domenica 10 ottobre 2010
La sintesi sul viaggio americano 2010
La sintesi sul viaggio americano
di Giovanni Carlini
Molti mi chiedono mezzo email, delle anticipazioni sugli USA in merito alle imminenti elezioni del 4 novembre. A questo punto è meglio scrivere un breve articolo di sintesi, elencando i diversi passaggi a beneficio di tutti.
- L’attuale Presidente è stato una moda non un movimento politico o un personaggio di rottura con il passato. Ne consegue che come tutte le mode è finito. Non basta avere la pelle di colore per avere un ruolo e statura in grado di dirigere l’America e quindi l’Occidente. Servono idee, concetti, punti di vista e opinioni. Di tutto ciò il Presidente pro-tempore ne è sprovvisto. Sicuramente ha più carisma l’ex Capo di Stato maggiore Colin Powel, ugualmente di colore, ma dotato di attitudine al Comando. La similitudine tra il Gen Powel e l’attuale inquilino della Casa Bianca serve anche per chiarire che il razzismo non centra nulla in questa analisi.
- Il Sen McCain aveva un programma. Forse discutibile, ma certamente si è presentato agli Americani con delle idee. Il suo concorrente era e ne è ancora privo. Né la riforma sanitaria (modello italiano importato negli Stati Uniti) si può considerare una passo in avanti, quindi la confusione tra sacralità di Ground Zero e la moschea in costruzione che offende il senso comune di tutto l’Occidente. Quindi le massicce politiche di spesa pubblica applicando un tardo senso di deficit costing di keynesiana memoria, ora sconfessate dalla stessa esperienza tedesca. Si tratta, a ben guardare, di una successione impressionante di fallimenti.
- L’elezione di “mezzo termine” sancisce la fine pratica della Presidenza in corso. Per quella effettiva, in grado di dirigere il Paese si dovrà attendere ancora 2 anni. Il vero problema sta proprio in questa data. Necessita attendere due anni prima di uno sblocco della situazione politica americana. Il vero danno nella superficialità di un voto sbagliato è il blocco che la Nazione guida dell’Occidente subisce, coinvolgendo tutti noi.
- Gli USA erano e restano la nazione guida dell’Occidente e del mondo, perché solo l’unico vero grande laboratorio scientifico e sociale. Nessuna impresa, governo o università spende in avanzamento dello stato della tecnica e nella qualità di vita, come gli USA. Finchè le idee nasceranno ancora in America dove lo studioso, il professore e il ricercatore sono delle istituzioni, quindi il militare che serve la società, a cui si aggiunge il vigile del fuoco come eroe, quindi una società che cerca e vuole l’esempio trovandolo nell’uomo della strada, se tutto questo continuerà a vivere, l’America sarà ancora per decenni un mito.
- Gli Stati Uniti sono in crisi, ma hanno anche quel sistema sociale in grado di farli uscire dal grave momento, perché dotati di compattezza anziché litigiosità come in Europa e in Italia in particolare (nichilismo) Ciò significa che avere fiducia negli USA, è ancora saggio al netto di questi due prossimi anni di stop istituzionale, per il blocco che subirà la Presidenza dopo il voto di novembre, che consegnerà ai repubblicani il parlamento.
- Il punto è chi sarà la nuova presidentessa degli Stati Uniti d’America a novembre 2012.
- Non credo che la comunità afro americana possa ancora esprimere un suo candidato dopo che ha perso l’occasione bruciata dall’attuale Presidente.
- Puntare sui mercati americani è un affare, laddove si voglia sia presidiare quel contesto in attesa del suo risveglio, che avvantaggiarsi di mano d’opera a basso prezzo e alta capacità e attitudini tecniche (perfettamente il contrario di quanto offre la Cina) Con premesse di questo tipo non puntare sul nord America è obiettivamente sciocco, sapendo che la prima grande area commerciale a riprendersi dal grande sonno della crisi sarà appunto l’America.
di Giovanni Carlini
Molti mi chiedono mezzo email, delle anticipazioni sugli USA in merito alle imminenti elezioni del 4 novembre. A questo punto è meglio scrivere un breve articolo di sintesi, elencando i diversi passaggi a beneficio di tutti.
