lunedì 31 maggio 2010

Una botta di vita

Non sentendo più un mio cliente da qualche mese, mi sono permesso di telefonargli per salutarlo e questi mi invita immediatamente a pranzo; non potevo dirgli di no a fronte di così tanta insistenza. Ovviamente parliamo di lavoro, insoluti, cassa integrazione, mercati che non rispondono come dovrebbero, vendite che non girano etc, ma, stavolta spunta un MA di quelli grandi come una casa: una sorpresa clamorosa. L’Amore. Il mio cliente si è re-innamorato.
Tralasciamo l’amore vivo, quello di serie A con la moglie da 25 anni, qui si parla della serie B con altra donna, non necessariamente coetanea.
Quest’uomo è riuscito a conciliare 2 affetti attingendo da entrambe le situazioni, tant’è vero che quando tutto crolla intorno a lui, dentro il suo intimo sente che c’è Lei!
Non entriamo nel dettaglio di quale “lei” sia, sicuramente c’è una forza e un’energia nuova, che rigenera la precedente esperienza e rilancia.
Molti sono gli aspetti morali che qui si potrebbero “pizzicare”, ma non è questo lo scopo. Il punto è un altro. Se la crisi dell’euro in realtà non è un problema monetario, ma di un intero sistema sociale, spendaccione e superficiale che arriva al capolinea, cosa resta a noi comuni mortali e quali energie risollevare?
Ebbene quando si chiede all’altra parte del cielo di poter guardare il mondo con i suoi occhi, di udire tramite le sue capacità, di tradurre e re-imparare il mondo se spiegato da lei (o da lui) cambia tutto e si acquisisce una energia creativa nuova, che abbiamo sempre avuto, ma non correttamente impiegata. Purtroppo abbiamo permesso alla noia d’entrare nei nostri rapporti affettivi inceppando “la forza”. In questo caso (moralmente discutibile, ma formidabile nella nuova energia ritrovata) c’è un uomo rigenerato che lotta come un gladiatore perché vivo quanto forte, stimolato e determinato. In conclusione bisogna cercarsi un’amante per uscire dalla crisi? NO! Necessita valorizzare quello che si ha (nell’amore come nel lavoro) per farlo fiorire nuovamente. Le doti migliori e le formule più sagaci per lottare con successo, quando tutto ci crolla intorno, le abbiamo dentro. Gli uomini e le donne hanno anche la formidabile capacità di dare del loro meglio, quando si trovano a raschiare il barile per sfamarsi, cerchiamo d’evitare il peggio per ritrovarci migliori. La scelta (non premeditata) di questo imprenditore che ha saputo evitare il suicidio dopo ben “due turni” di carcerazione (in fase d’indagini e di smaltimento della condanna) per appena 3 anni e mezzo. Sbagliato o giusto, non è questa la sede. Certamente, grazie all’amore ora c’è un imprenditore che è un produttore di energia e questo fa la differenza per se stesso, la sua famiglia, le maestranze, i creditori, la banca e tutto il sistema economico. Ritroviamo il meglio di noi stessi. Le strade sono infinite, l’obiettivo è uno solo. Buon lavoro.

Tutto fnito?

