditore, con tutti i suoi difetti che gli vengono perdonati tranne quello di non comunicare con la sua gente. L’imprenditore comunica (se sa farlo):
a) attraverso riunioni (lampo ma frequenti);
b) camminando almeno una volta al giorno tra la sua gente, osservando-parlando-cosigliando;
c) aprendo un ciclo continuo di colloqui con i dipendenti (sentire almeno 1 volta a semestre tutti in forma diretta e riservata);
d) avviando un iter di formazione continua;
e) consentendo che la propria azienda compaia sulla stampa locale/nazionale;
f) eleggendo il dipendente del mese;
h) permettendo che nei fine settimana si possa aderire a gite tra le famiglie dei dipendenti;
i) affittando un appartamento al mare in cui accogliere a turno i dipendenti e famiglie;
L’elenco potrebbe proseguire, ma gravitano tutti intorno a una parola: politica del personale.
In America si litiga meno perchè ogni impresa è dotata di una politica (disegno) del dipendente tipo a cui la gente piace aderire liberamente, quale scelta in più. Ecco perche’ i dipendenti amano indossare la divisa e avere la targhetta nominativa. Chi in Italia invia dei tecnici a casa dei clienti dotandoli di tesserino visibile di riconoscimento che renda orgoglioso chi lo espone?
Come scritto in più occasioni, ma senza il riferimento al metodo di lavoro sociale degli Stati Uniti, il differenziale di produttività tra avere e il non avere una politica del personale è del 12/14% di produttività in più. Quando la Confidustria, nelle sue massime autorità, parla di un 25% di differenza tra l’Italia e gli USA, fa riferimento anche ad altri aspetti più macrosociali qui non affrontati perché non gestibili dalla singola impresa.
Mi scuso per aver ripreso nuovamente concetti già espressi, ma sempre utili da discutere. Più giro in lungo e per largo negli USA e più temo per il nostro sistema industriale che vuole fare tante cose, dimenticandosi i fondamentali. Le regole cambiano, ma pochi riescono a percepirne la velocità adeguandosi. Riusciamo a darci una mossa?
Per cercare di comprendere questo meccanismo serve partire da un punto: la coesione sociale (nella società come in azienda) ovvero quel collante che ci permette di riconoscere come “non ostile” l’altro. In assenza di riconoscimento, per comunanza di valori, punti di vista come obiettivi, abbiamo se non proprio il nemico, una situazione sospetta dalla quale stare attenti. E’ quanto accaduto in FIAT a Pomigliano d’Arco, dove le maestranze hanno una visione targata legge 300, ovvero legata a valori di 30 anni fa, e l’azienda vuole proseguire a competere sui mercati internazionali, adattandosi alle regole.
Quindi la coesione resta la chiave di volta della relazione sociale. In assenza di riconoscimento anche a livello empatico (simpatia) non c’è gruppo, clan, evoluzione sociale.
Ebbene negli USA per raggiungere la coesione si è pervenuti a un modello di comportamento per cui tutti possono seguire la strada che preferiscono, senza soggiacere al giudizio (pregiudizio) altrui. La libertà più totale dell’americano, ha un limite in quella degli altri e nella Costituzione (targata 1787) Nero come ispanico, oppure cattolico come ateo, democratico o repubblicano, gli americani hanno eletto 2 anni fa un Presidente, nel quale non crede più la maggioranza degli elettori, però resta in carica fino al termine.
Ne consegue che se il patto d’adesione ai valori fondamentali della società è libero nelle sue forme, ciò abbassa notevolmente la litigiosità sociale. Ovviamente esiste un difetto di fondo: non c’e’ critica, quindi assenza di un modello sociale. Chi ha ragione o torto? Ecco perchè le merci cinesi sono entrate cosi facilmente negli USA, rispetto all’Europa. I cinesi ancora oggi producono per gli americani, che stanno sopportando un 10% di disoccupazione (il che lascia intravedere il tramonto dei democratici al Congresso in questo autunno e dalla Casa Bianca nei prossimi 2 anni)
In Europa e in Italia, la coesione deriva dall’uniformità a determinati clichè il cui non rispetto, alimenta contenzioso e di conseguenza litigio. In azienda il litigo è perdita di tempo, ovvero ricchezza e produttività. Tra le due società, quella americana che punta alla coesione senza formule e la nostra che chiede adesione ai modelli comportamentali, chi avanzerà di più?
Qui cessa il ruolo del sociologo ed entra in campo il filosofo e politologo con le proprie formule tanto da divenire programma elettorale.
Alle aziende cosa interessa di tutto ciò? Queste sono un pezzo di società, se non funziona la comunità, figuriamoci cosa possano combinare le imprese. Nonostante ciò qualcosa si può fare. Le persone, tutti gli umani, amano avere una scia da seguire (che possono contestare o amare, non ha poi una grande importanza) Ebbene la scia è il Capo, ovvero l’imprenditore, con tutti i suoi difetti che gli vengono perdonati tranne quello di non comunicare con la sua gente. L’imprenditore comunica (se sa farlo):
a) attraverso riunioni (lampo ma frequenti);
b) camminando almeno una volta al giorno tra la sua gente, osservando-parlando-cosigliando;
c) aprendo un ciclo continuo di colloqui con i dipendenti (sentire almeno 1 volta a semestre tutti in forma diretta e riservata);
d) avviando un iter di formazione continua;
e) consentendo che la propria azienda compaia sulla stampa locale/nazionale;
f) eleggendo il dipendente del mese;
h) permettendo che nei fine settimana si possa aderire a gite tra le famiglie dei dipendenti;
i) affittando un appartamento al mare in cui accogliere a turno i dipendenti e famiglie;
L’elenco potrebbe proseguire, ma gravitano tutti intorno a una parola: politica del personale.
In America si litiga meno perchè ogni impresa è dotata di una politica (disegno) del dipendente tipo a cui la gente piace aderire liberamente, quale scelta in più. Ecco perche’ i dipendenti amano indossare la divisa e avere la targhetta nominativa. Chi in Italia invia dei tecnici a casa dei clienti dotandoli di tesserino visibile di riconoscimento che renda orgoglioso chi lo espone?
Come scritto in più occasioni, ma senza il riferimento al metodo di lavoro sociale degli Stati Uniti, il differenziale di produttività tra avere e il non avere una politica del personale è del 12/14% di produttività in più. Quando la Confidustria, nelle sue massime autorità, parla di un 25% di differenza tra l’Italia e gli USA, fa riferimento anche ad altri aspetti più macrosociali qui non affrontati perché non gestibili dalla singola impresa.
Mi scuso per aver ripreso nuovamente concetti già espressi, ma sempre utili da discutere. Più giro in lungo e per largo negli USA e più temo per il nostro sistema industriale che vuole fare tante cose, dimenticandosi i fondamentali. Le regole cambiano, ma pochi riescono a percepirne la velocità adeguandosi. Riusciamo a darci una mossa?
Breaking news
Breaking news
Quando i programmi televisivi vengono interrotti per comunicare una notizia importante, sui video americani compare una scritta: “breaking news”.
In questo momento in Montana, mentre scrivo, la TV ha fermato il palinsesto per annunciare che una tempesta si sta avvicinando, indicando le diverse località già colpite. Non è un uragano o tromba d’aria, però il vento è molto forte e si sta alzando sempre più; spero di poter inviare per tempo questo pezzo. Al di là delle condizioni meteo che cambiano con grande velocità, oggi ho ricevuto 43 email da clienti che servo come consulente, lettori e studenti, per ottenere un commento in merito alla notizia, di fonte francese, sul superamento della Cina sugli USA, in termini di consumi energetici pro-capite. Ovviamente se qualcuno pubblica un dato di questo tipo avrà fatto una ricerca specifica, per cui andare a contestare i criteri di analisi (come stanno facendo i cinesi) non è saggio. Preso atto del grande interesse, ecco una chiave di lettura.
Come al solito per analizzare un fatto non basta leggere i dati nudi e crudi, ma necessita entrare dentro le diverse situazioni.
Parliamo degli USA. Utilizzando un esempio, per un malato di cuore obeso la riduzione di peso è un fatto positivo o negativo? Gli americani hanno ricevuto un colpo al cuore e ora sono convalescenti, ma poco hanno fatto per rimuovere le condizioni critiche strutturali che hanno prodotto la grande crisi del 2008-2009.
