martedì 27 luglio 2010

concetti innovativi

.........(estratto da un articolo sulla green university)....La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica e questo addivenire è custodito in un nuovo livello che si chiama “green economy”. Qui va chiarito però un concetto. Green non significa, in questo senso “verde” ma nuovo e diverso con rivisti parametri di costo-efficacia. Dobbiamo imparare a produrre più ricchezza spendendo meno materie prime, energia, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. E’ vero che questa evoluzione è nata da una tensione ecologica (da cui conserva il nome di “green”) ma si è evoluta su un piano meno fazioso e trasversale, per cui è in atto una clamorosa e radicale revisione dei criteri di costo-efficacia.
Qui si potrebbe anche arrivare sul filosofico-sociologico per cui vale la pena lavorare 10 ore al giorno per una qualità di vita non apprezzabile? Certo che il sacrificio è pagante, ma va monitorato. Questi concetti in Italia non sono stati ancora recepiti. In America invece rappresentano la differenza tra il prima e il dopo. Il prima, invasi dal “made in cina” e il dopo, dove si ritorna a prodotti “made in usa”. realizzati ad alta qualità con basso costo (fantascienza per i cinesi). In tal senso oggi 27 luglio ancora una volta la Jeep ha comprato 4 pagine di USA Today per informare il mondo che l’America è conosciuta per le sue bellezze, ma lo è di più per la sua tenacia (nel costruire un prodotto interamente americano – Jeep) “America is known for its beauty but it’s more known for its guts”, Jeep, the thing we make, make us.
Le cose che noi facciamo ci migliorano. Non restiamo spettatori e miglioriamoci, facendo i nostri beni con la cultura che ci contraddistingue a costi competitivi e in un buon rapporto con l’efficacia. Questo è quel Green Rinascimento che ci aspettiamo da noi stessi. Forza Italia!

domenica 25 luglio 2010

consigli sulla lunghezza dei testi scritto

un frequentatore di corso di ISP mi scrive con un testo di sua iniziativa molto lungo, a quel punto lo invito a ridurre il tutto a 1.000 battute (compresi gli spazi). Con un paio di prove alla fine riesce a mettere tutte le sue 8mila in mille.
A risultato riuscito gli scrivo riepilogando l'ordine di grandezza dei testi.
Ecco cosa ne è emerso:
visto che ci è riuscito!
Spero che questo metodo della contrazione delle battute lo adotti come sistema di comunicazione.
I tagli con cui si esprime un'idea sono:
- 1.000 battute per restare in mente all'interlocutore e farsi richiamare per approfondire;
- 5.000 battute per dare una chiarezza di fondo al discorso
- 12/15.000 battute per un articolo che spieghi ogni cosa
- 25.000/32.000 o anche 50.000 battute per un dossier
prosegua così.
Carlini

sabato 24 luglio 2010

spunti e ragionamenti trasmessi su You Tube di 1 minuto

stanno per essere qui allegati messaggi della durata di 1 munuto tesi a riepilogare concetti già affrontati nei diversi corsi on line tenuti da ISP.

le foto che sono state qui mostrate sono degli spunti

le foto qui mostrate sono:
- degli spunti di oganizzazione dello spazio di vendita per il corso di Visual
- degli spunti di riflessione per la propria personalità per il corso di PNL (programmazione tecnica linguistica)

altri spunti di organizzazione

ancora spunti per il corso di Visual (org. spazio di vendita)

foto di lavoro e studio per il corso di Visual che si terrà a settembre

foto di lavoro: organizzazione dello spazio espositivo in un negozio

auguro a tutti di vivere questa esperienza

il silenzio serve alla produzione del pensiero

chi produce pensiero deve concentrarsi a riflettere, ecco il perchè di questo ritiro spiriturale

ecco la foto: e si trova in New Mexico - USA

e si trova in New Mexico - USA

il posto si chiama White Sands

ecco dove rifletto per svolgere i corsi in ISP

venerdì 23 luglio 2010

notare come l'intrattenimento in una libreria è stato studiato affinchè ....