- L’attuale Presidente è stato una moda non un movimento politico o un personaggio di rottura con il passato. Ne consegue che come tutte le mode è finito. Non basta avere la pelle di colore per avere un ruolo e statura in grado di dirigere l’America e quindi l’Occidente. Servono idee, concetti, punti di vista e opinioni. Di tutto ciò il Presidente pro-tempore ne è sprovvisto. Sicuramente ha più carisma l’ex Capo di Stato maggiore Colin Powel, ugualmente di colore, ma dotato di attitudine al Comando. La similitudine tra il Gen Powel e l’attuale inquilino della Casa Bianca serve anche per chiarire che il razzismo non centra nulla in questa analisi.
- Il Sen McCain aveva un programma. Forse discutibile, ma certamente si è presentato agli Americani con delle idee. Il suo concorrente era e ne è ancora privo. Né la riforma sanitaria (modello italiano importato negli Stati Uniti) si può considerare una passo in avanti, quindi la confusione tra sacralità di Ground Zero e la moschea in costruzione che offende il senso comune di tutto l’Occidente. Quindi le massicce politiche di spesa pubblica applicando un tardo senso di deficit costing di keynesiana memoria, ora sconfessate dalla stessa esperienza tedesca. Si tratta, a ben guardare, di una successione impressionante di fallimenti.
- L’elezione di “mezzo termine” sancisce la fine pratica della Presidenza in corso. Per quella effettiva, in grado di dirigere il Paese si dovrà attendere ancora 2 anni. Il vero problema sta proprio in questa data. Necessita attendere due anni prima di uno sblocco della situazione politica americana. Il vero danno nella superficialità di un voto sbagliato è il blocco che la Nazione guida dell’Occidente subisce, coinvolgendo tutti noi.
- Gli USA erano e restano la nazione guida dell’Occidente e del mondo, perché solo l’unico vero grande laboratorio scientifico e sociale. Nessuna impresa, governo o università spende in avanzamento dello stato della tecnica e nella qualità di vita, come gli USA. Finchè le idee nasceranno ancora in America dove lo studioso, il professore e il ricercatore sono delle istituzioni, quindi il militare che serve la società, a cui si aggiunge il vigile del fuoco come eroe, quindi una società che cerca e vuole l’esempio trovandolo nell’uomo della strada, se tutto questo continuerà a vivere, l’America sarà ancora per decenni un mito.
- Gli Stati Uniti sono in crisi, ma hanno anche quel sistema sociale in grado di farli uscire dal grave momento, perché dotati di compattezza anziché litigiosità come in Europa e in Italia in particolare (nichilismo) Ciò significa che avere fiducia negli USA, è ancora saggio al netto di questi due prossimi anni di stop istituzionale, per il blocco che subirà la Presidenza dopo il voto di novembre, che consegnerà ai repubblicani il parlamento.
- Il punto è chi sarà la nuova presidentessa degli Stati Uniti d’America a novembre 2012.
- Non credo che la comunità afro americana possa ancora esprimere un suo candidato dopo che ha perso l’occasione bruciata dall’attuale Presidente.
- Puntare sui mercati americani è un affare, laddove si voglia sia presidiare quel contesto in attesa del suo risveglio, che avvantaggiarsi di mano d’opera a basso prezzo e alta capacità e attitudini tecniche (perfettamente il contrario di quanto offre la Cina) Con premesse di questo tipo non puntare sul nord America è obiettivamente sciocco, sapendo che la prima grande area commerciale a riprendersi dal grande sonno della crisi sarà appunto l’America.
Da qualche parte si deve pur partire!
Dire la propria è antipatico, specie se contiene delle conclusioni, ma da qualche parte è necessario ripartire!
di Giovanni Carlini
Vi racconto una storia.
A fine settembre mi hanno telefonato 7 presidi di scuole superiori, chiedendomi la disponibilità per introdurre degli elementi di novità nei corsi regolari tenuti nelle loro scuole. Per 3 di essi ho accordato il tempo necessario.
Per studiare, provocare e quindi capire lo spessore dei professori con cui dovrò lavorare, in ogni istituto ho promesso, con annesso messaggio scritto in sala riunioni, che avrei festeggiato l’ingresso grazie a 30 cornetti alla marmellata da offrire a tutti. Ha prevalso lo stupore. Portati, qualche giorno dopo, tutti hanno sorriso e gradito (valutando la velocità con cui sono spariti) ma pochi hanno saputo gestire la novità. La massa ha apprezzato, chiudendosi nel silenzio, quando avrebbe fatto più bella figura aprendosi nella relazione umana.