Osservando questo popolo è facile percepire quanto siano obesi e affamati di consumo (spreco), il che rappresenta la stessa fame sia di cibo che di “cose”. Uno dei passaggi più importanti per risollevare l’economia statunitense, sarebbe quello di rendere meno frivolo il bisogno di consumo degli americani. Una nazione più sobria saprebbe recuperare il terreno perduto. La notizia (offerta dai francesi, che amano essere critici in forme distruttive su tutto e tutti – nichilisti!) che il popolo degli Stati Uniti stia consumando di meno a livello pro-capite, francamente rende il cuore colmo di gioia per chi segue le sorti dell’economia globale.
Ecco confermato come la lettura asettica di un semplice dato sia fuorviante se non collegata al contesto sociale, economico e politico del paese.
Per i cinesi cosa dire? La Cina soffre di un equilibrismo pericolosamente precario. E’ una dittatura che cerca di crescere con il capitalismo. Ci riuscirà? Il prezzo che il partito deve pagare, per restare comunista, in un mondo capitalista, è quello d’alzare a dismisura il benessere indotto da consumi di tutti i tipi e generi. Praticamente la situazione rovesciata rispetto a quella statunitense (ed è questo il motivo del tacito accordo cino-statunitense , da cui il concetto coniato con il termine “cindia”).
Quindi un governo dittatoriale per sopravvivere deve alzare i consumi, quando uno democratico per mantenere “il sistema” deve far dimagrire gli appetiti della sua gente. Cosa c’è di nuovo in questo?
Intanto ora ci sono 13 gradi e io ho lasciato il maglione in Italia!
Quando i programmi televisivi vengono interrotti per comunicare una notizia importante, sui video americani compare una scritta: “breaking news”.
In questo momento in Montana, mentre scrivo, la TV ha fermato il palinsesto per annunciare che una tempesta si sta avvicinando, indicando le diverse località già colpite. Non è un uragano o tromba d’aria, però il vento è molto forte e si sta alzando sempre più; spero di poter inviare per tempo questo pezzo. Al di là delle condizioni meteo che cambiano con grande velocità, oggi ho ricevuto 43 email da clienti che servo come consulente, lettori e studenti, per ottenere un commento in merito alla notizia, di fonte francese, sul superamento della Cina sugli USA, in termini di consumi energetici pro-capite. Ovviamente se qualcuno pubblica un dato di questo tipo avrà fatto una ricerca specifica, per cui andare a contestare i criteri di analisi (come stanno facendo i cinesi) non è saggio. Preso atto del grande interesse, ecco una chiave di lettura.
Come al solito per analizzare un fatto non basta leggere i dati nudi e crudi, ma necessita entrare dentro le diverse situazioni.
Parliamo degli USA. Utilizzando un esempio, per un malato di cuore obeso la riduzione di peso è un fatto positivo o negativo? Gli americani hanno ricevuto un colpo al cuore e ora sono convalescenti, ma poco hanno fatto per rimuovere le condizioni critiche strutturali che hanno prodotto la grande crisi del 2008-2009.
Osservando questo popolo è facile percepire quanto siano obesi e affamati di consumo (spreco), il che rappresenta la stessa fame sia di cibo che di “cose”. Uno dei passaggi più importanti per risollevare l’economia statunitense, sarebbe quello di rendere meno frivolo il bisogno di consumo degli americani. Una nazione più sobria saprebbe recuperare il terreno perduto. La notizia (offerta dai francesi, che amano essere critici in forme distruttive su tutto e tutti – nichilisti!) che il popolo degli Stati Uniti stia consumando di meno a livello pro-capite, francamente rende il cuore colmo di gioia per chi segue le sorti dell’economia globale.
Ecco confermato come la lettura asettica di un semplice dato sia fuorviante se non collegata al contesto sociale, economico e politico del paese.
Per i cinesi cosa dire? La Cina soffre di un equilibrismo pericolosamente precario. E’ una dittatura che cerca di crescere con il capitalismo. Ci riuscirà? Il prezzo che il partito deve pagare, per restare comunista, in un mondo capitalista, è quello d’alzare a dismisura il benessere indotto da consumi di tutti i tipi e generi. Praticamente la situazione rovesciata rispetto a quella statunitense (ed è questo il motivo del tacito accordo cino-statunitense , da cui il concetto coniato con il termine “cindia”).
Quindi un governo dittatoriale per sopravvivere deve alzare i consumi, quando uno democratico per mantenere “il sistema” deve far dimagrire gli appetiti della sua gente. Cosa c’è di nuovo in questo?
Intanto ora ci sono 13 gradi e io ho lasciato il maglione in Italia!
Il cervello se non lo usi lo perdi. Un luogo di meditazione per chi ha responsabilità
Il cervello se non lo usi lo perdi. Un luogo di meditazione per chi ha responsabilità
C'e' una strada, la 212 west, che collega Rapid City (Sud Dakota) a Billings (Montana) e prosegue fino al parco di Yellostone in Wyoming. Il tratto che vorrei fosse percorso da gente che lavora con la testa, è di 95 miglia, tra le due città.
L’itinerario è paragonabile a tanti altri che si sviluppano in tutta l'area poco a sud del confine canadese (c’è anche la 200 del Montana) e tutte hanno in comune un aspetto: la visuale su ampi spazi disabitati, in grado di dilatare al massimo la nostra capacità di percezione, volando con l’autovettura lanciata in velocità (75 miglia al massimo) su questo mare “vuoto”, ma ricco.
In un ambiente del genere, lo spazio circostante è assolutamente vuoto, drammatico, nella sua bellezza. Apparentemente privo di vita, pullula di altre forme viventi, che non riusciamo a capire e vedere. Questa è la prateria del west americano, troppo umida per essere un deserto, troppo arida per coltivarla. Ebbene il concetto su cui stiamo ragionando è se lo spazio che ci circonda (il campo visivo si estende normalmente su un piano di 25 kmq) può essere tradotto in idee, opinioni, punti di vista e grandi visioni oppure è solo qualcosa che si guarda.
In pratica vivere la città, con degli scenari molto definiti (vie, piazze, strettoie, gente, urla) favorisce il pensiero puro, quello che produce idee o per farlo serve anche lo spazio illimitato, quello che mette quasi paura nell’osservarlo, perché ci si sente soli su grandi distanze?
Credo, perché vissuto molte volte e qui torno sempre, che nell'apparente vuoto assoluto d'umanità, è possibile vedere quei particolari della propria vita e lavoro, che normalmente sfuggono, ma che sono invece fondamentali. Nel caso degli imprenditori le grandi visioni d’insieme sono il sale della loro vita, senza il quale tutto resta normale, per un quotidiano d’ansietà e logorio snervante, che nulla produce. Non dico che i manager non lavorino; assolutamente!
Affermo che lavorano male, facendo tutto, ma riflettendo poco, il che si misura in livelli di produttività bassi. Probabilmente si dovrebbe lavorare di meno o nella stessa quantità di ore, ma più con la testa, che con l’abitudine o con dosi sempre maggiori di rischio che non sempre è favorevole (anzi).
Ebbene dove si può imparare il metodo e sistema per usare più il cervello che l’azzardo? Del resto la mente è un muscolo; se non lo si usa lo si perde. Se quanto detto è condiviso, a questo punto serve uno spazio che sia riflessivo dove poter pensare. Questo “luogo” ha bisogno della solitudine assoluta, animata al massimo, solo dai propri cari per dominarlo specie se è cosi esteso.
Mi spiego.
Rendersi conto d’essere soli sulla 212 west, senza una casa nel campo visivo per miglia e miglia da utilizzare come punto di riferimento, o una stazione di servizio, quindi un paesino ogni tanto, o anche una macchina nel senso contrario, mette paura.
La paura per questo vuoto, va dominata da un atto di coraggio da trovare in se stessi, che dia logica e forza a quanto ci spaventa. Se questo è vero, ecco stabilito il nesso tra lo spazio geografico che ci circonda e la qualità e quantità d’idee che siamo capaci di produrre. Così facendo in uno spazio illimitato, inanimato, ma ricco di altre forme di vita, l'impegno nel cercare di possedere e capire quello che ci circonda, scatena maggiore sensibilità ai particolari, alla vista e al bisogno di vedere ciò che non si vede.
