Ormai sono 40 giorni che sto osservando l’America, percorse 7.400 miglia, incontrate molte persone e presi tanti appunti; è l’ora di un primo bilancio, anche se mancano altrettanti giorni al rientro in Italia.
Il Paese è in crisi, lo sa ma non reagisce, perché non vede come e cosa fare. Apparentemente lo stallo è economico quindi misurato con i normali parametri macroeconomici, ma in realtà è sociale insito nel modello di sviluppo personale, per cui è molto più difficile monitorarne gli effetti.
Per spiegarmi meglio, ecco alcuni passaggi fondamentali:
- nei supermercati l’afflusso di clientela è ridotto del 50% e si registra un calo del 24% nel settore del turismo;
- oltre le statistiche sul un piano più semplice delle impressioni personali, sono stato al cinema, per vedere un film uscito da 2 settimane ed eravamo in 9 persone nella fascia oraria serale;
- l’incidenza di obesi sul totale della popolazione è molto più alto rispetto al passato, il che spiega come qui si sprechi più che solo consumare. Ovviamente per obesi non si intende il sovrappeso, ma una condizione di triplicazione nella massa corporea. Questa trasformazione indica come gli Americani si gettino sul cibo con una voracità pari al bisogno di consumo per altri beni non essenziali, il che determina un “costo Nazione” molto alto, rispetto alla effettiva produzione. In poche parole qui negli USA si produce debito più che ricchezza.
- Per scelta politica (più democratica che repubblicana) si è deciso di delocalizzare la produzione di base nei paesi in via di sviluppo e in Cina in particolare. In questo modo i beni di questo tipo (che sono l’80% del consumo della Nazione) come forchette, piatti, carta, penne, pentole etc.. sono tutti “made in China” e l’America compra quanto necessario da altri, delegando capitale e lavoro.
- E’ magra la soddisfazione nel produrre macchine e impianti, perché questi coprono appena il 12% del fabbisogno della Nazione. L’effetto perverso della scelta d’aver consegnato i propri bisogni primari ai cinesi è nella disoccupazione al 10% (rispetto una media del 5% massimo negli ultimi 40 anni)
- Con un 10% di persone che non lavorano (dato ufficiale, ma che nella realtà è più vasto) c’è minore ricchezza prodotta. Se a questo nuovo livello di massa monetaria, non corrisponde una pari contrazione del consumo, allora c’è creazione di debito. Gli USA proseguono a produrre debiti! Oggi chi compra i debiti degli americani, principalmente sono i cinesi, ma non è detto che proseguano nel tempo, inoltre questo disequilibrio non può essere strutturale.
- In ultima analisi non c’è nessuno che sappia o voglia spiegare alla Nazione se non proprio come stanno le cose, almeno una chiave di lettura. Per cui scarseggiano le idee su quanto stia accadendo o se ne hanno talmente tante, che non c’è una linea di condotta. Quindi il re-impatrio delle attività produttive, ad esempio, per assorbire disoccupazione, non è ancora maturo come pensiero e l’educazione verso la popolazione nella quantità e qualità dei consumi, affinchè passi dallo spreco a una vita normale, non è ancora in alcuna agenda politica.
Conclusione: per quanto ubriaca di spreco la Nazione non è insensibile, ma la sua ricerca di soluzioni è per ora sterile perché c’è un vuoto di potere. Le promesse di 2 anni fa, concentrate nella sola persona dell’attuale presidente, sono state tutte tradite, il che comporterà un ribaltamento elettorale a novembre 2010 con una umiliante sconfitta dei democratici e la probabile perdita della Casa Bianca fra 2 anni. Questo verdetto, francamente 2 anni fa fu già predetto, ma nessuno volle ascoltarlo, mentre oggi è nuda realtà. Il vero problema adesso è che i repubblicani non hanno uomini in grado di coagulare la Nazione, quindi c’è una crisi di leadership anche nell’opposizione.
Lo stallo sociale e quindi anche economico, nonché infine politico degli Stati Uniti, non giova a nessuno.
Cosa possiamo imparare da questa crisi? Tantissime cose! Tanto per cominciare il benessere della Cina non è quello dell’Occidente, per cui chi produce ha in mano la ricchezza del suo futuro. Ma non basta. Per vivere servono strategie, ovvero la capacità di guardare oltre il quotidiano. Le nostre imprese, in Italia si pongono il problema di cosa saranno fra 6 o 18 mesi? Quali i modelli di sviluppo scelti per superare le stringenti difficoltà di oggi?
In Italia contestiamo la politica che non sa farci vedere cosa saremo fra 4 o 5 anni mentre negli USA è all’ordine del giorno, ma le imprese italiane si sono poste il problema del futuro?
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