I recuperi di borsa di lunedi fanno pensare che tutto sia finito, e che l’euro abbia concluso la sua crisi. Non solo, abbiamo anche sentito grandi dichiarazioni di plauso, da parte delle massime autorità dello Stato italiano, che si complimentavano per il buon lavoro.
Guardano oltre, la situazione appare più complessa:
- il rischio (remoto ma non assurdo) non è tanto che la Grecia venga espulsa dall’area euro, ma che la Germania abbandoni;
- le soluzioni adottate domenica 9 maggio, non modificano gli errori di fondo della moneta euro, che resta valida dal Mare del nord al Mediterraneo, dai Balcani all’Atlantico ed è proprio questo il suo maggior difetto;
- i forti recuperi di borsa di lunedi 10 maggio non danno l’idea di un ritorno degli investitori, ma di azioni di “ricopertura” da operazioni speculative al ribasso ormai troppo rischiose, il che significa che resta in tutta la sua ampiezza il dramma di una moneta senza una politica comune;
- il cambio contro dollaro non è cambiato restando a 1,28 senza prospettive di reali modiche.
Se questi sono i passaggi fondamentali dell’attuale crisi annunciata sull’euro che si fa? Francamente sarebbe opportuno aprire un tavolo di consultazione attraverso la Redazione di Siderweb, per ragionare specificatamente per il settore siderurgia, su apposite soluzioni valide qui e non per altri.
Sicuramente il primo passaggio è, indipendentemente dalla moneta che stiamo utilizzando, è certo che non siamo andati a cercarci nuovi mercati sostitutivi di quelli tradizionali? “E si torna a bomba”, gira che ti rigira siamo sempre lì: la presenza che si ha sul mercato!
Tutto quanto stiamo assistendo è sostanzialmente “folclore”, se l’azienda si è mossa o si darà una sveglia cercando appositi mercati di sbocco, ma nel qual caso non sia stato lanciato un nuovo modo di fare impresa, con costi non contenuti ma meglio gestiti e una adeguata proiezione verso altri mercati, questo secondo colpo della crisi rischia d’essere micidiale.
Per chi è a corto d’idee, conviene che le metta a fattor comune con altri. Mark Twain disse: se ci incontriamo a abbiamo un dollaro a testa, scambiandocelo restiamo sempre con un dollaro cada uno, ma se li mettessimo insieme su un progetto comune, diventerebbero due e faremmo più strada.

Quando il lavoro bisogna andare a cercarselo

Penso alla cena che mi è stata offerta dal direttivo dell’Associazione Industriali degli stampi, ma anche a diversi miei clienti che mi chiedono la stessa cosa: perché dobbiamo andare noi a cercare il lavoro, quando solo due anni fa si mettevano in fila e aspettavano il loro turno per essere serviti?
Più per sdrammatizzare che altro, a questo tipo di domande rispondo che quando avevo 25 anni, erano le ragazze a chiedermi se fossi libero per la serata, mentre ora a 50 anni, con infinita pazienza e delicatezza, sono io che chiedo alle mie coetanee se hanno del tempo da riempire durante la sera. Il sorriso e l’ilarità dei miei interlocutori, serve per smorzare la tensione e finalmente “accendere il cervello”. Il mercato è cambiato, le regole sono cambiate, gli scenari sono mutati!
E’ inutile proseguire nell’interrogarsi sul perché sia tutto cambiato. Come una malattia o il lutto che divide il prima con il dopo. La vita è fatta così e l’economia fa parte della vita. Prima si poteva fare un qualcosa che oggi non si può più ripetere. Assodato ciò come reagire?
Le nuove regole sono in corso di traduzione, nel senso che sono attive da quasi 24 mesi, ma non le abbiamo ancora capite del tutto.
Sul piano generale premia l’auto finanziamento, quindi l’allargamento dei mercati (più estero o più nicchie di mercato in quello nazionale) una contrazione nel numero dei dipendenti o un loro radicale re-impiego, meno delocalizzazione se finalizzata al mercato interno, ma ancora valida se intesa come presidio per mercati emergenti.
Utilizzo degli strumenti più comuni per la gestione aziendale come un piano di marketing, la contabilità analitica, quindi l’ingresso di figure nuove in azienda non più assunte, ma rigidamente consulenti ad altissimo turn over.
L’invio sistematico dei figli a studiare per anni, soprattutto all’estero, quindi prendere l’abitudine a viaggiare visitando la locale camera di commercio fissando magari qualche appuntamento con dei colleghi, di cui non se ne immagina neppure l’esistenza.
Imparare a leggere, meditare, pensare anziché solo fare. I frettolosi superficiali non servono più, il loro tempo è scaduto.