Ecco quell'esercizio formidabile che i nostri capitani di industria, rottamai, e metallari dovrebbero affrontare, spenti computer e cellulari: guardare per capire. Trovare alleanze, allargarsi oltre i confini, innovazione di prodotto, ricerca rivolgendosi anche alle università, investimenti, valorizzazione nelle relazioni umane e cultura per l’impresa forgiata nel silenzio del pensiero profondo. La conclusione è che per gestire un'impresa bisogna pensare con il cuore e la mente e per farlo, va spento il mondo intorno, aprendosi a una scuola che acutizzi i sensi e consenta di mettere a fuoco quello che non si vede, ma di cui se ne ha un gran bisogno, perchè i costi invisibili sono quelli che massacrano l'azienda. La mancata produttività ne è un esempio. Costo invisibile significa anche che con la stessa organizzazione esistente, si potrebbe ottenere di più di quello che normalmente si raggiunge. Per riuscire in questo esercizio serve una nuova mentalità. Benvenuti nella 212 west.
C'e' una strada, la 212 west, che collega Rapid City (Sud Dakota) a Billings (Montana) e prosegue fino al parco di Yellostone in Wyoming. Il tratto che vorrei fosse percorso da gente che lavora con la testa, è di 95 miglia, tra le due città.
L’itinerario è paragonabile a tanti altri che si sviluppano in tutta l'area poco a sud del confine canadese (c’è anche la 200 del Montana) e tutte hanno in comune un aspetto: la visuale su ampi spazi disabitati, in grado di dilatare al massimo la nostra capacità di percezione, volando con l’autovettura lanciata in velocità (75 miglia al massimo) su questo mare “vuoto”, ma ricco.
In un ambiente del genere, lo spazio circostante è assolutamente vuoto, drammatico, nella sua bellezza. Apparentemente privo di vita, pullula di altre forme viventi, che non riusciamo a capire e vedere. Questa è la prateria del west americano, troppo umida per essere un deserto, troppo arida per coltivarla. Ebbene il concetto su cui stiamo ragionando è se lo spazio che ci circonda (il campo visivo si estende normalmente su un piano di 25 kmq) può essere tradotto in idee, opinioni, punti di vista e grandi visioni oppure è solo qualcosa che si guarda.
In pratica vivere la città, con degli scenari molto definiti (vie, piazze, strettoie, gente, urla) favorisce il pensiero puro, quello che produce idee o per farlo serve anche lo spazio illimitato, quello che mette quasi paura nell’osservarlo, perché ci si sente soli su grandi distanze?
Credo, perché vissuto molte volte e qui torno sempre, che nell'apparente vuoto assoluto d'umanità, è possibile vedere quei particolari della propria vita e lavoro, che normalmente sfuggono, ma che sono invece fondamentali. Nel caso degli imprenditori le grandi visioni d’insieme sono il sale della loro vita, senza il quale tutto resta normale, per un quotidiano d’ansietà e logorio snervante, che nulla produce. Non dico che i manager non lavorino; assolutamente!
Affermo che lavorano male, facendo tutto, ma riflettendo poco, il che si misura in livelli di produttività bassi. Probabilmente si dovrebbe lavorare di meno o nella stessa quantità di ore, ma più con la testa, che con l’abitudine o con dosi sempre maggiori di rischio che non sempre è favorevole (anzi).
Ebbene dove si può imparare il metodo e sistema per usare più il cervello che l’azzardo? Del resto la mente è un muscolo; se non lo si usa lo si perde. Se quanto detto è condiviso, a questo punto serve uno spazio che sia riflessivo dove poter pensare. Questo “luogo” ha bisogno della solitudine assoluta, animata al massimo, solo dai propri cari per dominarlo specie se è cosi esteso.
Mi spiego.
Rendersi conto d’essere soli sulla 212 west, senza una casa nel campo visivo per miglia e miglia da utilizzare come punto di riferimento, o una stazione di servizio, quindi un paesino ogni tanto, o anche una macchina nel senso contrario, mette paura.
La paura per questo vuoto, va dominata da un atto di coraggio da trovare in se stessi, che dia logica e forza a quanto ci spaventa. Se questo è vero, ecco stabilito il nesso tra lo spazio geografico che ci circonda e la qualità e quantità d’idee che siamo capaci di produrre. Così facendo in uno spazio illimitato, inanimato, ma ricco di altre forme di vita, l'impegno nel cercare di possedere e capire quello che ci circonda, scatena maggiore sensibilità ai particolari, alla vista e al bisogno di vedere ciò che non si vede.
Ecco quell'esercizio formidabile che i nostri capitani di industria, rottamai, e metallari dovrebbero affrontare, spenti computer e cellulari: guardare per capire. Trovare alleanze, allargarsi oltre i confini, innovazione di prodotto, ricerca rivolgendosi anche alle università, investimenti, valorizzazione nelle relazioni umane e cultura per l’impresa forgiata nel silenzio del pensiero profondo. La conclusione è che per gestire un'impresa bisogna pensare con il cuore e la mente e per farlo, va spento il mondo intorno, aprendosi a una scuola che acutizzi i sensi e consenta di mettere a fuoco quello che non si vede, ma di cui se ne ha un gran bisogno, perchè i costi invisibili sono quelli che massacrano l'azienda. La mancata produttività ne è un esempio. Costo invisibile significa anche che con la stessa organizzazione esistente, si potrebbe ottenere di più di quello che normalmente si raggiunge. Per riuscire in questo esercizio serve una nuova mentalità. Benvenuti nella 212 west.
Santa Fe (New Mexico) domenica alle ore 12.00 in un centro commerciale: pensieri sciolti
E’ domenica mattina, per rilassarmi scelgo di fare quattro passi in una mall (centro commerciale) celebrando il culto dello shopping e guardando le vetrine.
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?
La prima “green university” al mondo
La prima “green university” al mondo
A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale e diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro è molto serrata misurandosi in numero di nuove iscrizioni annuali.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi della green economy. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, il comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi la ricerca per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi, affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.
Ogni tentativo di conoscere i dettagli tecnici della realizzazione sono risultati vani, perché il riservo è altissimo, in quanto è volontà dell’Università addivenire a un brevetto da commercializzare a vantaggio dell’Ateneo, utilizzando lo sforzo congiunto del corpo docenti e degli studenti così vincolati al segreto. Questa iniziativa quindi non è concordata con le case costruttrici le quali non sono (quelle americane) al momento interessate al progetto.
Nonostante ciò esistono in questo Paese, delle officine di riprogettazione per autovetture che modellano sia tipologie d’auto esistenti, che “inventate” ad hoc, per le più disparate necessità. L’Università di Fort Collins si è rivolta in Florida alla Gator Moto www.gatormotouv.com per essere aiutata nella realizzazione.
Chase,Brian, la cui email è Brian.Chase@ColoState.EDU è uno dei coordinatori universitari del progetto, svolgendo anche il ruolo di collegamento con la Gator per gli aspetti di progettazione ingegneristica.
Domanda: come siete arrivati a questo progetto?
Brian: l’università ha già in uso delle auto elettriche da diversi anni. Il passaggio dell’ateneo a “green” ci ha imposto non solo l’apertura di una scuola di specializzazione, con argomenti dedicati che ci venivano già richiesti dalla Pubblica Amministrazione, ma anche qualcosa di più concreto come la progettazione di un motore alimentato con batterie fotovoltaiche.
Domanda: qualcosa del genere esiste già?
Brian: si è stato giù studiato, ma è a solo livello sperimentale. E’ nostra volontà progettare, applicare e verificare la concreta esecuzione di questa idea, nel campo delle utilizzazioni “domestiche e locali”. E’ il caso di un idraulico, elettricista, impiegato che transita solo nell’area urbana, portando con sé l’attrezzatura da lavoro (fino a 15 quintali). A questo tipo d’utenza oltre il già esistente motore elettrico, che ha troppe limitazioni, vorremmo affiancare anche quello fotovoltaico, con potenzialità moltiplicate per 15 rispetto il primo.
Domanda: quali sono le metodologie e tecniche adottate?
Brian: è una domanda che sarebbe corretto rivolgere alla Gator.
