Quando non sai fare azienda: la cultura del silenzio!
di Giovanni Carlini, sociologo impegnato nel marketing
Per cogliere direttamente l’essenza del problema serve un esempio: immaginiamo una coppia di giovani sposini che vorrebbe vivere tutta la vita insieme, invecchiando l’uno a fianco dell’altro. Il proposito è buono quanto condivisibile, forse sarà effettivamente così. Osservando bene, si scopre che entrambi i coniugi, o uno di essi, soffre di una spiccata sensibilità alle relazioni extra coniugali. Con questa informazione, quante probabilità ha la giovane coppia di passare la vita insieme? Qualcuno potrebbe dire: non è detto, il partner infedele o anche entrambi potrebbero maturare, ma la risposta sarebbe che ugualmente la percentuale di successo si ridurrebbe drasticamente a poche unità dal precedente seppur alto 70%; ora a un 5 forse 4%
Se questo concetto è chiaro, proseguiamo nel dettaglio.
Da anni si stanno spingendo le imprese alla massima efficienza possibile, quindi contrazione delle spese, ampliamento dei mercati, addestramento e formazione, uso delle lingue straniere, tecnologia e informatizzazione in ogni stadio. Non solo, parliamo di qualità, marketing, sito web, e-commerce e chi più ne ha ne metta, ma poi il crollo. Cosa manca a imprenditori che lavorano anche 12-13 ore al giorno e la sera vanno a letto ubriachi di stanchezza? Il dono della parola e la capacità di pensare!
Interpellata questa “gente”, per portarla al clamore della stampa con interviste, domande, fotografie da pubblicare (in pratica pubblicità gratuita che viene diffusa in Italia e all’estero) come rispondono? Non dicono nulla, ovvero la risposta è una non risposta.
In questi giorni sto scrivendo un Dossier Arabia Saudita per gli imprenditori occidentali del pulito (industria chimica e articoli per la pulizia) per focalizzare l’interesse in export che potrebbe avere quel mercato. Come già fu per la Russia, l’Arabia Saudita non risponde, ma non è una novità. Chi vuole avventurarsi in Libia, come in tutto il Medio Oriente, ad esempio, deve mettere in bilancio un’obiettiva difficoltà dell’interlocutore locale, il quale s’irrita se si dovessero prendere appunti giorno per giorno su quanto detto, perché nel loro stadio culturale, piace rincominciare da capo in ogni seduta della trattativa. Queste sono le loro regole “del gioco” e non a caso, come afferma Samuel P. Huntington, nel suo famoso libro “Lo scontro delle civiltà”, permangono ampie differenze tra stili di vita. Se ciò vale quando si tratta di “altre culture”, poi si scopre che tutto il mondo è paese. L’ultimo riferimento è per il grande e importante imprenditore del parquet di Brescia, che non sa spiccicare una parola di fronte a una banale richiesta d’intervista, sollecitata più volte, anche mezzo telefono. Triste farsi fare un pavimento da chi non ha la capacità di sintetizzare cosa rappresenti la sua impresa sul mercato oltre 4 assi, 2 chiodi e un po’ di colla. Ovviamente il riferimento s’estende anche al sud, cogliendo la provincia di Bari. Sono solo ultimi esempi di una lunga serie.
Chiaramente sto insegnando alle giovani leve della futura imprenditoria, a non cadere nella trappola del non saper rispondere alle domande più semplici: cosa si vende, come va il mercato, quali prospettive e cosa si sta facendo. Però resta molto diffusa questa immaturità professionale, da parte dei nostri imprenditori. Come si può pretendere che non falliscano soggetti del genere, troppo indaffarati per pensare? Il mercato è sempre più selettivo; non è difficile indovinare da dove è già iniziato lo sfoltimento di un eccesivo numero d’imprenditori non maturi nel ruolo.
Nel mondo della comunicazione (non tanto solo della globalizzazione) l’incapacità a spiegarsi dando, un senso al proprio ruolo sul mercato, è un peccato mortale. Porvi rimedio è semplice, basta smettere di lavorare senza pensare.
lunedì 21 giugno 2010
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