organizzazione dello spazio in una libreria di successo

organizzazione dell'intrattenimento in una libreria

da un grande nome della distribuzione americana: THE HOME DEPOT

foto: spunti di esposizione merce al pubblico

foto: osservare il sistema organizzativo

la green university - novità completa

La prima “green university” al mondo
A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale e diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro è molto serrata misurandosi in numero di nuove iscrizioni annuali.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi della green economy. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, il comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi la ricerca per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi, affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.
Ogni tentativo di conoscere i dettagli tecnici della realizzazione sono risultati vani, perché il riservo è altissimo, in quanto è volontà dell’Università addivenire a un brevetto da commercializzare a vantaggio dell’Ateneo, utilizzando lo sforzo congiunto del corpo docenti e degli studenti così vincolati al segreto. Questa iniziativa quindi non è concordata con le case costruttrici le quali non sono (quelle americane) al momento interessate al progetto.
Nonostante ciò esistono in questo Paese, delle officine di riprogettazione per autovetture che modellano sia tipologie d’auto esistenti, che “inventate” ad hoc, per le più disparate necessità. L’Università di Fort Collins si è rivolta in Florida alla Gator Moto www.gatormotouv.com per essere aiutata nella realizzazione.
Chase,Brian, la cui email è Brian.Chase@ColoState.EDU è uno dei coordinatori universitari del progetto, svolgendo anche il ruolo di collegamento con la Gator per gli aspetti di progettazione ingegneristica.
Domanda: come siete arrivati a questo progetto?
Brian: l’università ha già in uso delle auto elettriche da diversi anni. Il passaggio dell’ateneo a “green” ci ha imposto non solo l’apertura di una scuola di specializzazione, con argomenti dedicati che ci venivano già richiesti dalla Pubblica Amministrazione, ma anche qualcosa di più concreto come la progettazione di un motore alimentato con batterie fotovoltaiche.
Domanda: qualcosa del genere esiste già?
Brian: si è stato giù studiato, ma è a solo livello sperimentale. E’ nostra volontà progettare, applicare e verificare la concreta esecuzione di questa idea, nel campo delle utilizzazioni “domestiche e locali”. E’ il caso di un idraulico, elettricista, impiegato che transita solo nell’area urbana, portando con sé l’attrezzatura da lavoro (fino a 15 quintali). A questo tipo d’utenza oltre il già esistente motore elettrico, che ha troppe limitazioni, vorremmo affiancare anche quello fotovoltaico, con potenzialità moltiplicate per 15 rispetto il primo.
Domanda: quali sono le metodologie e tecniche adottate?
Brian: è una domanda che sarebbe corretto rivolgere alla Gator.
L’intervista termina qui. Chiamata la Gator questa non risponde, ma indiscrezioni confermano che i problemi di progettazione sono i seguenti:
a) “trovare” una superficie radiante idonea e si pensa che 2 mq siano sufficienti, ma è più comodo applicare un tetto all’autovettura o coprire di piastrelle il cofano e la parte superiore della macchina, con il rischio di scottarsi se si dovesse porre la mano sulla superficie?
b) Nel caso si utilizzasse il cofano e il tetto dell’auto come superficie radiante, esiste un liquido freddo, per alimentare le batterie in base all’energia fotovoltaica?
c) Nel caso dell’applicazione di un tetto all’auto che potrebbe anche essere superiore ai 2 mq d’esposizione, dovrà essere aerodinamico tanto da modificare l’attuale estetica delle correnti autovetture che diventeranno “a 2 piani”;
d) Un forte impulso a questa idea viene dalle applicazioni spaziali del fotovoltaico, infatti alcuni ricercatori della NASA pare si siano messi in contatto con la Gator e collaborino con l’Università di Fort Collins.
Non è possibile andare oltre senza infrangere il segreto industriale. Sicuramente che questa idea approdi a qualcosa di commercialmente utile è relativamente importante, perché il concetto è chiaro: è in atto il superamento di una fase tecnologica.
La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica; forza Italia non restiamo spettatori!