Non siamo la Grecia ma quasi

Tutti discutono relativamente al peso e distribuzione dei sacrifici derivanti dalla recente manovra correttiva del governo. Francamente il problema è mal posto. Il punto in discussione non è chi paga di più o di meno, ma se siamo disposti a salvare la moneta unica o no.
Il costo del salvataggio dell’euro per l’Italia è di 24 miliardi (stimato e non definitivo) quello degli altri paesi sembra che siano più oneroso ma non consola.
A questo punto, assodato che si è scelto di mantenere la moneta comunitaria quale minore dei mali come agire a livello individuale? Sicuramente l’emigrazione verso l’area del dollaro o l’oro, perde di significato perché volente o no, questa moneta ce la teniamo.
Viene così a decadere “un problema di scelta”, per cui restiamo (intrappolati) in un quadro valutario certo anche se in crisi. L’ipotesi che la Grecia resti nell’area UE ma se ne vada la Germania, ha perso di sostanza, per cui tutto sommato si sta meno peggio di 10 giorni fa, dove tutto era in discussione. Questo vuol dire vivere meglio?
No, non viviamo meglio, ma il quadro è più chiaro. Finalmente i dubbi se la crisi stia per essere superata o quell’altalena per cui oggi va bene, ma ieri era pessimo, sono superati. Ci troviamo nel pieno della seconda parte (la più dura) di una crisi che nata fuori dall’Europa, adesso incarna il nostro modo di vivere e di pagare quanto ci serve.
Per dirla in una parola, adesso la “crisi” è nostrana la cui soluzione dipende solo da noi. Come? Semplice! In una fase di rottura del mercato (quando i prezzi perdono il loro corrispettivo con la realtà perché gonfiati da speculazione) qual è quella che stiamo vivendo, per uscirne fuori serve “un patto” (ricordate il New Deal di Roosevelt?) tra produttori e consumatori, tra stato e cittadini.
Tradotto in termini operativi, la singola impresa dovrebbe lanciare un tipo di pubblicità articolata in questa maniera: produciamo italiano, conserviamo i nostri posti di lavoro, non alziamo i prezzi e manteniamo la qualità del “made in italy”, ci comprate?
Sono necessarie nuove politiche del personale che traducano l’azienda non più in un posto dove solo di lavora ma, invece, si vive. Quindi se l’azienda è vissuta servono mense, asili, gite per i dipendenti e il tutto per conciliare l’identificazione tra persona e impresa.
Si dovranno stimolare manager (o cercarne di nuovi) che sappiano parlare alle maestranze per coinvolgerle in un progetto comune; salvaguardare il proprio stipendio, TFR e pensione.
Maggiore formazione (non per scaldare i banchi) ma per produrre idee.
Più “arroganza” sui mercati per vendere, innovazione, tecnologia, fantasia e cultura. Ecco la parola magica! La crisi dell’euro, è stato già detto su queste colonne, non è una crisi finanziaria, ma sociale e il disorientamento delle persone si “cura” solo con la cultura, ovvero la produzione d’idee e partecipazione al clan aziendale e/o sociale per renderlo più forte.
All’individualismo-nichilismo (sino ad ora imperante) in azienda serve il gruppo, la squadra, il team fatto di dirigenti, segretarie, impiegati e operai, uniti per far grande un nome e loro con essi.
Quanto scrivo non è stupida esaltazione, ma l’ho visto per anni in Giappone, l’ho studiato negli USA e respirato in Canada, ma non vissuto in Italia.
Dove sono i nuovi manager che sappiano spiegare questo nuovo modo di lavorare agli italiani? La caccia è aperta! Anche perché questa potrebbe essere l’ultima battuta di caccia.

