Lascio l’America con il suo presidente che si ostina a dichiarare che la ripresa c’è, arrivo in Italia e sento lo stesso discorso dai nostri leader. Francamente che la ripresa ci sia o no, a me interessa osservarne gli effetti, più che i proclami.
Nello scambio di posta privata, alcuni lettori mi chiedono perché sono “pessimista”. Chi mi conosce, sa che sono ottimista a oltranza e determinato nel trovare sempre una via alternativa. Qui, nella veste ufficiale di analista, non sono ottimista o pessimista, ma uno studioso che da 30 anni analizza e pensa i fatti. Nel mio mestiere è fondante l’esigenza del dubbio conoscitivo.
Sebbene la ripresa ci sia, ma non si veda, per quanto mi riguarda non è un dato su cui riflettere! Il punto è come ci si stia organizzando per un rilancio, che prima o poi ci sarà, perché è nella logica dei fatti e, altro problema, quante imprese riusciranno a reggere fino a quel momento? Non solo, ma quando si riavvierà il sistema economico, chi ne resterà tagliato fuori? Ecco quali sono i miei pensieri. Se ciò di cui mi occupo è ragionare e non annunciare, è anche vero che sulla base dei dati riscontrati è possibile fare delle previsioni.
Ebbene le mie sono negative per un “secondo colpo della crisi”. Perché? Semplice! Negli USA non ci sono idee per gestire la crisi o meglio, si ritiene che basti spendere denaro pubblico per rilanciare l’economia. Su questo aspetto, come economista non sono in accordo e da sociologo ho visto famiglie vivere in una autovettura parcheggiati in un distributore di benzina a Flagstaff (Arizona) quindi in una località non particolarmente depressa degli Stati Uniti.
Ho constatato come la crisi, non sia solo un momento di difficoltà, ma assenza di idee. Con questi presupposti che senso ha essere ottimista o pessimista?
Arrivo in Italia e vedo che la Nazione “dorme”. Il parlamento apre l’8 settembre (che fantasia nella scelta delle date e che brutto presagio!) le aziende che barcollano, cercando una via come se si fossero destate ora da un profondo sonno (solo qualche settimana di agosto) e la Germania che avanza come un panzer. Evviva i tedeschi! E’ dal 1990 che questo paese ha lavorato per dei risultati che solo adesso sono palesi. Un particolare, su questo argomento, mi pare significativo in un’Italia dove il sindacato è in urto facciale con la globalizzazione targata Fiat.
In Germania è stata applicata una normativa sul lavoro, il cosiddetto “pacchetto Harz”, che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti.
Ecco il punto. Nel cuore dell’Europa, si scopre che le variabili non sono più indipendenti. Prima o poi ci arriveranno anche gli italiani e quindi gli americani.
Questo aspetto mi rende “ottimista” e sorrido alla Germania. Possiamo diventare tutti noi un po’ più tedeschi? Questa è la via per gestire la crisi, anche se qualche economista francese (invidioso) si lamenta che i tedeschi non hanno concordato con altri le loro scelte. Il futuro non è collettivo, ma costruito sulle scelte individuali! Ebbene imprenditori italiani, come stiamo a scelte originali puntando su nuovi manager, mercati, prodotti, fattore umano, tecnologia, relazioni industriali? Per tornare a credere in qualcosa, abbiamo bisogno di una politica che per quanto possa essere perfettibile è una direzione, ma questa politica non può più pioverci dall’alto, bensì dobbiamo farla noi, nelle singole imprese, la cui sommatoria darà un indirizzo alla Nazione. Si parla tanto di federalismo ma qui, tornando agli aspetti seri, si tratta di fare da soli per dare un segno a tutti. Ecco la ricetta per credere nel futuro!
lunedì 6 settembre 2010
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