giovedì 22 luglio 2010

taccuino americano 9

Il cervello se non lo usi lo perdi. Un luogo di meditazione per chi ha responsabilità
C'e' una strada, la 212 west, che collega Rapid City (Sud Dakota) a Billings (Montana) e prosegue fino al parco di Yellostone in Wyoming. Il tratto che vorrei fosse percorso da gente che lavora con la testa, è di 95 miglia, tra le due città.
L’itinerario è paragonabile a tanti altri che si sviluppano in tutta l'area poco a sud del confine canadese (c’è anche la 200 del Montana) e tutte hanno in comune un aspetto: la visuale su ampi spazi disabitati, in grado di dilatare al massimo la nostra capacità di percezione, volando con l’autovettura lanciata in velocità (75 miglia al massimo) su questo mare “vuoto”, ma ricco.
In un ambiente del genere, lo spazio circostante è assolutamente vuoto, drammatico, nella sua bellezza. Apparentemente privo di vita, pullula di altre forme viventi, che non riusciamo a capire e vedere. Questa è la prateria del west americano, troppo umida per essere un deserto, troppo arida per coltivarla. Ebbene il concetto su cui stiamo ragionando è se lo spazio che ci circonda (il campo visivo si estende normalmente su un piano di 25 kmq) può essere tradotto in idee, opinioni, punti di vista e grandi visioni oppure è solo qualcosa che si guarda.
In pratica vivere la città, con degli scenari molto definiti (vie, piazze, strettoie, gente, urla) favorisce il pensiero puro, quello che produce idee o per farlo serve anche lo spazio illimitato, quello che mette quasi paura nell’osservarlo, perché ci si sente soli su grandi distanze?
Credo, perché vissuto molte volte e qui torno sempre, che nell'apparente vuoto assoluto d'umanità, è possibile vedere quei particolari della propria vita e lavoro, che normalmente sfuggono, ma che sono invece fondamentali. Nel caso degli imprenditori le grandi visioni d’insieme sono il sale della loro vita, senza il quale tutto resta normale, per un quotidiano d’ansietà e logorio snervante, che nulla produce. Non dico che i manager non lavorino; assolutamente!
Affermo che lavorano male, facendo tutto, ma riflettendo poco, il che si misura in livelli di produttività bassi. Probabilmente si dovrebbe lavorare di meno o nella stessa quantità di ore, ma più con la testa, che con l’abitudine o con dosi sempre maggiori di rischio che non sempre è favorevole (anzi).
Ebbene dove si può imparare il metodo e sistema per usare più il cervello che l’azzardo? Del resto la mente è un muscolo; se non lo si usa lo si perde. Se quanto detto è condiviso, a questo punto serve uno spazio che sia riflessivo dove poter pensare. Questo “luogo” ha bisogno della solitudine assoluta, animata al massimo, solo dai propri cari per dominarlo specie se è cosi esteso.
Mi spiego.
Rendersi conto d’essere soli sulla 212 west, senza una casa nel campo visivo per miglia e miglia da utilizzare come punto di riferimento, o una stazione di servizio, quindi un paesino ogni tanto, o anche una macchina nel senso contrario, mette paura.
La paura per questo vuoto, va dominata da un atto di coraggio da trovare in se stessi, che dia logica e forza a quanto ci spaventa. Se questo è vero, ecco stabilito il nesso tra lo spazio geografico che ci circonda e la qualità e quantità d’idee che siamo capaci di produrre. Così facendo in uno spazio illimitato, inanimato, ma ricco di altre forme di vita, l'impegno nel cercare di possedere e capire quello che ci circonda, scatena maggiore sensibilità ai particolari, alla vista e al bisogno di vedere ciò che non si vede.
Ecco quell'esercizio formidabile che i nostri capitani di industria, rottamai, e metallari dovrebbero affrontare, spenti computer e cellulari: guardare per capire. Trovare alleanze, allargarsi oltre i confini, innovazione di prodotto, ricerca rivolgendosi anche alle università, investimenti, valorizzazione nelle relazioni umane e cultura per l’impresa forgiata nel silenzio del pensiero profondo. La conclusione è che per gestire un'impresa bisogna pensare con il cuore e la mente e per farlo, va spento il mondo intorno, aprendosi a una scuola che acutizzi i sensi e consenta di mettere a fuoco quello che non si vede, ma di cui se ne ha un gran bisogno, perchè i costi invisibili sono quelli che massacrano l'azienda. La mancata produttività ne è un esempio. Costo invisibile significa anche che con la stessa organizzazione esistente, si potrebbe ottenere di più di quello che normalmente si raggiunge. Per riuscire in questo esercizio serve una nuova mentalità. Benvenuti nella 212 west.

taccuino americano 8

Santa Fe (New Mexico) domenica alle ore 12.00 in un centro commerciale: pensieri sciolti
E’ domenica mattina, per rilassarmi scelgo di fare quattro passi in una mall (centro commerciale) celebrando il culto dello shopping e guardando le vetrine.
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?

taccuino americano 7

La prima “green university” al mondo

A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale per questo più diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro, combattuta attirando iscrizioni dalle matricole, è molto serrata.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi del verde. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, studi di comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi lo studio per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi (Dodge), affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.

taccuino americano 6

Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.