L’intervista termina qui. Chiamata la Gator questa non risponde, ma indiscrezioni confermano che i problemi di progettazione sono i seguenti:
a) “trovare” una superficie radiante idonea e si pensa che 2 mq siano sufficienti, ma è più comodo applicare un tetto all’autovettura o coprire di piastrelle il cofano e la parte superiore della macchina, con il rischio di scottarsi se si dovesse porre la mano sulla superficie?
b) Nel caso si utilizzasse il cofano e il tetto dell’auto come superficie radiante, esiste un liquido freddo, per alimentare le batterie in base all’energia fotovoltaica?
c) Nel caso dell’applicazione di un tetto all’auto che potrebbe anche essere superiore ai 2 mq d’esposizione, dovrà essere aerodinamico tanto da modificare l’attuale estetica delle correnti autovetture che diventeranno “a 2 piani”;
d) Un forte impulso a questa idea viene dalle applicazioni spaziali del fotovoltaico, infatti alcuni ricercatori della NASA pare si siano messi in contatto con la Gator e collaborino con l’Università di Fort Collins.
Non è possibile andare oltre senza infrangere il segreto industriale. Sicuramente che questa idea approdi a qualcosa di commercialmente utile è relativamente importante, perché il concetto è chiaro: è in atto il superamento di una fase tecnologica.
La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica e questo addivenire è custodito in un nuovo livello che si chiama “green economy”. Qui va chiarito però un concetto. Green non significa, in questo senso “verde” ma nuovo e diverso con rivisti parametri di costo-efficacia. Dobbiamo imparare a produrre più ricchezza spendendo meno materie prime, energia, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. E’ vero che questa evoluzione è nata da una tensione ecologica (da cui conserva il nome di “green”) ma si è evoluta su un piano meno fazioso e trasversale, per cui è in atto una clamorosa e radicale revisione dei criteri di costo-efficacia.
Qui si potrebbe anche arrivare sul filosofico-sociologico per cui vale la pena lavorare 10 ore al giorno per una qualità di vita non apprezzabile? Certo che il sacrificio è pagante, ma va monitorato. Questi concetti in Italia non sono stati ancora recepiti. In America invece rappresentano la differenza tra il prima e il dopo. Il prima, invasi dal “made in cina” e il dopo, dove si ritorna a prodotti “made in usa”. realizzati ad alta qualità con basso costo (fantascienza per i cinesi). In tal senso oggi 27 luglio ancora una volta la Jeep ha comprato 4 pagine di USA Today per informare il mondo che l’America è conosciuta per le sue bellezze, ma lo è di più per la sua tenacia (nel costruire un prodotto interamente americano – Jeep) “America is known for its beauty but it’s more known for its guts”, Jeep, the thing we make, make us.
Le cose che noi facciamo ci migliorano. Non restiamo spettatori e miglioriamoci, facendo i nostri beni con la cultura che ci contraddistingue a costi competitivi e in un buon rapporto con l’efficacia. Questo è quel Green Rinascimento che ci aspettiamo da noi stessi. Forza Italia!
A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale e diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro è molto serrata misurandosi in numero di nuove iscrizioni annuali.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi della green economy. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, il comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi la ricerca per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi, affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.
Ogni tentativo di conoscere i dettagli tecnici della realizzazione sono risultati vani, perché il riservo è altissimo, in quanto è volontà dell’Università addivenire a un brevetto da commercializzare a vantaggio dell’Ateneo, utilizzando lo sforzo congiunto del corpo docenti e degli studenti così vincolati al segreto. Questa iniziativa quindi non è concordata con le case costruttrici le quali non sono (quelle americane) al momento interessate al progetto.
Nonostante ciò esistono in questo Paese, delle officine di riprogettazione per autovetture che modellano sia tipologie d’auto esistenti, che “inventate” ad hoc, per le più disparate necessità. L’Università di Fort Collins si è rivolta in Florida alla Gator Moto www.gatormotouv.com per essere aiutata nella realizzazione.
Chase,Brian, la cui email è Brian.Chase@ColoState.EDU è uno dei coordinatori universitari del progetto, svolgendo anche il ruolo di collegamento con la Gator per gli aspetti di progettazione ingegneristica.
Domanda: come siete arrivati a questo progetto?
Brian: l’università ha già in uso delle auto elettriche da diversi anni. Il passaggio dell’ateneo a “green” ci ha imposto non solo l’apertura di una scuola di specializzazione, con argomenti dedicati che ci venivano già richiesti dalla Pubblica Amministrazione, ma anche qualcosa di più concreto come la progettazione di un motore alimentato con batterie fotovoltaiche.
Domanda: qualcosa del genere esiste già?
Brian: si è stato giù studiato, ma è a solo livello sperimentale. E’ nostra volontà progettare, applicare e verificare la concreta esecuzione di questa idea, nel campo delle utilizzazioni “domestiche e locali”. E’ il caso di un idraulico, elettricista, impiegato che transita solo nell’area urbana, portando con sé l’attrezzatura da lavoro (fino a 15 quintali). A questo tipo d’utenza oltre il già esistente motore elettrico, che ha troppe limitazioni, vorremmo affiancare anche quello fotovoltaico, con potenzialità moltiplicate per 15 rispetto il primo.
Domanda: quali sono le metodologie e tecniche adottate?
Brian: è una domanda che sarebbe corretto rivolgere alla Gator.
L’intervista termina qui. Chiamata la Gator questa non risponde, ma indiscrezioni confermano che i problemi di progettazione sono i seguenti:
a) “trovare” una superficie radiante idonea e si pensa che 2 mq siano sufficienti, ma è più comodo applicare un tetto all’autovettura o coprire di piastrelle il cofano e la parte superiore della macchina, con il rischio di scottarsi se si dovesse porre la mano sulla superficie?
b) Nel caso si utilizzasse il cofano e il tetto dell’auto come superficie radiante, esiste un liquido freddo, per alimentare le batterie in base all’energia fotovoltaica?
c) Nel caso dell’applicazione di un tetto all’auto che potrebbe anche essere superiore ai 2 mq d’esposizione, dovrà essere aerodinamico tanto da modificare l’attuale estetica delle correnti autovetture che diventeranno “a 2 piani”;
d) Un forte impulso a questa idea viene dalle applicazioni spaziali del fotovoltaico, infatti alcuni ricercatori della NASA pare si siano messi in contatto con la Gator e collaborino con l’Università di Fort Collins.
Non è possibile andare oltre senza infrangere il segreto industriale. Sicuramente che questa idea approdi a qualcosa di commercialmente utile è relativamente importante, perché il concetto è chiaro: è in atto il superamento di una fase tecnologica.
La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica e questo addivenire è custodito in un nuovo livello che si chiama “green economy”. Qui va chiarito però un concetto. Green non significa, in questo senso “verde” ma nuovo e diverso con rivisti parametri di costo-efficacia. Dobbiamo imparare a produrre più ricchezza spendendo meno materie prime, energia, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. E’ vero che questa evoluzione è nata da una tensione ecologica (da cui conserva il nome di “green”) ma si è evoluta su un piano meno fazioso e trasversale, per cui è in atto una clamorosa e radicale revisione dei criteri di costo-efficacia.
Qui si potrebbe anche arrivare sul filosofico-sociologico per cui vale la pena lavorare 10 ore al giorno per una qualità di vita non apprezzabile? Certo che il sacrificio è pagante, ma va monitorato. Questi concetti in Italia non sono stati ancora recepiti. In America invece rappresentano la differenza tra il prima e il dopo. Il prima, invasi dal “made in cina” e il dopo, dove si ritorna a prodotti “made in usa”. realizzati ad alta qualità con basso costo (fantascienza per i cinesi). In tal senso oggi 27 luglio ancora una volta la Jeep ha comprato 4 pagine di USA Today per informare il mondo che l’America è conosciuta per le sue bellezze, ma lo è di più per la sua tenacia (nel costruire un prodotto interamente americano – Jeep) “America is known for its beauty but it’s more known for its guts”, Jeep, the thing we make, make us.
Le cose che noi facciamo ci migliorano. Non restiamo spettatori e miglioriamoci, facendo i nostri beni con la cultura che ci contraddistingue a costi competitivi e in un buon rapporto con l’efficacia. Questo è quel Green Rinascimento che ci aspettiamo da noi stessi. Forza Italia!
Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.
Attraversando da nord a sud il New Mexico
Attraversando da nord a sud il New Mexico: un esempio spettacolare d’organizzazione
Sono anni che attraverso in lungo e per largo il New Mexico, ma non mi ero mai accorto di come uno stato, arido, spoglio e vittima di una natura ingrata si fosse così ben organizzato per vivere bene. L’occasione per capire questo concetto è nata all’Università di Albuquerque, importante centro dello Stato, dove per iscrivere mia figlia mi hanno chiesto quale facoltà tecnica avrebbe voluto seguire. Non hanno neppure perso tempo a discutere d’indirizzi umanistici, o di economia come marketing; no, sono andati diretti su ingegneria o fisica per proseguire con chimica e infine geologia. In quel mentre non ho capito una scelta così ridotta che ho giudicato una rigidità. Successivamente recandomi a Las Cruces, poche miglia a nord di El Paso, ho lavorato presso il centro nazionale di missilistica congiunta tra le più forze armate e la NASA. Terminato questo impegno e percorrendo la interstate 25, che attraversa da sud a nord tutto lo stato, osservo:
- dalla missilistica schierata intorno all’area di White Sands;
- alla astrofisica e comunicazione spaziale, collocata nel centro dello stato (chi si ricorda il film con Judie Foster, CONTACT? Ebbene l’ ho visitato )
- quindi la ricerca nucleare sia per scopi civili che militari, situata sia nel deserto come a Los Alamos che in Albuquerque;
- la sanità quale ricerca medica a tutto campo, distribuita in molti centri e ospedali disseminati a pioggia.
Un giovane che volesse lavorare in New Mexico, a questo punto che cosa studia? Sicuramente la geografia come la storia hanno un senso qui come altrove, ma è molto più probabile che dovrà impegnarsi in materie tecniche e diventare un buon ingegnere o astrofisico per ottenere un buon posto di lavoro. Fin qui l’America, ma il pensiero corre a “casa mia”, all’Italia. Penso alla provincia di Siracusa ad esempio. Perché in New Mexico (come in Arizona con l’industria aeronautica) e non da noi è stato affrontato il tema della specializzazione del lavoro in un’area depressa, per cui da arida ora è fertile di tecnici d’alta qualità a livello mondiale? Cosa ha fatto scattare la molla negli Stati Uniti e ancora non è partita in Italia? Non è questa le sede per dare risposte che il nostro paese attende da almeno un secolo. Sicuramente l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno e dell’industrializzazione pesante del sud d’Italia, ha avuto una logica seguendo quanto qui in New Mexico è stato fatto, solo che:
- gli italiani non hanno poi proseguito l’idea dell’industrializzazione del sud, divorati tra mille dubbi;
- e gli americani sono partiti prima di tutto dalla scuola, formando una nuova generazione di tecnici da inserire a Los Alamos (citando uno dei tanti laboratori di ricerca) per generare nuove applicazioni.
Traducendo questo ragionamento in aspetti compatibili per i lettori, mi vengono in mente quelle imprese che dicono: non possiamo perché non c’è liquidità, nessuno ci aiuta, viviamo in un deserto di prospettive, gli insoluti etc.. Non che questi problemi non siano gravi e urgenti, ma la ricerca dov’è? A Tucson (Arizona) ho visitato 7 rottamai diversi, che vincendo il contratto dall’Air Force smontano aerei riducendoli in lamiere di metallo. Si sono inventati un lavoro!
Non vorrei l’esempio fosse troppo tirato, ma se da una terra arida un’intera generazione oggi vive di alta tecnologia, possono le nostre piccole aziende trovare attraverso la ricerca, lo studio, i contatti, i nuovi mercati, soluzioni tali da prosperare? Il motto dell’università di Las Cruces è: live, learn, thrive. (vivi, studia e prospera) La conclusione è semplice: non basta “fare impresa”, serve studiare (quale livello di scolarizzazione hanno i nostri capi d’azienda e responsabili?) e quindi creare pensiero, idee e punti di vista per trovarsi sempre un passo avanti rispetto “ai cinesi” che sanno lavorare tanto, pensare poco e creare ancora meno. Di cinesi qui in New Mexico e in Arizona, non c’è ne uno, tranne qualche spia con il compito di copiare e replicare. Saremo in grado, come PMI di rilanciare la nostra cultura d’impresa attraverso nuove idee da cercare ogni giorno in tutti i campi?
Sono anni che attraverso in lungo e per largo il New Mexico, ma non mi ero mai accorto di come uno stato, arido, spoglio e vittima di una natura ingrata si fosse così ben organizzato per vivere bene. L’occasione per capire questo concetto è nata all’Università di Albuquerque, importante centro dello Stato, dove per iscrivere mia figlia mi hanno chiesto quale facoltà tecnica avrebbe voluto seguire. Non hanno neppure perso tempo a discutere d’indirizzi umanistici, o di economia come marketing; no, sono andati diretti su ingegneria o fisica per proseguire con chimica e infine geologia. In quel mentre non ho capito una scelta così ridotta che ho giudicato una rigidità. Successivamente recandomi a Las Cruces, poche miglia a nord di El Paso, ho lavorato presso il centro nazionale di missilistica congiunta tra le più forze armate e la NASA. Terminato questo impegno e percorrendo la interstate 25, che attraversa da sud a nord tutto lo stato, osservo:
- dalla missilistica schierata intorno all’area di White Sands;
- alla astrofisica e comunicazione spaziale, collocata nel centro dello stato (chi si ricorda il film con Judie Foster, CONTACT? Ebbene l’ ho visitato )
- quindi la ricerca nucleare sia per scopi civili che militari, situata sia nel deserto come a Los Alamos che in Albuquerque;
- la sanità quale ricerca medica a tutto campo, distribuita in molti centri e ospedali disseminati a pioggia.
Un giovane che volesse lavorare in New Mexico, a questo punto che cosa studia? Sicuramente la geografia come la storia hanno un senso qui come altrove, ma è molto più probabile che dovrà impegnarsi in materie tecniche e diventare un buon ingegnere o astrofisico per ottenere un buon posto di lavoro. Fin qui l’America, ma il pensiero corre a “casa mia”, all’Italia. Penso alla provincia di Siracusa ad esempio. Perché in New Mexico (come in Arizona con l’industria aeronautica) e non da noi è stato affrontato il tema della specializzazione del lavoro in un’area depressa, per cui da arida ora è fertile di tecnici d’alta qualità a livello mondiale? Cosa ha fatto scattare la molla negli Stati Uniti e ancora non è partita in Italia? Non è questa le sede per dare risposte che il nostro paese attende da almeno un secolo. Sicuramente l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno e dell’industrializzazione pesante del sud d’Italia, ha avuto una logica seguendo quanto qui in New Mexico è stato fatto, solo che:
- gli italiani non hanno poi proseguito l’idea dell’industrializzazione del sud, divorati tra mille dubbi;
- e gli americani sono partiti prima di tutto dalla scuola, formando una nuova generazione di tecnici da inserire a Los Alamos (citando uno dei tanti laboratori di ricerca) per generare nuove applicazioni.
Traducendo questo ragionamento in aspetti compatibili per i lettori, mi vengono in mente quelle imprese che dicono: non possiamo perché non c’è liquidità, nessuno ci aiuta, viviamo in un deserto di prospettive, gli insoluti etc.. Non che questi problemi non siano gravi e urgenti, ma la ricerca dov’è? A Tucson (Arizona) ho visitato 7 rottamai diversi, che vincendo il contratto dall’Air Force smontano aerei riducendoli in lamiere di metallo. Si sono inventati un lavoro!
Non vorrei l’esempio fosse troppo tirato, ma se da una terra arida un’intera generazione oggi vive di alta tecnologia, possono le nostre piccole aziende trovare attraverso la ricerca, lo studio, i contatti, i nuovi mercati, soluzioni tali da prosperare? Il motto dell’università di Las Cruces è: live, learn, thrive. (vivi, studia e prospera) La conclusione è semplice: non basta “fare impresa”, serve studiare (quale livello di scolarizzazione hanno i nostri capi d’azienda e responsabili?) e quindi creare pensiero, idee e punti di vista per trovarsi sempre un passo avanti rispetto “ai cinesi” che sanno lavorare tanto, pensare poco e creare ancora meno. Di cinesi qui in New Mexico e in Arizona, non c’è ne uno, tranne qualche spia con il compito di copiare e replicare. Saremo in grado, come PMI di rilanciare la nostra cultura d’impresa attraverso nuove idee da cercare ogni giorno in tutti i campi?
Immerso nel vuoto abitato del deserto
Immerso nel vuoto abitato del deserto. Appunti dal Saguaro desert – Tucson fine giugno 2010: una nuova politica del personale
Il punto di partenza (la tesi) è che sono convinto che si stava meglio quando stavamo peggio. Oggi, secondo me, manca l’umanità perché soffocata dall’individualismo più esasperato, quel nichilismo che ci ha resi soli e poveri, ricchi d’idee non praticabili e di chiacchiere pretestuose. Mancano i grandi concetti di fondo. Televisione e giornali si concentrano sul “fatterello” o il varietà d’intrattenimento, disertando sistematicamente la riflessione. Dove va la nostra società e su quali programmi? Ad esempio, la stessa vita di coppia/relazione che ci riguarda individualmente, quali passaggi segue oltre il monotono quotidiano? E poi, perché si fa l’amore? Si tratta solo di un esercizio fisico, oppure abbiamo la possibilità di tradurre questa formula vitale in energia nuova per produrre idee-concetti-sensazioni, quanto tradizionalmente il tutto è destinato ad abitare le lenzuola? Nella ricerca di un senso e scopo, che vada oltre l’ovvio o il mero consumo dell’oggi, l’unica uscita che molti pensatori stanno maturando, per abbandonare lo stallo nel quale ci ritroviamo, vittime di una conflittualità patologica del tutti contro tutto, è quella di tornare indietro.
Purtroppo solo affermare il mero concetto di “tornare sui propri passi”, equivale nel senso comune, a dichiarare un’eresia, ovvero una contraddizione per una società che deve ossessivamente andare avanti (ma nessuno sa dove) senza una meta se non la scoperta spesso traumatica del vuoto, privo di senso. Sul piano personale non credo nella globalizzazione e delocalizzazione, per cui non ho un briciolo di fiducia nella dittatura cinese e non considero valida la mentalità dell’andare avanti, perché non c’è altra alternativa. In realtà una possibilità c’è: resettare tutto e rincominciare da capo.
Cosa vuol dire?
Tornando indietro negli anni, il primo blocco di tempo che potrebbe offrire delle garanzie di stabilità e compattezza sociale, sono gli anni Cinquanta-Sessanta. Per accettare quel periodo serve “ripulirli” dagli eccessi di perbenismo che hanno subito, ma nonostante ciò, appare come una buona base di partenza, per riscoprire il gusto delle idee sui grandi scenari, cercando fiducia in un lavoro in corso d’evoluzione.
Qui negli USA la ricerca dell’eroe, il culto del trovarsi al “servizio” della nazione come militare, vigile del fuoco, poliziotto o postino che sia, quindi la bandiera che sventola sulla porta d’ingresso di casa dei semplici privati, il ritorno a votare in massa per lo sceriffo come il magistrato della contea, esprimono una rivalutazione della qualità di vita, che noi europei e italiani abbiamo obiettivamente perduto.
Chi da noi si sogna (oltre qualche partita di calcio) d’esporre la bandiera nazionale fuori casa o indicando con orgoglio un passato al servizio della nazione?
Proseguendo nella ricerca di particolati significativi qui negli USA, non a caso un cartello pubblicitario sulla strada, reclamizzando case in costruzione, si riferisce non alla semplice casa come unità immobiliare, ma quale veicolo sociale per appartenere a una certa comunità di persone, che qualifica e migliora la vita della famiglie. Quindi non si compra casa per solo abitarla, ma anche per “entrare in società”, in quel determinato clan. Concetto che da noi è talmente implicito che è stato completamente scordato: “una volta chiusa la porta di casa il mio mondo è qui”
Recependo il bisogno di un riposizionamento rispetto alla vita e ai suoi valori, per vivere meglio che invece “tirare la giornata”, servono nuove politiche del personale, in azienda, capaci di dare risposte a un bisogno di ruolo e prospettive per le persone, che appare obiettivamente perduto o comunque non chiaro. Possibile che si lavori solo per lo stipendio a fine mese? Dov’è il “sogno italiano” ed è conciliabile con quello personale? Se le persone non credono più in nulla non si va da nessuna parte, si ferma la creatività, la fantasia, l’amore e la voglia di vivere.
Servono quindi nuove relazioni industriali che sappiano, ad esempio, andare oltre lo Statuto dei lavoratori, vecchio di 40anni e fuori luogo per quella mentalità che si vorrebbe ricostruire in un nuovo disegno di pace sociale in azienda, come anche in famiglia.
Il ritorno alle origini è per “l’uomo integrale-totale”, quello che è sano in famiglia come al lavoro. Bisogna smetterla di spezzare la vita al lavoro da quella privata. Parsons questo lo ha spiegato (sociologo americano degli anni 60’) ma in quell’epoca c’era il Vietnam e quindi il bisogno di un’evasione dalla realtà, che ha guastato le grandi architetture sociali, per il solo gusto di contestarle trovando così un ruolo.
E’ ora che ogni cosa torni a posto, prima di tutto in noi stessi e quindi nella collettività. Serve riprendersi quelle sensazioni assolute che qui nel deserto è facile capire nella sua crudele essenza, per trasferire il tutto nel rapporto di coppia in amore-odio-passione, quindi nel lavoro per fedeltà-dedizione-creatività e nella vita per moderazione-curiosità-responsabilità.
Le parole appena dette, possono apparire come un sermone da Chiesa presbiteriana, però sono una soluzione; le altre che sentiamo dire, che prospettive offrono se non il deserto, quello vero da solitudine esistenziale senza uscite? Serve tornare ai valori.
Ecco che tutto quanto qui detto, va ora trasformato in una politica del personale che abbassi i costi di gestione delle imprese e nobiliti il lavoro della nostra gente, uomini e donne, senza i quali nulla avrebbe senso.
Il punto di partenza (la tesi) è che sono convinto che si stava meglio quando stavamo peggio. Oggi, secondo me, manca l’umanità perché soffocata dall’individualismo più esasperato, quel nichilismo che ci ha resi soli e poveri, ricchi d’idee non praticabili e di chiacchiere pretestuose. Mancano i grandi concetti di fondo. Televisione e giornali si concentrano sul “fatterello” o il varietà d’intrattenimento, disertando sistematicamente la riflessione. Dove va la nostra società e su quali programmi? Ad esempio, la stessa vita di coppia/relazione che ci riguarda individualmente, quali passaggi segue oltre il monotono quotidiano? E poi, perché si fa l’amore? Si tratta solo di un esercizio fisico, oppure abbiamo la possibilità di tradurre questa formula vitale in energia nuova per produrre idee-concetti-sensazioni, quanto tradizionalmente il tutto è destinato ad abitare le lenzuola? Nella ricerca di un senso e scopo, che vada oltre l’ovvio o il mero consumo dell’oggi, l’unica uscita che molti pensatori stanno maturando, per abbandonare lo stallo nel quale ci ritroviamo, vittime di una conflittualità patologica del tutti contro tutto, è quella di tornare indietro.
Purtroppo solo affermare il mero concetto di “tornare sui propri passi”, equivale nel senso comune, a dichiarare un’eresia, ovvero una contraddizione per una società che deve ossessivamente andare avanti (ma nessuno sa dove) senza una meta se non la scoperta spesso traumatica del vuoto, privo di senso. Sul piano personale non credo nella globalizzazione e delocalizzazione, per cui non ho un briciolo di fiducia nella dittatura cinese e non considero valida la mentalità dell’andare avanti, perché non c’è altra alternativa. In realtà una possibilità c’è: resettare tutto e rincominciare da capo.
Cosa vuol dire?
Tornando indietro negli anni, il primo blocco di tempo che potrebbe offrire delle garanzie di stabilità e compattezza sociale, sono gli anni Cinquanta-Sessanta. Per accettare quel periodo serve “ripulirli” dagli eccessi di perbenismo che hanno subito, ma nonostante ciò, appare come una buona base di partenza, per riscoprire il gusto delle idee sui grandi scenari, cercando fiducia in un lavoro in corso d’evoluzione.