Proseguendo nell’analisi rilevo come, per contestare alcuni provvedimenti del governo, degli impiegati statali (appunto i professori e ciò in netta maggioranza) sospendano le gite scolastiche e studino metodi di sabotaggio del normale funzionamento scolastico. La sospensione delle gite incide sull’utenza la quale è minorenne. Un profilo comportamentale di questo tipo, da parte dei professori, dovrebbe esporli al licenziamento perché hanno cessato nel ruolo di educatori; in pratica hanno perduto il senso della missione.
Simpatica è poi la lamentala di quella professoressa che per 20 anni ha insegnato nelle ultime 3 classi e ora è stata “retrocessa” alle prime. Anche qui, se viene concesso il privilegio d’insegnare, questo vale per ogni tipo d’utenza e sul piano dell’addestramento del personale, ritengo saggio che un vero professionista ogni “tot anni”, impari a modularsi su fasce d’ascolto diverse, altrimenti non impara mai ad insegnare!
Discutere sulla pagliuzza nell’occhio degli altri, ci consente di ragionare sulla trave che grava dentro di noi. In 25 anni vissuti a cavallo tra molti ambienti, la scuola, l’università, l’editoria, le aziende, lo Stato, l’estero a questo punto giungo a una conclusione: la parte più sana e fertile, in grado di evolversi più rapidamente, in Italia, oggi, è l’impresa.
Parlo di uomini e donne, dall’operaio al top manager, quindi fino all’imprenditore. Questa categoria è quella che penso sia la più sana oggi nella Nazione.
Scrivere quello che si pensa è pericoloso e anche antipatico, ma da qualche parte si deve anche partire per cercare di capire e definire le nuove strategie necessarie per sopravvivere e lottare.
Abbiamo grandi sacche di malcontento nel paese, che diffondono i germi della conflittualità sociale. Gli insegnanti (al netto di 1 milione d’eccezioni, dove il singolo è sempre una persona molto corretta) si esprimono come degli intellettuali impotenti, privati della capacità di creare pensiero e idee nuove. In pratica non sono più in grado d’ingentilire l’anima e lo spirito degli studenti. Ripeto che questa valutazione è soggetta a un’infinità d’eccezioni pur restando, in linea di massima, valida.
Dal mondo bancario, non più adesso ma anni fa era più accentuato, abbiamo una grande sacca di mancati economisti e finanzieri, che non possono essere che solo degli impiegati, da cui un forte malessere sociale.
Dalla stessa magistratura si riscontra un’endemica confusione tra il ruolo istituzionale ricoperto e le idee personali, in uno strutturale e anche voluto disorientamento che annebbia la missione assegnata.
Tra queste 3 grandi isole di malessere sociale, c’è la politica. A essere sinceri spesso la stampa che è di un orientamento diverso rispetto all’attuale governo, non consente una corretta lettura sulla qualità del lavoro svolto dall’esecutivo, che è sicuramente notevole, ma poco visibile. Certamente lo stile vorrebbe che i panni sporchi fossero lavati in casa! Non vorrei esprimermi sulla politica. I modelli che ho in mente, per tradurre quanto avviene, sono quelli che risalgono a Camillo Benso di Cavour, per la sua lungimiranza, a De Gasperi per l’onestà e Kennedy per la capacità di svecchiamento delle strutture e culture.
Studiato il contenitore sociale in cui l’impresa italiana opera, ecco che si perviene alla conclusione (del tutto personale, rischiosa ma che rappresenta un punto di partenza): la parte più viva della società è quella che lavora nelle imprese. Detto questo e assegnata una responsabilità non indifferente al sistema delle imprese che si fa? Qui casca l’asino!
Tanto per cominciare credo sia saggio riabilitare quanto gli altri hanno dimenticato: il senso della missione. Ogni impresa ha un ruolo, una storia, delle prospettive che vanno spiegate per essere capite. Ogni azienda deve far si che i dipendenti si riconoscano nella propria realtà d’impresa, consegnandogli quanto la società si è dimenticata d’insegnare, fare e condividere. Quanto scritto può apparire solo parole, ma in realtà lamentano la mancanza di una politica del personale nelle nostre imprese; una prassi di coinvolgimento di uomini e donne che abbatta i costi e alzi la produttività. Il primato morale e sociale che il mondo dell’impresa può ancora oggi vantare sulla società, resterà tale solo se valorizzato attraverso la cultura d’impresa che si concretizza con idee, punti di vista e opinioni usando piani di marketing, politiche commerciali, criteri di gestione del cliente, innovazione nei prodotti, applicando il “pacchetto Harz” (quello tedesco) anche in Italia per cui il salario non dovrebbe essere più una variabile indipendente.
Con questi accorgimenti si potrà fare di necessità virtù, vincendo anche sui mercati internazionali che sono il vero banco di scuola della nostra industria. Buon lavoro!
di Giovanni Carlini
Vi racconto una storia.
A fine settembre mi hanno telefonato 7 presidi di scuole superiori, chiedendomi la disponibilità per introdurre degli elementi di novità nei corsi regolari tenuti nelle loro scuole. Per 3 di essi ho accordato il tempo necessario.
Per studiare, provocare e quindi capire lo spessore dei professori con cui dovrò lavorare, in ogni istituto ho promesso, con annesso messaggio scritto in sala riunioni, che avrei festeggiato l’ingresso grazie a 30 cornetti alla marmellata da offrire a tutti. Ha prevalso lo stupore. Portati, qualche giorno dopo, tutti hanno sorriso e gradito (valutando la velocità con cui sono spariti) ma pochi hanno saputo gestire la novità. La massa ha apprezzato, chiudendosi nel silenzio, quando avrebbe fatto più bella figura aprendosi nella relazione umana.
Proseguendo nell’analisi rilevo come, per contestare alcuni provvedimenti del governo, degli impiegati statali (appunto i professori e ciò in netta maggioranza) sospendano le gite scolastiche e studino metodi di sabotaggio del normale funzionamento scolastico. La sospensione delle gite incide sull’utenza la quale è minorenne. Un profilo comportamentale di questo tipo, da parte dei professori, dovrebbe esporli al licenziamento perché hanno cessato nel ruolo di educatori; in pratica hanno perduto il senso della missione.
Simpatica è poi la lamentala di quella professoressa che per 20 anni ha insegnato nelle ultime 3 classi e ora è stata “retrocessa” alle prime. Anche qui, se viene concesso il privilegio d’insegnare, questo vale per ogni tipo d’utenza e sul piano dell’addestramento del personale, ritengo saggio che un vero professionista ogni “tot anni”, impari a modularsi su fasce d’ascolto diverse, altrimenti non impara mai ad insegnare!
Discutere sulla pagliuzza nell’occhio degli altri, ci consente di ragionare sulla trave che grava dentro di noi. In 25 anni vissuti a cavallo tra molti ambienti, la scuola, l’università, l’editoria, le aziende, lo Stato, l’estero a questo punto giungo a una conclusione: la parte più sana e fertile, in grado di evolversi più rapidamente, in Italia, oggi, è l’impresa.
Parlo di uomini e donne, dall’operaio al top manager, quindi fino all’imprenditore. Questa categoria è quella che penso sia la più sana oggi nella Nazione.
Scrivere quello che si pensa è pericoloso e anche antipatico, ma da qualche parte si deve anche partire per cercare di capire e definire le nuove strategie necessarie per sopravvivere e lottare.
Abbiamo grandi sacche di malcontento nel paese, che diffondono i germi della conflittualità sociale. Gli insegnanti (al netto di 1 milione d’eccezioni, dove il singolo è sempre una persona molto corretta) si esprimono come degli intellettuali impotenti, privati della capacità di creare pensiero e idee nuove. In pratica non sono più in grado d’ingentilire l’anima e lo spirito degli studenti. Ripeto che questa valutazione è soggetta a un’infinità d’eccezioni pur restando, in linea di massima, valida.
Dal mondo bancario, non più adesso ma anni fa era più accentuato, abbiamo una grande sacca di mancati economisti e finanzieri, che non possono essere che solo degli impiegati, da cui un forte malessere sociale.
Dalla stessa magistratura si riscontra un’endemica confusione tra il ruolo istituzionale ricoperto e le idee personali, in uno strutturale e anche voluto disorientamento che annebbia la missione assegnata.
Tra queste 3 grandi isole di malessere sociale, c’è la politica. A essere sinceri spesso la stampa che è di un orientamento diverso rispetto all’attuale governo, non consente una corretta lettura sulla qualità del lavoro svolto dall’esecutivo, che è sicuramente notevole, ma poco visibile. Certamente lo stile vorrebbe che i panni sporchi fossero lavati in casa! Non vorrei esprimermi sulla politica. I modelli che ho in mente, per tradurre quanto avviene, sono quelli che risalgono a Camillo Benso di Cavour, per la sua lungimiranza, a De Gasperi per l’onestà e Kennedy per la capacità di svecchiamento delle strutture e culture.