taccuino americano 5

Attraversando da nord a sud il New Mexico: un esempio spettacolare d’organizzazione
Sono anni che attraverso in lungo e per largo il New Mexico, ma non mi ero mai accorto di come uno stato, arido, spoglio e vittima di una natura ingrata si fosse così ben organizzato per vivere bene. L’occasione per capire questo concetto è nata all’Università di Albuquerque, importante centro dello Stato, dove per iscrivere mia figlia mi hanno chiesto quale facoltà tecnica avrebbe voluto seguire. Non hanno neppure perso tempo a discutere d’indirizzi umanistici, o di economia come marketing; no, sono andati diretti su ingegneria o fisica per proseguire con chimica e infine geologia. In quel mentre non ho capito una scelta così ridotta che ho giudicato una rigidità. Successivamente recandomi a Las Cruces, poche miglia a nord di El Paso, ho lavorato presso il centro nazionale di missilistica congiunta tra le più forze armate e la NASA. Terminato questo impegno e percorrendo la interstate 25, che attraversa da sud a nord tutto lo stato, osservo:
- dalla missilistica schierata intorno all’area di White Sands;
- alla astrofisica e comunicazione spaziale, collocata nel centro dello stato (chi si ricorda il film con Judie Foster, CONTACT? Ebbene l’ ho visitato )
- quindi la ricerca nucleare sia per scopi civili che militari, situata sia nel deserto come a Los Alamos che in Albuquerque;
- la sanità quale ricerca medica a tutto campo, distribuita in molti centri e ospedali disseminati a pioggia.
Un giovane che volesse lavorare in New Mexico, a questo punto che cosa studia? Sicuramente la geografia come la storia hanno un senso qui come altrove, ma è molto più probabile che dovrà impegnarsi in materie tecniche e diventare un buon ingegnere o astrofisico per ottenere un buon posto di lavoro. Fin qui l’America, ma il pensiero corre a “casa mia”, all’Italia. Penso alla provincia di Siracusa ad esempio. Perché in New Mexico (come in Arizona con l’industria aeronautica) e non da noi è stato affrontato il tema della specializzazione del lavoro in un’area depressa, per cui da arida ora è fertile di tecnici d’alta qualità a livello mondiale? Cosa ha fatto scattare la molla negli Stati Uniti e ancora non è partita in Italia? Non è questa le sede per dare risposte che il nostro paese attende da almeno un secolo. Sicuramente l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno e dell’industrializzazione pesante del sud d’Italia, ha avuto una logica seguendo quanto qui in New Mexico è stato fatto, solo che:
- gli italiani non hanno poi proseguito l’idea dell’industrializzazione del sud, divorati tra mille dubbi;
- e gli americani sono partiti prima di tutto dalla scuola, formando una nuova generazione di tecnici da inserire a Los Alamos (citando uno dei tanti laboratori di ricerca) per generare nuove applicazioni.
Traducendo questo ragionamento in aspetti compatibili per i lettori, mi vengono in mente quelle imprese che dicono: non possiamo perché non c’è liquidità, nessuno ci aiuta, viviamo in un deserto di prospettive, gli insoluti etc.. Non che questi problemi non siano gravi e urgenti, ma la ricerca dov’è? A Tucson (Arizona) ho visitato 7 rottamai diversi, che vincendo il contratto dall’Air Force smontano aerei riducendoli in lamiere di metallo. Si sono inventati un lavoro!
Non vorrei l’esempio fosse troppo tirato, ma se da una terra arida un’intera generazione oggi vive di alta tecnologia, possono le nostre piccole aziende trovare attraverso la ricerca, lo studio, i contatti, i nuovi mercati, soluzioni tali da prosperare? Il motto dell’università di Las Cruces è: live, learn, thrive. (vivi, studia e prospera) La conclusione è semplice: non basta “fare impresa”, serve studiare (quale livello di scolarizzazione hanno i nostri capi d’azienda e responsabili?) e quindi creare pensiero, idee e punti di vista per trovarsi sempre un passo avanti rispetto “ai cinesi” che sanno lavorare tanto, pensare poco e creare ancora meno. Di cinesi qui in New Mexico e in Arizona, non c’è ne uno, tranne qualche spia con il compito di copiare e replicare. Saremo in grado, come PMI di rilanciare la nostra cultura d’impresa attraverso nuove idee da cercare ogni giorno in tutti i campi?

