lunedì 6 settembre 2010

Santa Fe (New Mexico) domenica alle ore 12.00 in un centro commerciale: pensieri sciolti

E’ domenica mattina, per rilassarmi scelgo di fare quattro passi in una mall (centro commerciale) celebrando il culto dello shopping e guardando le vetrine.
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?

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