Qui negli USA la ricerca dell’eroe, il culto del trovarsi al “servizio” della nazione come militare, vigile del fuoco, poliziotto o postino che sia, quindi la bandiera che sventola sulla porta d’ingresso di casa dei semplici privati, il ritorno a votare in massa per lo sceriffo come il magistrato della contea, esprimono una rivalutazione della qualità di vita, che noi europei e italiani abbiamo obiettivamente perduto.
Chi da noi si sogna (oltre qualche partita di calcio) d’esporre la bandiera nazionale fuori casa o indicando con orgoglio un passato al servizio della nazione?
Proseguendo nella ricerca di particolati significativi qui negli USA, non a caso un cartello pubblicitario sulla strada, reclamizzando case in costruzione, si riferisce non alla semplice casa come unità immobiliare, ma quale veicolo sociale per appartenere a una certa comunità di persone, che qualifica e migliora la vita della famiglie. Quindi non si compra casa per solo abitarla, ma anche per “entrare in società”, in quel determinato clan. Concetto che da noi è talmente implicito che è stato completamente scordato: “una volta chiusa la porta di casa il mio mondo è qui”
Recependo il bisogno di un riposizionamento rispetto alla vita e ai suoi valori, per vivere meglio che invece “tirare la giornata”, servono nuove politiche del personale, in azienda, capaci di dare risposte a un bisogno di ruolo e prospettive per le persone, che appare obiettivamente perduto o comunque non chiaro. Possibile che si lavori solo per lo stipendio a fine mese? Dov’è il “sogno italiano” ed è conciliabile con quello personale? Se le persone non credono più in nulla non si va da nessuna parte, si ferma la creatività, la fantasia, l’amore e la voglia di vivere.
Servono quindi nuove relazioni industriali che sappiano, ad esempio, andare oltre lo Statuto dei lavoratori, vecchio di 40anni e fuori luogo per quella mentalità che si vorrebbe ricostruire in un nuovo disegno di pace sociale in azienda, come anche in famiglia.
Il ritorno alle origini è per “l’uomo integrale-totale”, quello che è sano in famiglia come al lavoro. Bisogna smetterla di spezzare la vita al lavoro da quella privata. Parsons questo lo ha spiegato (sociologo americano degli anni 60’) ma in quell’epoca c’era il Vietnam e quindi il bisogno di un’evasione dalla realtà, che ha guastato le grandi architetture sociali, per il solo gusto di contestarle trovando così un ruolo.
E’ ora che ogni cosa torni a posto, prima di tutto in noi stessi e quindi nella collettività. Serve riprendersi quelle sensazioni assolute che qui nel deserto è facile capire nella sua crudele essenza, per trasferire il tutto nel rapporto di coppia in amore-odio-passione, quindi nel lavoro per fedeltà-dedizione-creatività e nella vita per moderazione-curiosità-responsabilità.
Le parole appena dette, possono apparire come un sermone da Chiesa presbiteriana, però sono una soluzione; le altre che sentiamo dire, che prospettive offrono se non il deserto, quello vero da solitudine esistenziale senza uscite? Serve tornare ai valori.
Ecco che tutto quanto qui detto, va ora trasformato in una politica del personale che abbassi i costi di gestione delle imprese e nobiliti il lavoro della nostra gente, uomini e donne, senza i quali nulla avrebbe senso.
Un'overdose di spiritualità laica: il deserto (Arizona e California)
Un’overdose di spiritualità laica: il deserto (Arizona e California)
L’ho fatto apposta. Per qualche giorno ho limitato al massimo i contatti con il mondo ritirandomi in una sorta di “meditazione”, attraverso il deserto del Mojave e del Joshua Tree National Park in California, come del Saguaro in Arizona e White Sands a Las Cruces, in New Mexico.
Una botta di caldo intorno a 50 gradi e un silenzio totale, assoluto.
Gli ingredienti per questa overdose di spiritualità sono il vuoto umano e la contemporanea ricchezza di stimoli essenziali, dove tutto s’amplifica rispetto a quanto siamo abituati. Il caldo, come il freddo, la presenza degli animali, il vento, il vuoto, il silenzio, il bisogno d’acqua e di ombra, quindi il sudore, l’idea di una doccia fresca che non c’è e la connessa “manutenzione di sistema” che ogni corpo umano richiede e che ora resta un desiderio. Quindi il tramonto, la notte, il buio, i rumori che accompagnano tutto questo e poi nuovamente il sole, il caldo, i pensieri da riordinare, il bisogno d’amare qualcosa che dia pace e altro ancora, sono tutti elementi di un nuovo alfabeto per esprimersi.
Perché questo bisogno d’assoluto e di ritorno all’essenzialità più totale? I computer spesso si “resettano” e io ho sentito il bisogno di darmi una resettata.
Il motivo per questa “dieta spirituale” è funzionale alla necessità di pensare, scrivere e anche organizzare quelle soluzioni che la gente mi chiede, e di cui io vivo. Per cui ho la necessità d’immergermi nel vuoto abitato da nuovi scenari. In questo “mondo nuovo” ricerco l’essenza, la purezza e l’origine dei concetti, da cui ricostruire tutto l’ovvio, che diamo quotidianamente per scontato. Cosa scopro? Sapessi!
Imparo a dare una misura al tempo per riempirlo di cose-pensieri-idee. Normalmente tra telefono,internet e contatti, si dice tanto, ma si pensa poco. Purtroppo le scelte vengono sempre fatte d’impulso sul “è stato sempre fatto così- speriamo che me la cavo – che non se ne accorgano” oppure peggio, con l’arroganza di sapere tutto. Qui nel vuoto abitato dal deserto non c’è nessuno che cerchi, chiami o voglia qualcosa. Si è soli con il bisogno di vivere fino a domani, creando qualcosa per cui valga la pena. Da questo sforzo masochistico, nascono poi le teorie di marketing e di sociologia dei consumi come della devianza, che permettono di tradurre “ i fatti degli uomini” in politiche aziendali. E’ proprio qui con l’alzarsi del sole, un venticello da mulinello e un caldo che non smette mai, ma cresce soltanto, che c’è la fucina per fondere e plasmare un pensiero nuovo e rigenerante, da portare sulle scrivanie delle imprese in prima linea.
L’ho fatto apposta. Per qualche giorno ho limitato al massimo i contatti con il mondo ritirandomi in una sorta di “meditazione”, attraverso il deserto del Mojave e del Joshua Tree National Park in California, come del Saguaro in Arizona e White Sands a Las Cruces, in New Mexico.
Una botta di caldo intorno a 50 gradi e un silenzio totale, assoluto.
Gli ingredienti per questa overdose di spiritualità sono il vuoto umano e la contemporanea ricchezza di stimoli essenziali, dove tutto s’amplifica rispetto a quanto siamo abituati. Il caldo, come il freddo, la presenza degli animali, il vento, il vuoto, il silenzio, il bisogno d’acqua e di ombra, quindi il sudore, l’idea di una doccia fresca che non c’è e la connessa “manutenzione di sistema” che ogni corpo umano richiede e che ora resta un desiderio. Quindi il tramonto, la notte, il buio, i rumori che accompagnano tutto questo e poi nuovamente il sole, il caldo, i pensieri da riordinare, il bisogno d’amare qualcosa che dia pace e altro ancora, sono tutti elementi di un nuovo alfabeto per esprimersi.
Perché questo bisogno d’assoluto e di ritorno all’essenzialità più totale? I computer spesso si “resettano” e io ho sentito il bisogno di darmi una resettata.
Il motivo per questa “dieta spirituale” è funzionale alla necessità di pensare, scrivere e anche organizzare quelle soluzioni che la gente mi chiede, e di cui io vivo. Per cui ho la necessità d’immergermi nel vuoto abitato da nuovi scenari. In questo “mondo nuovo” ricerco l’essenza, la purezza e l’origine dei concetti, da cui ricostruire tutto l’ovvio, che diamo quotidianamente per scontato. Cosa scopro? Sapessi!