La pignoleria di chi ha torto

Essendo sociologo amo le persone; ne osservo i comportamenti, pregi e difetti, l’abbigliamento quale codice espressivo e quindi il modo come agiscono sia da soli che in gruppo. Studio le scelte di consumo e i riti seguiti per piacere e farsi vedere quindi l’amore, l’odio, le passioni come in genere le soluzioni adottate per relazionare con gli altri e se stessi. Tutto è materia prima con cui fare i conti ogni giorno.
Un comportamento umano (molto italiano) che continua a stupirmi è la pignoleria della gente quando si picca di cogliere in flagrante qualcuno vendicandosi di peccati propri, non ancora scoperti. E’ il caso del pedone che sta transitando (causa lavori pubblici) sul bordo della strada e le moto lo sfiorano, quasi a colpire la sua presenza. Ma anche dei gestacci degli automobilisti al ciclista, che non sa della pista ciclabile collocata magari sulla carreggiata opposta. Quel gusto tutto italico di fiammeggiare gli abbaglianti in corsia di sorpasso sull’autostrada, senza accorgersi che l’autovelox sta immortalando il momento.
Gli esempi proseguono; il ciclista sul marciapiede e il viso indignato dei pedoni benestanti magari rei di evasione fiscale, quindi la signora che bofonchia qualcosa quando si trova un’intera famiglia schierata che passeggia sul marciapiede ostacolando flussi di velocità più elevati.
Perché amo l’America?
Escluse isole di nevrosi come New York, da cui mi tengo distante, ciò che apprezzo nella gente del Nord America è il basso livello di conflittualità sociale per cui il litigio, quale espressività della persona, resta residuale, possibile ma non costante. Da noi è il contrario.
Ragioni storiche giustificano questa divaricazione strutturale tra comportamenti.
In Italia caduto il fascismo si abrogò nel regime lo stato, che ne era pregno, senza sostituirlo con quello liberale, compromesso e squalificato perché di pochi; ormai la socializzazione delle masse era un credo. Si dovette optare per una repubblica dei partiti. A quel punto gli italiani si divisero (e a volte si uccisero anche) tra democristiani, socialisti e comunisti. Non solo, ma gli stessi concorsi pubblici furono vinti da candidati in base alle percentuali delle ultime elezioni politiche (ad esempio 42% dei vincitori di concorso agli iscritti alla DC, il 20% al PCI e così via) Tutto questo fino a tangentopoli, dove con i partiti cadde anche il sindacato e gli italiani si trovarono orfani. Negli anni Novanta alla parola Dio fu cancellata la “D” curandosi del restante Io. Da allora l’individualismo più esasperato (per la precisione nichilismo) è la costante patologica del nostro comportamento quotidiano. Litighiamo perché siamo intimamente soli, ma lo abbiamo voluto.
L’andare a criticare gli altri, serve a rispondere al bisogno di trovare la pagliuzza nell’occhio degli altri, dimenticandosi di quella trave che pesa sulla nostra coscienza. Dando un nome meno filosofico a questa patologia, troviamo la dissonanza cognitiva. In pratica sentirsi qualcosa che non si è, pur pretendendo di riceverne le connesse soddisfazioni, entrando in crisi d’ansia e depressione se non appagati a un livello che non ci spetta, ma che abbiamo immaginato e inventato per noi. Questa è la nostra fotografia. In pratica dei casinisti organizzati.
Per guarire servirebbe essere educati dalla grande politica, quella degli ideali oppure sopravvivere a un disastro, tale da rimettere ordine tra le cose che contano e quelle superflue.
Il guaio è che questo “disordine” entra anche dentro le decisioni delle nostre famiglie e aziende. Urge una stagione di pulizia morale interna ad hoc, che non possiamo pretendere che altri facciano per noi. L’abbiamo voluto l’individualismo? Allora anche la cura dev’esserlo, mentre chi non si muove resta ancora più isolato.