taccuino americano 4

Immerso nel vuoto abitato del deserto. Appunti da Phoenix primi di luglio 2010: l’imprenditore americano è più forte di noi, perché?
Capita la differenza tra Europa e USA, nei termini di ricadute sociali della crisi e dell’importanza di revisionare il nostro modo di vivere, perché non è più in grado di produrre le soddisfazioni che ci servono, possiamo arrivare a un punto nodale di questa corrispondenza: come lavorano “loro” rispetto a “noi” alla luce del fatto che gli Stati Uniti saranno il primo paese a uscire dalla crisi?
Osservando le differenze tra imprenditori italiani e statunitensi emergono dei fatti curiosi.
I nostri sono (si parla dei migliori) molto interessati a sapere cosa avviene sul mercato e partecipano alla vita della rispettiva associazione, traendone informazioni e indicazioni. Quindi abbiamo dei personaggi che si guardano intorno cercando di capire, ma attendono per agire. Quelli statunitensi (ovviamente generalizzando) sono ugualmente partecipi a convegni e simposi con la connessa associazione, ma da buoni individualisti, hanno uno spiccato senso di ricerca della propria via per gestire i diversi momenti congiunturali.
Detto in forme più dirette, qui negli USA si osa di più, si pensa di più e si fallisce anche di più, non solo per effetto di una dimensione più grande rispetto alla nostra, ma proprio come mentalità. E’ osservabile una felice unione tra individualismo (scelte perseguite) e spirito di gruppo (coordinazione e informazioni) per cui a tante imprese abbiamo altrettante politiche evolutive.
Non a caso la Cina è stata inventata dagli imprenditori americani, perseguendo una geometria molto semplice: abbattere i costi di produzione, mantenendo sostanzialmente costanti i prezzi di vendita. Sto scherzando, ma non troppo. Oggi questo giochino è fallito, perché la globalizzazione intesa come delocalizzazione per produrre a favore del mercato di provenienza, lucrando sui bassi costi di produzione, avendo generato disoccupazione e povertà, nel paese d’origine, ha manifestato per intero la sua miopia.
Infatti se il Giappone o la Corea del Sud esportano nel mondo idee e prodotti giapponesi o coreani, frutto del loro ingegno, la Cina invece, esporta negli USA quanto è stato pensato con idee americane, realizzato con fondi statunitensi e macchinari nordamericani in un corpo sociale malato di disoccupazione e quindi carente di liquidità per soddisfare i bisogni.
E’ palese che questo gioco può reggere solo qualche anno (appunto dal 2000 al 2010) ma poi si rompe (infatti è dal 2008 che qualcosa non funziona).
Al di là della geometria macroeconomica più ampia e dei suoi guasti già registrati, ogni singola impresa statunitense, per svolgere in proprio una sua politica commerciale, principalmente autonoma e calibrata ai suoi bisogni, necessita di figure che da noi non sono sviluppate! Non ci si riferisce solo a segretarie in grado di parlare altri idiomi, ma a un responsabile marketing che sia sganciato dal commerciale, un analista di mercati esteri, un alterego del proprietario autorizzato a criticare, quindi rapporti con la stampa, ricerca e studi.
Questo da noi non c’è questo spirito a partire dalla proprietà che non sa accettare alcun contradditorio interno confermandosi per questo ancora a livello familiare.
Quindi abbiamo da imparare dagli esempi di chi caduto si sta rialzando.

