giovedì 22 luglio 2010

taccuino americano 4

Immerso nel vuoto abitato del deserto. Appunti da Phoenix primi di luglio 2010: l’imprenditore americano è più forte di noi, perché?
Capita la differenza tra Europa e USA, nei termini di ricadute sociali della crisi e dell’importanza di revisionare il nostro modo di vivere, perché non è più in grado di produrre le soddisfazioni che ci servono, possiamo arrivare a un punto nodale di questa corrispondenza: come lavorano “loro” rispetto a “noi” alla luce del fatto che gli Stati Uniti saranno il primo paese a uscire dalla crisi?
Osservando le differenze tra imprenditori italiani e statunitensi emergono dei fatti curiosi.
I nostri sono (si parla dei migliori) molto interessati a sapere cosa avviene sul mercato e partecipano alla vita della rispettiva associazione, traendone informazioni e indicazioni. Quindi abbiamo dei personaggi che si guardano intorno cercando di capire, ma attendono per agire. Quelli statunitensi (ovviamente generalizzando) sono ugualmente partecipi a convegni e simposi con la connessa associazione, ma da buoni individualisti, hanno uno spiccato senso di ricerca della propria via per gestire i diversi momenti congiunturali.
Detto in forme più dirette, qui negli USA si osa di più, si pensa di più e si fallisce anche di più, non solo per effetto di una dimensione più grande rispetto alla nostra, ma proprio come mentalità. E’ osservabile una felice unione tra individualismo (scelte perseguite) e spirito di gruppo (coordinazione e informazioni) per cui a tante imprese abbiamo altrettante politiche evolutive.
Non a caso la Cina è stata inventata dagli imprenditori americani, perseguendo una geometria molto semplice: abbattere i costi di produzione, mantenendo sostanzialmente costanti i prezzi di vendita. Sto scherzando, ma non troppo. Oggi questo giochino è fallito, perché la globalizzazione intesa come delocalizzazione per produrre a favore del mercato di provenienza, lucrando sui bassi costi di produzione, avendo generato disoccupazione e povertà, nel paese d’origine, ha manifestato per intero la sua miopia.
Infatti se il Giappone o la Corea del Sud esportano nel mondo idee e prodotti giapponesi o coreani, frutto del loro ingegno, la Cina invece, esporta negli USA quanto è stato pensato con idee americane, realizzato con fondi statunitensi e macchinari nordamericani in un corpo sociale malato di disoccupazione e quindi carente di liquidità per soddisfare i bisogni.
E’ palese che questo gioco può reggere solo qualche anno (appunto dal 2000 al 2010) ma poi si rompe (infatti è dal 2008 che qualcosa non funziona).
Al di là della geometria macroeconomica più ampia e dei suoi guasti già registrati, ogni singola impresa statunitense, per svolgere in proprio una sua politica commerciale, principalmente autonoma e calibrata ai suoi bisogni, necessita di figure che da noi non sono sviluppate! Non ci si riferisce solo a segretarie in grado di parlare altri idiomi, ma a un responsabile marketing che sia sganciato dal commerciale, un analista di mercati esteri, un alterego del proprietario autorizzato a criticare, quindi rapporti con la stampa, ricerca e studi.
Questo da noi non c’è questo spirito a partire dalla proprietà che non sa accettare alcun contradditorio interno confermandosi per questo ancora a livello familiare.
Quindi abbiamo da imparare dagli esempi di chi caduto si sta rialzando.

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