Dire la propria è antipatico, specie se contiene delle conclusioni, ma da qualche parte è necessario ripartire!
di Giovanni Carlini
Vi racconto una storia.
A fine settembre mi hanno telefonato 7 presidi di scuole superiori, chiedendomi la disponibilità per introdurre degli elementi di novità nei corsi regolari tenuti nelle loro scuole. Per 3 di essi ho accordato il tempo necessario.
Per studiare, provocare e quindi capire lo spessore dei professori con cui dovrò lavorare, in ogni istituto ho promesso, con annesso messaggio scritto in sala riunioni, che avrei festeggiato l’ingresso grazie a 30 cornetti alla marmellata da offrire a tutti. Ha prevalso lo stupore. Portati, qualche giorno dopo, tutti hanno sorriso e gradito (valutando la velocità con cui sono spariti) ma pochi hanno saputo gestire la novità. La massa ha apprezzato, chiudendosi nel silenzio, quando avrebbe fatto più bella figura aprendosi nella relazione umana.
Proseguendo nell’analisi rilevo come, per contestare alcuni provvedimenti del governo, degli impiegati statali (appunto i professori e ciò in netta maggioranza) sospendano le gite scolastiche e studino metodi di sabotaggio del normale funzionamento scolastico. La sospensione delle gite incide sull’utenza la quale è minorenne. Un profilo comportamentale di questo tipo, da parte dei professori, dovrebbe esporli al licenziamento perché hanno cessato nel ruolo di educatori; in pratica hanno perduto il senso della missione.
Simpatica è poi la lamentala di quella professoressa che per 20 anni ha insegnato nelle ultime 3 classi e ora è stata “retrocessa” alle prime. Anche qui, se viene concesso il privilegio d’insegnare, questo vale per ogni tipo d’utenza e sul piano dell’addestramento del personale, ritengo saggio che un vero professionista ogni “tot anni”, impari a modularsi su fasce d’ascolto diverse, altrimenti non impara mai ad insegnare!
Discutere sulla pagliuzza nell’occhio degli altri, ci consente di ragionare sulla trave che grava dentro di noi. In 25 anni vissuti a cavallo tra molti ambienti, la scuola, l’università, l’editoria, le aziende, lo Stato, l’estero a questo punto giungo a una conclusione: la parte più sana e fertile, in grado di evolversi più rapidamente, in Italia, oggi, è l’impresa.
Parlo di uomini e donne, dall’operaio al top manager, quindi fino all’imprenditore. Questa categoria è quella che penso sia la più sana oggi nella Nazione.
Scrivere quello che si pensa è pericoloso e anche antipatico, ma da qualche parte si deve anche partire per cercare di capire e definire le nuove strategie necessarie per sopravvivere e lottare.
Abbiamo grandi sacche di malcontento nel paese, che diffondono i germi della conflittualità sociale. Gli insegnanti (al netto di 1 milione d’eccezioni, dove il singolo è sempre una persona molto corretta) si esprimono come degli intellettuali impotenti, privati della capacità di creare pensiero e idee nuove. In pratica non sono più in grado d’ingentilire l’anima e lo spirito degli studenti. Ripeto che questa valutazione è soggetta a un’infinità d’eccezioni pur restando, in linea di massima, valida.
Dal mondo bancario, non più adesso ma anni fa era più accentuato, abbiamo una grande sacca di mancati economisti e finanzieri, che non possono essere che solo degli impiegati, da cui un forte malessere sociale.
Dalla stessa magistratura si riscontra un’endemica confusione tra il ruolo istituzionale ricoperto e le idee personali, in uno strutturale e anche voluto disorientamento che annebbia la missione assegnata.
Tra queste 3 grandi isole di malessere sociale, c’è la politica. A essere sinceri spesso la stampa che è di un orientamento diverso rispetto all’attuale governo, non consente una corretta lettura sulla qualità del lavoro svolto dall’esecutivo, che è sicuramente notevole, ma poco visibile. Certamente lo stile vorrebbe che i panni sporchi fossero lavati in casa! Non vorrei esprimermi sulla politica. I modelli che ho in mente, per tradurre quanto avviene, sono quelli che risalgono a Camillo Benso di Cavour, per la sua lungimiranza, a De Gasperi per l’onestà e Kennedy per la capacità di svecchiamento delle strutture e culture.
Studiato il contenitore sociale in cui l’impresa italiana opera, ecco che si perviene alla conclusione (del tutto personale, rischiosa ma che rappresenta un punto di partenza): la parte più viva della società è quella che lavora nelle imprese. Detto questo e assegnata una responsabilità non indifferente al sistema delle imprese che si fa? Qui casca l’asino!
Tanto per cominciare credo sia saggio riabilitare quanto gli altri hanno dimenticato: il senso della missione. Ogni impresa ha un ruolo, una storia, delle prospettive che vanno spiegate per essere capite. Ogni azienda deve far si che i dipendenti si riconoscano nella propria realtà d’impresa, consegnandogli quanto la società si è dimenticata d’insegnare, fare e condividere. Quanto scritto può apparire solo parole, ma in realtà lamentano la mancanza di una politica del personale nelle nostre imprese; una prassi di coinvolgimento di uomini e donne che abbatta i costi e alzi la produttività. Il primato morale e sociale che il mondo dell’impresa può ancora oggi vantare sulla società, resterà tale solo se valorizzato attraverso la cultura d’impresa che si concretizza con idee, punti di vista e opinioni usando piani di marketing, politiche commerciali, criteri di gestione del cliente, innovazione nei prodotti, applicando il “pacchetto Harz” (quello tedesco) anche in Italia per cui il salario non dovrebbe essere più una variabile indipendente.
Con questi accorgimenti si potrà fare di necessità virtù, vincendo anche sui mercati internazionali che sono il vero banco di scuola della nostra industria. Buon lavoro!
domenica 10 ottobre 2010
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento