giovedì 22 luglio 2010

taccuino americano 3

Immerso nel vuoto abitato del deserto. Appunti dal Saguaro desert – Tucson fine giugno 2010: una nuova politica del personale
Il punto di partenza (la tesi) è che sono convinto che si stava meglio quando stavamo peggio. Oggi, secondo me, manca l’umanità perché soffocata dall’individualismo più esasperato, quel nichilismo che ci ha resi soli e poveri, ricchi d’idee non praticabili e di chiacchiere pretestuose. Mancano i grandi concetti di fondo. Televisione e giornali si concentrano sul “fatterello” o il varietà d’intrattenimento, disertando sistematicamente la riflessione. Dove va la nostra società e su quali programmi? Ad esempio, la stessa vita di coppia/relazione che ci riguarda individualmente, quali passaggi segue oltre il monotono quotidiano? E poi, perché si fa l’amore? Si tratta solo di un esercizio fisico, oppure abbiamo la possibilità di tradurre questa formula vitale in energia nuova per produrre idee-concetti-sensazioni, quanto tradizionalmente il tutto è destinato ad abitare le lenzuola? Nella ricerca di un senso e scopo, che vada oltre l’ovvio o il mero consumo dell’oggi, l’unica uscita che molti pensatori stanno maturando, per abbandonare lo stallo nel quale ci ritroviamo, vittime di una conflittualità patologica del tutti contro tutto, è quella di tornare indietro.
Purtroppo solo affermare il mero concetto di “tornare sui propri passi”, equivale nel senso comune, a dichiarare un’eresia, ovvero una contraddizione per una società che deve ossessivamente andare avanti (ma nessuno sa dove) senza una meta se non la scoperta spesso traumatica del vuoto, privo di senso. Sul piano personale non credo nella globalizzazione e delocalizzazione, per cui non ho un briciolo di fiducia nella dittatura cinese e non considero valida la mentalità dell’andare avanti, perché non c’è altra alternativa. In realtà una possibilità c’è: resettare tutto e rincominciare da capo.
Cosa vuol dire?
Tornando indietro negli anni, il primo blocco di tempo che potrebbe offrire delle garanzie di stabilità e compattezza sociale, sono gli anni Cinquanta-Sessanta. Per accettare quel periodo serve “ripulirli” dagli eccessi di perbenismo che hanno subito, ma nonostante ciò, appare come una buona base di partenza, per riscoprire il gusto delle idee sui grandi scenari, cercando fiducia in un lavoro in corso d’evoluzione.
Qui negli USA la ricerca dell’eroe, il culto del trovarsi al “servizio” della nazione come militare, vigile del fuoco, poliziotto o postino che sia, quindi la bandiera che sventola sulla porta d’ingresso di casa dei semplici privati, il ritorno a votare in massa per lo sceriffo come il magistrato della contea, esprimono una rivalutazione della qualità di vita, che noi europei e italiani abbiamo obiettivamente perduto.
Chi da noi si sogna (oltre qualche partita di calcio) d’esporre la bandiera nazionale fuori casa o indicando con orgoglio un passato al servizio della nazione?
Proseguendo nella ricerca di particolati significativi qui negli USA, non a caso un cartello pubblicitario sulla strada, reclamizzando case in costruzione, si riferisce non alla semplice casa come unità immobiliare, ma quale veicolo sociale per appartenere a una certa comunità di persone, che qualifica e migliora la vita della famiglie. Quindi non si compra casa per solo abitarla, ma anche per “entrare in società”, in quel determinato clan. Concetto che da noi è talmente implicito che è stato completamente scordato: “una volta chiusa la porta di casa il mio mondo è qui”
Recependo il bisogno di un riposizionamento rispetto alla vita e ai suoi valori, per vivere meglio che invece “tirare la giornata”, servono nuove politiche del personale, in azienda, capaci di dare risposte a un bisogno di ruolo e prospettive per le persone, che appare obiettivamente perduto o comunque non chiaro. Possibile che si lavori solo per lo stipendio a fine mese? Dov’è il “sogno italiano” ed è conciliabile con quello personale? Se le persone non credono più in nulla non si va da nessuna parte, si ferma la creatività, la fantasia, l’amore e la voglia di vivere.
Servono quindi nuove relazioni industriali che sappiano, ad esempio, andare oltre lo Statuto dei lavoratori, vecchio di 40anni e fuori luogo per quella mentalità che si vorrebbe ricostruire in un nuovo disegno di pace sociale in azienda, come anche in famiglia.
Il ritorno alle origini è per “l’uomo integrale-totale”, quello che è sano in famiglia come al lavoro. Bisogna smetterla di spezzare la vita al lavoro da quella privata. Parsons questo lo ha spiegato (sociologo americano degli anni 60’) ma in quell’epoca c’era il Vietnam e quindi il bisogno di un’evasione dalla realtà, che ha guastato le grandi architetture sociali, per il solo gusto di contestarle trovando così un ruolo.
E’ ora che ogni cosa torni a posto, prima di tutto in noi stessi e quindi nella collettività. Serve riprendersi quelle sensazioni assolute che qui nel deserto è facile capire nella sua crudele essenza, per trasferire il tutto nel rapporto di coppia in amore-odio-passione, quindi nel lavoro per fedeltà-dedizione-creatività e nella vita per moderazione-curiosità-responsabilità.
Le parole appena dette, possono apparire come un sermone da Chiesa presbiteriana, però sono una soluzione; le altre che sentiamo dire, che prospettive offrono se non il deserto, quello vero da solitudine esistenziale senza uscite? Serve tornare ai valori.
Ecco che tutto quanto qui detto, va ora trasformato in una politica del personale che abbassi i costi di gestione delle imprese e nobiliti il lavoro della nostra gente, uomini e donne, senza i quali nulla avrebbe senso.

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