taccuino americano 3

Immerso nel vuoto abitato del deserto. Appunti dal Saguaro desert – Tucson fine giugno 2010: una nuova politica del personale
Il punto di partenza (la tesi) è che sono convinto che si stava meglio quando stavamo peggio. Oggi, secondo me, manca l’umanità perché soffocata dall’individualismo più esasperato, quel nichilismo che ci ha resi soli e poveri, ricchi d’idee non praticabili e di chiacchiere pretestuose. Mancano i grandi concetti di fondo. Televisione e giornali si concentrano sul “fatterello” o il varietà d’intrattenimento, disertando sistematicamente la riflessione. Dove va la nostra società e su quali programmi? Ad esempio, la stessa vita di coppia/relazione che ci riguarda individualmente, quali passaggi segue oltre il monotono quotidiano? E poi, perché si fa l’amore? Si tratta solo di un esercizio fisico, oppure abbiamo la possibilità di tradurre questa formula vitale in energia nuova per produrre idee-concetti-sensazioni, quanto tradizionalmente il tutto è destinato ad abitare le lenzuola? Nella ricerca di un senso e scopo, che vada oltre l’ovvio o il mero consumo dell’oggi, l’unica uscita che molti pensatori stanno maturando, per abbandonare lo stallo nel quale ci ritroviamo, vittime di una conflittualità patologica del tutti contro tutto, è quella di tornare indietro.
Purtroppo solo affermare il mero concetto di “tornare sui propri passi”, equivale nel senso comune, a dichiarare un’eresia, ovvero una contraddizione per una società che deve ossessivamente andare avanti (ma nessuno sa dove) senza una meta se non la scoperta spesso traumatica del vuoto, privo di senso. Sul piano personale non credo nella globalizzazione e delocalizzazione, per cui non ho un briciolo di fiducia nella dittatura cinese e non considero valida la mentalità dell’andare avanti, perché non c’è altra alternativa. In realtà una possibilità c’è: resettare tutto e rincominciare da capo.
Cosa vuol dire?
Tornando indietro negli anni, il primo blocco di tempo che potrebbe offrire delle garanzie di stabilità e compattezza sociale, sono gli anni Cinquanta-Sessanta. Per accettare quel periodo serve “ripulirli” dagli eccessi di perbenismo che hanno subito, ma nonostante ciò, appare come una buona base di partenza, per riscoprire il gusto delle idee sui grandi scenari, cercando fiducia in un lavoro in corso d’evoluzione.
Qui negli USA la ricerca dell’eroe, il culto del trovarsi al “servizio” della nazione come militare, vigile del fuoco, poliziotto o postino che sia, quindi la bandiera che sventola sulla porta d’ingresso di casa dei semplici privati, il ritorno a votare in massa per lo sceriffo come il magistrato della contea, esprimono una rivalutazione della qualità di vita, che noi europei e italiani abbiamo obiettivamente perduto.
Chi da noi si sogna (oltre qualche partita di calcio) d’esporre la bandiera nazionale fuori casa o indicando con orgoglio un passato al servizio della nazione?
Proseguendo nella ricerca di particolati significativi qui negli USA, non a caso un cartello pubblicitario sulla strada, reclamizzando case in costruzione, si riferisce non alla semplice casa come unità immobiliare, ma quale veicolo sociale per appartenere a una certa comunità di persone, che qualifica e migliora la vita della famiglie. Quindi non si compra casa per solo abitarla, ma anche per “entrare in società”, in quel determinato clan. Concetto che da noi è talmente implicito che è stato completamente scordato: “una volta chiusa la porta di casa il mio mondo è qui”
Recependo il bisogno di un riposizionamento rispetto alla vita e ai suoi valori, per vivere meglio che invece “tirare la giornata”, servono nuove politiche del personale, in azienda, capaci di dare risposte a un bisogno di ruolo e prospettive per le persone, che appare obiettivamente perduto o comunque non chiaro. Possibile che si lavori solo per lo stipendio a fine mese? Dov’è il “sogno italiano” ed è conciliabile con quello personale? Se le persone non credono più in nulla non si va da nessuna parte, si ferma la creatività, la fantasia, l’amore e la voglia di vivere.
Servono quindi nuove relazioni industriali che sappiano, ad esempio, andare oltre lo Statuto dei lavoratori, vecchio di 40anni e fuori luogo per quella mentalità che si vorrebbe ricostruire in un nuovo disegno di pace sociale in azienda, come anche in famiglia.
Il ritorno alle origini è per “l’uomo integrale-totale”, quello che è sano in famiglia come al lavoro. Bisogna smetterla di spezzare la vita al lavoro da quella privata. Parsons questo lo ha spiegato (sociologo americano degli anni 60’) ma in quell’epoca c’era il Vietnam e quindi il bisogno di un’evasione dalla realtà, che ha guastato le grandi architetture sociali, per il solo gusto di contestarle trovando così un ruolo.
E’ ora che ogni cosa torni a posto, prima di tutto in noi stessi e quindi nella collettività. Serve riprendersi quelle sensazioni assolute che qui nel deserto è facile capire nella sua crudele essenza, per trasferire il tutto nel rapporto di coppia in amore-odio-passione, quindi nel lavoro per fedeltà-dedizione-creatività e nella vita per moderazione-curiosità-responsabilità.
Le parole appena dette, possono apparire come un sermone da Chiesa presbiteriana, però sono una soluzione; le altre che sentiamo dire, che prospettive offrono se non il deserto, quello vero da solitudine esistenziale senza uscite? Serve tornare ai valori.
Ecco che tutto quanto qui detto, va ora trasformato in una politica del personale che abbassi i costi di gestione delle imprese e nobiliti il lavoro della nostra gente, uomini e donne, senza i quali nulla avrebbe senso.

