giovedì 22 luglio 2010

taccuino americano 6

Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.

Nessun commento:

Posta un commento