La crisi sociale dell'euro

L’idea di fondo è semplice: la crisi della moneta europea non si limita a essere solo un aspetto finanziario, ma in realtà colpisce un modo di vivere, quindi è una crisi sociale.
Spiegare un concetto così articolato, in poche righe, è veramente difficile, ma userò degli esempi. Ricordate quanto costava, in lire, un primo piatto al ristorante prima che si adottasse l’euro? Ebbene eravamo sulle 7.000 lire che sono state tradotte in 7 euro.
Berlusconi, in quel periodo chiese un cambio a 1050 lire per 1 euro, ma la coppia Ciampi/Prodi si piegò al volere della Bundesbank per 2.000. Il vero obiettivo in realtà era, oltre a figurare tra i primi a entrare nella moneta unica (aspetto futile) fu quello di dimezzare la capacità di spesa degli italiani e tagliare così un clamoroso debito pubblico, che ci avrebbe portato agli standard del crack argentino del 2001.
Vediamo oggi cosa è accaduto. Il confronto si spiega tra l’area euro e quella del dollaro, dove vivo per 3 mesi all’anno.
Passando da un’università all’altra, da costa a costa, per le mie necessità dormo in una suite all’Hilton dove usufruisco della cucina, tagliando così il costo di ristorazione. Ebbene sapete quanto pago? A seconda della sede, il prezzo oscilla tra gli 80 e i 130 dollari. Parlo di una suite che a Milano costerebbe dai 300 ai 600 euro (alla faccia dei 28 milioni di visitatori previsti per l’Expo 2015) Ovviamente l’Hilton mi dà il parcheggio, un ufficio dove di notte posso lavorare per servire i clienti in Italia mentre sono all’estero; tutto ovviamente compreso. Se volessi andare in un family ristorante, con 6 dollari c’è il menù di carne o per 9 quello di pesce. Il noleggio del monovolume da 3.000 di cilindrata è per 42 dollari al giorno, uno stipendio medio è di 1.200 dollari, una casa la si compra tra i 100/150mila dollari e un’ora d’insegnamento, che in Italia mi viene pagata 24 euro, negli USA viaggia sui 100 dollari.
Gli esempi possono continuare, ma il concetto è chiaro: l’euro è una moneta virtuale per 16 sistemi economici di un club a 27 dotati di 16 idiomi diversi, governi, parlamenti e storia. Il dollaro è per 50 stati (provincie di un impero) che concorrono con 1 presidente, 1 congresso per un ruolo nel mondo. La domanda è: ma i nostri strateghi non ci avevano pensato prima?
Caspita quanta superficialità!
Oggi un piatto di pasta viene venduto a 7/10 euro quando ne costa 5, un magistrato riceve oltre 7.000 euro di stipendio, (14 milioni di lire) un medico tra mutua e studio quasi 9.000 (18 milioni di lire) e un operario 1.200 euro ed il nostro sistema produttivo funziona a lire non in euro. Nel binomio sistema economico e moneta, abbiamo un’economia che produce in lire e una moneta che compete con il dollaro, ovvero abbiamo dollarizzato la lira (quello che scrissi nel 1999). Non fate il confronto economia italiana con l’euro, ma con il dollaro e non vi sembra che sia stonato questo rapporto?
Conclusione: un sistema sociale di faciloneria è al capolinea. Abbiamo troppo ecceduto, spesso, giocato, now the party is over!

come immagino la reazione alla crisi

Ogni giorno mi arrivano molte email da studenti e lettori che mi chiedono: come dobbiamo comportarci per gestire/vivere un momento così difficile e prolungato?
Qui si potrebbero pensare tante cose magari già dette, trite e ritrite ma non applicate. Stamattina è accaduto un fatto che credo meritorio di riflessione.
Andando di buon ora a prendere il passante ferroviario per recarmi all’Università, sullo stesso marciapiede mentre cammino poco avanti a me, c’è una signora.
Francamente carina, quasi cinquantenne, l’ho guardata e dentro il mio intimo ho sorriso, perché vedere una donna dignitosamente bella è sempre un piacere. Assorto in questi pensieri per trovare energia e carica da spendere durante il giorno, improvvisamente la signora lancia un’imprecazione: senza bagnarla, uno scroscio d’acqua proveniente da un terrazzo la lambisce. In ordine dimensionale si è trattato di un pentolino d’acqua rovesciato su una pianta di fiori, senza guardare se sul marciapiede qualcuno stesse passando.
Osservo lo sconcerto della Signora la quale si porta sul bordo esterno del marciapiede e grida cercando di ricevere una risposta da chi obiettivamente ha sbagliato; lancia quindi un paio di richieste del tipo: chi c’è lassù, ma vi pare il modo, state più attenti.
Nel frattempo supero la Signora e vado altre, ma Ella non si muove da dove si trova e prosegue a parlare con la facciata del condominio.
Continuo a camminare e mi volto per seguire il fatto, vedendo che la malcapitata si è portata sul marciapiede opposto e prosegue a chiamare “un qualcuno” che non c’è, quindi inveire contro il palazzo e cercare soddisfazione che non ha.
Questa caparbietà mi incuriosisce e proseguo a vederla da lontano. Lei è ancora li ferma, chiama qualcuno che non gli risponde e stavolta alza anche il cellulare per…..non so cosa.
Sicuramente l’attentato a chi ha bisogno d’essere “carina” è grave, ma la reazione è da scoppiata! Se a tutti capita di perdere le staffe, la sensazione che ho oggi più di ieri, è che i nostri imprenditori stanchi d’essere in trincea (fra poco sono 24 mesi) a volte “diano i numeri” fissandosi su aspetti che non sono quelli più importanti. Allora cosa rispondere a chi mi chiede come gestire la crisi? Semplice! Le energie le hai dentro, usale facendo per la tua azienda quello che hai sempre pensato e non osato perché adesso o mai più.