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Un’overdose di spiritualità laica: il deserto (Arizona e California)
L’ho fatto apposta. Per qualche giorno ho limitato al massimo i contatti con il mondo ritirandomi in una sorta di “meditazione”, attraverso il deserto del Mojave e del Joshua Tree National Park in California, come del Saguaro in Arizona e White Sands a Las Cruces, in New Mexico.
Una botta di caldo intorno a 50 gradi e un silenzio totale, assoluto.
Gli ingredienti per questa overdose di spiritualità sono il vuoto umano e la contemporanea ricchezza di stimoli essenziali, dove tutto s’amplifica rispetto a quanto siamo abituati. Il caldo, come il freddo, la presenza degli animali, il vento, il vuoto, il silenzio, il bisogno d’acqua e di ombra, quindi il sudore, l’idea di una doccia fresca che non c’è e la connessa “manutenzione di sistema” che ogni corpo umano richiede e che ora resta un desiderio. Quindi il tramonto, la notte, il buio, i rumori che accompagnano tutto questo e poi nuovamente il sole, il caldo, i pensieri da riordinare, il bisogno d’amare qualcosa che dia pace e altro ancora, sono tutti elementi di un nuovo alfabeto per esprimersi.
Perché questo bisogno d’assoluto e di ritorno all’essenzialità più totale? I computer spesso si “resettano” e io ho sentito il bisogno di darmi una resettata.
Il motivo per questa “dieta spirituale” è funzionale alla necessità di pensare, scrivere e anche organizzare quelle soluzioni che la gente mi chiede, e di cui io vivo. Per cui ho la necessità d’immergermi nel vuoto abitato da nuovi scenari. In questo “mondo nuovo” ricerco l’essenza, la purezza e l’origine dei concetti, da cui ricostruire tutto l’ovvio, che diamo quotidianamente per scontato. Cosa scopro? Sapessi!
Imparo a dare una misura al tempo per riempirlo di cose-pensieri-idee. Normalmente tra telefono,internet e contatti, si dice tanto, ma si pensa poco. Purtroppo le scelte vengono sempre fatte d’impulso sul “è stato sempre fatto così- speriamo che me la cavo – che non se ne accorgano” oppure peggio, con l’arroganza di sapere tutto. Qui nel vuoto abitato dal deserto non c’è nessuno che cerchi, chiami o voglia qualcosa. Si è soli con il bisogno di vivere fino a domani, creando qualcosa per cui valga la pena. Da questo sforzo masochistico, nascono poi le teorie di marketing e di sociologia dei consumi come della devianza, che permettono di tradurre “ i fatti degli uomini” in politiche aziendali. E’ proprio qui con l’alzarsi del sole, un venticello da mulinello e un caldo che non smette mai, ma cresce soltanto, che c’è la fucina per fondere e plasmare un pensiero nuovo e rigenerante, da portare sulle scrivanie delle imprese in prima linea.

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Prime considerazioni (fine giugno 2010 a San Francisco)
Essendo passati 8 mesi dall’ultimo soggiorno americano (settembre 2009) il primo aspetto che devo assolutamente capire, appena giunto a San Francisco, sono gli effetti della crisi economica sulla vita di tutti i giorni degli americani. Il punto è semplice: si notano dei cambiamenti nella società civile per effetto delle difficoltà economiche esplose nel 2008?
Non solo, ma come deciso oppositore dell’attuale presidente degli Stati Uniti, desidero anche verificare se le previsioni non felici, che formulai alla sua elezione, sono rimaste chiacchiere o si sono trasformate sia in fatti, che argomento di condivisione con altri studiosi.
Sul primo aspetto “apriti cielo”, oltre alle mie personali considerazioni ne è nato un dibattito, qui negli USA tra specialisti, per cui ci stiamo “accapigliando”.
Sostanzialmente ho trovato molta più povertà rispetto alla fine dell’estate scorsa. La gente povera c’era e c’è sempre stata, ma ora è di più. Chi dignitosamente (molti) e chi “come al solito” nelle forme tradizionali della povertà, il numero complessivo è crescente e osservabile dalla qualità e quantità dei consumi. In una settimana d’osservazione non ho mai fatto la fila al supermercato per pagare alla cassa, mentre questo negli anni scorsi non accadeva, a parità di fascia oraria e di centro abitato. La cronaca più comune riferisce che oggi, al posto della droga da sniffare, c’è l’alcool che corre a fiumi, a cui segue il parco auto più vecchio del solito, abiti più lisi etc..
Un anno fa, tirando sul prezzo e solo grazie ad amici, 70 giorni di noleggio per un monovolume costarono 3.500 dollari, quest’anno 2.300.
La suite all’Hilton che in genere pago 80 dollari a notte (mi serve per azzerare il costo di ristorazione) ora la prendo a 60.
La notte si vedono meno persone in giro e più ubriachi. La televisione trasmette meno programmi culturali e più intrattenimento (è privilegiata la crisi del Golfo del Messico per il petrolio disperso in mare, rispetto ai grandi temi di politica internazionale e quelli sociali, che hanno sempre dominato l’audience) Perché sono cambiati gli stili di vita degli americani in così breve tempo? E soprattutto perché in Europa non hanno subito una variazione così profonda?
Ecco che ritorna attuale un tema dibattuto mille volte: noi e loro. Noi abbiamo la cassa integrazione, in grado di ritardare gli effetti sulla società civile della crisi economica e loro no. A parte il fatto che una qualche forma di tutela per 6 mesi c’è anche negli USA, ma concettualmente qui chi perde il lavoro, non ha più reddito subendo subito gli effetti della crisi in termini di contestuale calo drastico nei consumi. Su questo aspetto mi sento più europeo che americano, credendo nella validità sociale della cassa integrazione (ripercorro in ciò il pensiero macroeconomico di Keynes, per cui ai disoccupati si dia lavoro scavando al limite e per assurdo anche buche da ricoprire, l’importante è che ricevano un salario da spendere, consentendo all’economia di ripartire) però “loro”, gli amerikani, con quella “ruvidità sociale” che li contraddistingue stanno uscendo dalla crisi, mentre in Europa, ci stiamo entrando solo adesso, come ripercussioni sociali.
La conclusione è semplice: l’uomo per reagire va stimolato (lasciandolo nella crisi della sua povertà quando “ci casca”) o protetto e fatto crescere grazie alla cassa integrazione guadagni?
Relativamente al secondo aspetto, quello sul disastro politico del Signor Obama, abbozzo un sorriso quando il partito democratico accenna alla CNN di temere la perdita di qualche seggio a novembre, nelle elezioni di mezzo termine.