Imparo a dare una misura al tempo per riempirlo di cose-pensieri-idee. Normalmente tra telefono,internet e contatti, si dice tanto, ma si pensa poco. Purtroppo le scelte vengono sempre fatte d’impulso sul “è stato sempre fatto così- speriamo che me la cavo – che non se ne accorgano” oppure peggio, con l’arroganza di sapere tutto. Qui nel vuoto abitato dal deserto non c’è nessuno che cerchi, chiami o voglia qualcosa. Si è soli con il bisogno di vivere fino a domani, creando qualcosa per cui valga la pena. Da questo sforzo masochistico, nascono poi le teorie di marketing e di sociologia dei consumi come della devianza, che permettono di tradurre “ i fatti degli uomini” in politiche aziendali. E’ proprio qui con l’alzarsi del sole, un venticello da mulinello e un caldo che non smette mai, ma cresce soltanto, che c’è la fucina per fondere e plasmare un pensiero nuovo e rigenerante, da portare sulle scrivanie delle imprese in prima linea.
Prime considerazioni sul viaggio di lavoro negli USA - estate 2010
Prime considerazioni (fine giugno 2010 a San Francisco)
Essendo passati 8 mesi dall’ultimo soggiorno americano (settembre 2009) il primo aspetto che devo assolutamente capire, appena giunto a San Francisco, sono gli effetti della crisi economica sulla vita di tutti i giorni degli americani. Il punto è semplice: si notano dei cambiamenti nella società civile per effetto delle difficoltà economiche esplose nel 2008?
Non solo, ma come deciso oppositore dell’attuale presidente degli Stati Uniti, desidero anche verificare se le previsioni non felici, che formulai alla sua elezione, sono rimaste chiacchiere o si sono trasformate sia in fatti, che argomento di condivisione con altri studiosi.
Sul primo aspetto “apriti cielo”, oltre alle mie personali considerazioni ne è nato un dibattito, qui negli USA tra specialisti, per cui ci stiamo “accapigliando”.
Sostanzialmente ho trovato molta più povertà rispetto alla fine dell’estate scorsa. La gente povera c’era e c’è sempre stata, ma ora è di più. Chi dignitosamente (molti) e chi “come al solito” nelle forme tradizionali della povertà, il numero complessivo è crescente e osservabile dalla qualità e quantità dei consumi. In una settimana d’osservazione non ho mai fatto la fila al supermercato per pagare alla cassa, mentre questo negli anni scorsi non accadeva, a parità di fascia oraria e di centro abitato. La cronaca più comune riferisce che oggi, al posto della droga da sniffare, c’è l’alcool che corre a fiumi, a cui segue il parco auto più vecchio del solito, abiti più lisi etc..
Un anno fa, tirando sul prezzo e solo grazie ad amici, 70 giorni di noleggio per un monovolume costarono 3.500 dollari, quest’anno 2.300.
La suite all’Hilton che in genere pago 80 dollari a notte (mi serve per azzerare il costo di ristorazione) ora la prendo a 60.
La notte si vedono meno persone in giro e più ubriachi. La televisione trasmette meno programmi culturali e più intrattenimento (è privilegiata la crisi del Golfo del Messico per il petrolio disperso in mare, rispetto ai grandi temi di politica internazionale e quelli sociali, che hanno sempre dominato l’audience) Perché sono cambiati gli stili di vita degli americani in così breve tempo? E soprattutto perché in Europa non hanno subito una variazione così profonda?
Ecco che ritorna attuale un tema dibattuto mille volte: noi e loro. Noi abbiamo la cassa integrazione, in grado di ritardare gli effetti sulla società civile della crisi economica e loro no. A parte il fatto che una qualche forma di tutela per 6 mesi c’è anche negli USA, ma concettualmente qui chi perde il lavoro, non ha più reddito subendo subito gli effetti della crisi in termini di contestuale calo drastico nei consumi. Su questo aspetto mi sento più europeo che americano, credendo nella validità sociale della cassa integrazione (ripercorro in ciò il pensiero macroeconomico di Keynes, per cui ai disoccupati si dia lavoro scavando al limite e per assurdo anche buche da ricoprire, l’importante è che ricevano un salario da spendere, consentendo all’economia di ripartire) però “loro”, gli amerikani, con quella “ruvidità sociale” che li contraddistingue stanno uscendo dalla crisi, mentre in Europa, ci stiamo entrando solo adesso, come ripercussioni sociali.
La conclusione è semplice: l’uomo per reagire va stimolato (lasciandolo nella crisi della sua povertà quando “ci casca”) o protetto e fatto crescere grazie alla cassa integrazione guadagni?
Relativamente al secondo aspetto, quello sul disastro politico del Signor Obama, abbozzo un sorriso quando il partito democratico accenna alla CNN di temere la perdita di qualche seggio a novembre, nelle elezioni di mezzo termine.
Essendo passati 8 mesi dall’ultimo soggiorno americano (settembre 2009) il primo aspetto che devo assolutamente capire, appena giunto a San Francisco, sono gli effetti della crisi economica sulla vita di tutti i giorni degli americani. Il punto è semplice: si notano dei cambiamenti nella società civile per effetto delle difficoltà economiche esplose nel 2008?
Non solo, ma come deciso oppositore dell’attuale presidente degli Stati Uniti, desidero anche verificare se le previsioni non felici, che formulai alla sua elezione, sono rimaste chiacchiere o si sono trasformate sia in fatti, che argomento di condivisione con altri studiosi.
Sul primo aspetto “apriti cielo”, oltre alle mie personali considerazioni ne è nato un dibattito, qui negli USA tra specialisti, per cui ci stiamo “accapigliando”.
Sostanzialmente ho trovato molta più povertà rispetto alla fine dell’estate scorsa. La gente povera c’era e c’è sempre stata, ma ora è di più. Chi dignitosamente (molti) e chi “come al solito” nelle forme tradizionali della povertà, il numero complessivo è crescente e osservabile dalla qualità e quantità dei consumi. In una settimana d’osservazione non ho mai fatto la fila al supermercato per pagare alla cassa, mentre questo negli anni scorsi non accadeva, a parità di fascia oraria e di centro abitato. La cronaca più comune riferisce che oggi, al posto della droga da sniffare, c’è l’alcool che corre a fiumi, a cui segue il parco auto più vecchio del solito, abiti più lisi etc..
Un anno fa, tirando sul prezzo e solo grazie ad amici, 70 giorni di noleggio per un monovolume costarono 3.500 dollari, quest’anno 2.300.
La suite all’Hilton che in genere pago 80 dollari a notte (mi serve per azzerare il costo di ristorazione) ora la prendo a 60.
La notte si vedono meno persone in giro e più ubriachi. La televisione trasmette meno programmi culturali e più intrattenimento (è privilegiata la crisi del Golfo del Messico per il petrolio disperso in mare, rispetto ai grandi temi di politica internazionale e quelli sociali, che hanno sempre dominato l’audience) Perché sono cambiati gli stili di vita degli americani in così breve tempo? E soprattutto perché in Europa non hanno subito una variazione così profonda?
Ecco che ritorna attuale un tema dibattuto mille volte: noi e loro. Noi abbiamo la cassa integrazione, in grado di ritardare gli effetti sulla società civile della crisi economica e loro no. A parte il fatto che una qualche forma di tutela per 6 mesi c’è anche negli USA, ma concettualmente qui chi perde il lavoro, non ha più reddito subendo subito gli effetti della crisi in termini di contestuale calo drastico nei consumi. Su questo aspetto mi sento più europeo che americano, credendo nella validità sociale della cassa integrazione (ripercorro in ciò il pensiero macroeconomico di Keynes, per cui ai disoccupati si dia lavoro scavando al limite e per assurdo anche buche da ricoprire, l’importante è che ricevano un salario da spendere, consentendo all’economia di ripartire) però “loro”, gli amerikani, con quella “ruvidità sociale” che li contraddistingue stanno uscendo dalla crisi, mentre in Europa, ci stiamo entrando solo adesso, come ripercussioni sociali.
La conclusione è semplice: l’uomo per reagire va stimolato (lasciandolo nella crisi della sua povertà quando “ci casca”) o protetto e fatto crescere grazie alla cassa integrazione guadagni?
Relativamente al secondo aspetto, quello sul disastro politico del Signor Obama, abbozzo un sorriso quando il partito democratico accenna alla CNN di temere la perdita di qualche seggio a novembre, nelle elezioni di mezzo termine.
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