A Flagstaff (Arizona) scendo a fare colazione in albergo e trovo seduta davanti a me, di spalle, una Signora non più giovane, ma orgogliosa nella sua vitalità, che espone un generosa scollatura sia sulla schiena che probabilmente anche sul décolté.
Ciò che mi ha colpito è stato vedere sulla schiena una profonda quanto estesa cicatrice.
Credo che le “sue” coetanee italiane non sarebbero state così generose e anticonformiste, considerando generalmente la cicatrice concettualmente invalidante per la loro estetica, qui invece la Signora ha incorporato la sua storia e evoluzione fisica, accettandosi.
A parte la profonda emozione e rispetto che ho provato per questa impavida e coraggiosa Signora, il pensiero corre alle nostre imprese. Nel paragone la cicatrice potrebbe essere una condanna, un affare non risolto adeguatamente, una causa o quant’altro. Ebbene in tanti anni, non ho mai visto degli imprenditori capaci di “capitalizzare” le brutte avventure, discutendone apertamente in azienda studiando come non ricadere nell’errore commesso, facendo scuola dalla brutta avventura. Insomma trovo poca-pochissima autocritica e molta voglia di “nascondere”. Quindi una strutturale incapacità d’analisi (in genere il ragionamento tipo che viene sovente applicato è “speriamo che me la cavo”, oppure, è sempre stato fatto così”) quindi una diffusa tendenza “a campare alla giornata”. Ebbene questo “metodo” di sopravvivenza non è corretto! Servono politiche del personale per contenere i costi e alzare la produzione, quindi piani di marketing, ma non mi dilungo sul già detto in altre puntate di questo epistolario americano 2010. Sicuramente serve la capacità di far tesoro delle brutte esperienze ragionandoci sopra, trasformando il tutto in “casi scuola”, ampiamente dibattuti tra le persone più fidate in azienda. A tal proposito serve rammentare quanto sia strategico formare in azienda quel “comitato di crisi dedito alla formazione delle strategie” che permanentemente analizzi cosa fare al modificarsi degli scenari.
Il comitato è un gruppo ristretto presieduto dall’imprenditore che quotidianamente riunisce per 15 minuti (non di più altrimenti subentra l’assuefazione e noia il che è un pericolo mortale) le sue teste pensanti per fare il punto della situazione. E’ importante che ognuno sia educato a dire la sua senza alcun ritegno e timore (sempre nel rispetto delle più ovvie regole di convivenza civile). Da questo scambio di opinioni si ottengono dei risultati del tipo:
- l’imprenditore è stimolato dal contradditorio ponendosi in discussione e in questa maniera cresce in vedute e prospettive;
- la gente più fidata si trova in una posizione evolutiva sia nel ruolo che nella partecipazione agli eventi dell’impresa sentendosene parte integrante;
- la “tempesta di cervelli” (brainstorm) che ne deriva dall’interazione, se verbalizzata affinchè nessuna idea vada perduta, contribuisce a costituire un diario da rileggere nel corso del tempo per trovare soluzioni ai più casi. Un metodo di lavoro di questo tipo andrebbe incontro a quel bisogno di personalizzazione delle politiche aziendali utile per saper ben fronteggiare l’attuale depressione economica. Come già affermato in altri passaggi del Taccuino Americano 2010, siamo entrati nell’era delle soluzioni individuali essendo venute meno le scuole di pensiero. La sfaccettature degli eventi è così complessa e articolata che non è più possibile parlare di “punti di equilibrio” e dottrine, ma la nuova prospettiva è quella di formare politiche commerciali-di marketing-negli acquisti-nella qualità che siano specifiche e personali per quell’impresa e non altre. Per giungere a questo livello serve l’attivazione di questo comitato di studio interno all’azienda.
- questa iniziativa che non aumenta i costi aziendali (non c’è straordinario da pagare) apre alla formulazione delle strategie d’impresa che andrebbero anche spiegate ai consumatori per ottenere fidelizzazione.
Gli incontri da 15 minuti al giorno è saggio che siano organizzati intorno a un caffè fumante, brioches invitanti e qualcosa che rispetti questa strategia: “fare sempre un’offerta che non si può rifiutare” Al termine di una giornata di lavoro, verso il tardo pomeriggio, nell’osservanza dell’orario, è difficile che non faccia piacere fermarsi a riflettere intorno a un aperitivo.
Se tutto questo venisse rispettato, in azienda si penserebbe di più quindi si vale anche di più sui mercati in quote e vendite. Ecco che gli errori sono motivo di crescita e non di vergogna.
In questa maniera potremo fregiarci di un bel décolté, con quella dignità che le donne sanno così ben esporre.
lunedì 6 settembre 2010
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