taccuino americano

TACCUINO AMERICANO 2010
di Giovanni Carlini

La serie di considerazioni qui espresse, scritte giorno per giorno costituenti un taccuino d’appunti, vengono pubblicate non tanto per raccontare “idee sparse”, quanto come occasione di riflessione per una scuola d’imprenditori. Qui ci sono molti di quegli spunti che servono come base di partenza per gestire un’impresa. Sicuramente non tutti gli aspetti sono colpiti, ma il senso di questi ragionamenti non è di scrivere un breviario per capi d’azienda, bensì andare a cercare la materia prima necessaria per aiutare nel carattere chi ha sulle spalle la responsabilità di produrre ricchezza nel benessere collettivo.

scrivendo a un mio cliente sul suo ufficio

Dopo avervi inviato degli spunti, presenti o futuri che siano sulla riorganizzazione del magazzino e forse di un prossimo showroom adesso parliamo di ufficio.
L'Ufficio è il luogo di riordino delle idee; quelle che "fanno fatturato".
Quindi l'ufficio non è bivacco ma pensatoio.
Per pensare serve un ambiente che favorisca le idee.
L'ordine dell'ufficio è quindi la fucina dove vedere cose che non ci sono ma si realizzeranno grazie a un lavoro attento e preciso sui particolari.
Capite perchè mi arrampico fin quassù per trovare idee quelle stesse che state usando e che stiamo discutendo? Qui c'è un ordine naturale che seguo passo dopo passo e poi applico "in casa vostra"
Foto 71 : tutte le immagini sono tratta da Office dept. la 71 fa vedere quant'è bello un semplice bagno dentro un supermercato!
foto 76: quante possibilità per dare colore alle idee. Il colore!!!!!!!!!!! è strategico per la creatività.
foto 77: esporre le idee a muro o un piano dei lavori rende a colpo d'occhio il quadro della situazione. Possibilmente appendete tutto quello che si può a muro proprio per ordinare e capire quindi meglio e di più.
foto 83: l'organizzazione del tempo!!!!
foto 85; bisogna pensare a tutto e c'è anche questo versante della vita al lavoro.
foto 86: pensare sempre in grande andando oltre i meri confini geografici.
Buon lavoro
carlini

scrivendo a un mio cliente sull'organizzazione

Buongiorno Signori,
queste sono le idee sulla riorganizzazione del magazzino o futuro showroom che vorrei potessimo discutere nel prossimo futuro.
Sono realizzazioni tratte da un marchio molto famoso negli USA che si chiama The Home Depot che con 125 negozi in tutto il paese (ogni realizzazione è di 70.000 mq) serve 17 milioni di famiglie americane sulle 100 che abitano il paese.
Ovviamente di foto ne ho fatte tantissime qui ne allego solo qualcuna per stimolarvi:
foto 23: notare la descrizione ed esposizione
foto 24: il particolare
foto 25: la sistemazione
foto 26: l'ordine
foto 29: l'esposizione
foto 30: l'uso di scale per accedere agli stoccaggi di merce ai piani superiori
foto 32: che bei rubinetti
foto 33: le docce!
foto 34: le distanze
foto 35: i flessibili
foto 36: la descrizione e il prodotto (schema più da showroom che da magazzino però l'idea non guasta.
Carlini