Studiato il contenitore sociale in cui l’impresa italiana opera, ecco che si perviene alla conclusione (del tutto personale, rischiosa ma che rappresenta un punto di partenza): la parte più viva della società è quella che lavora nelle imprese. Detto questo e assegnata una responsabilità non indifferente al sistema delle imprese che si fa? Qui casca l’asino!
Tanto per cominciare credo sia saggio riabilitare quanto gli altri hanno dimenticato: il senso della missione. Ogni impresa ha un ruolo, una storia, delle prospettive che vanno spiegate per essere capite. Ogni azienda deve far si che i dipendenti si riconoscano nella propria realtà d’impresa, consegnandogli quanto la società si è dimenticata d’insegnare, fare e condividere. Quanto scritto può apparire solo parole, ma in realtà lamentano la mancanza di una politica del personale nelle nostre imprese; una prassi di coinvolgimento di uomini e donne che abbatta i costi e alzi la produttività. Il primato morale e sociale che il mondo dell’impresa può ancora oggi vantare sulla società, resterà tale solo se valorizzato attraverso la cultura d’impresa che si concretizza con idee, punti di vista e opinioni usando piani di marketing, politiche commerciali, criteri di gestione del cliente, innovazione nei prodotti, applicando il “pacchetto Harz” (quello tedesco) anche in Italia per cui il salario non dovrebbe essere più una variabile indipendente.
Con questi accorgimenti si potrà fare di necessità virtù, vincendo anche sui mercati internazionali che sono il vero banco di scuola della nostra industria. Buon lavoro!
Il doppio colpo - tendenze di mercato nella prima settimana di ottobre
Il doppio colpo
di Giovanni Carlini
Dai resoconti degli imprenditori che seguo giornalmente e da altri con cui mi confronto costantemente, la prima settimana di ottobre indica l’apertura di una nuova fase congiunturale che possiamo sintetizzare in “doppio colpo”. In pratica c’è una improvvisa rarefazione di ordini.
Questo ridimensionamento del carico di lavoro non dovrebbe essere una novità. Fu anticipato molti mesi fa anche se forse non creduto.
Vediamo i fatti. La crisi scoppiata nel 2008 ma anticipata già 2 anni prima da qualche economista, ha come tutti gli eventi umani una sua forma. Si è discusso se si snodasse come una L (caduta rapida e lunga stabilizzazione) oppure una U (caduta e successivo altrettanto rapido recupero) oppure una W (caduta, ripresa, seconda caduta, ancora una ripresa).
Il 46% dei ricercatori negli USA quest’estate, ha dato per certo un secondo colpo della crisi negli Stati Uniti in autunno. Oggi tutti sono concordi con questa impostazione perché è ormai realtà sul lato americano dell’Atlantico. Più o meno all’unanimità, sui più lati dell’Oceano, hanno convenuto che questa dinamica non avrebbe interessato l’Europa.
Su questo aspetto non ero e continuo a essere in disaccordo.
La prova che ricevo dalla prima settimana di ottobre, conferma invece (e non sono affatto soddisfatto di ciò, però dimostra anche come superficiali siano le analisi svolte finora dalla stampa) che le conseguenze della crisi espressa con una W sono valide anche in Europa.
Perché gli altri sbagliano? È semplice.
La crisi, non smetterò mai di dirlo, non è economica ma sociale. Non siamo entrati nel tunnel perché qualcuno ha smesso di pagare le rate del mutuo!
Siamo in una profonda fase di stasi perché abbiamo troppo voluto e in così poco tempo. Ne consegue che è il consumatore in crisi e non il suo portafoglio.
Questa conclusione appare scontata ma a ben guardare, tutti i governi curano una crisi sociale con provvedimenti economici. Se viene sbagliata la cura, la malattia forse guarirà ma su tempi molto lunghi. Ecco perché ormai si parla di 2015 o 2016.
Non considerando il lato sociale della crisi è palese che le previsioni siano errate o parziali.
In pratica cosa sta accadendo? Le persone, quindi le famiglie, noi tutti abbiamo timore per il futuro e questo sia in Europa come negli USA.
Quando le persone hanno “paura”, normalmente contraggono la spesa alzando la quota di risparmio. E’ esattamente quanto accaduto sia negli USA che in Europa in agosto e settembre.
Una manovra di questo tipo sottrae alla domanda interna denaro il che comporta calo nei consumi. Laddove si parli di un aumento della quota risparmiata del 3% abbiamo modelli matematici (sui quali però si è dimostrata l’inaffidabilità, perché non hanno saputo capire quei segnali che avrebbero manifestato poi la crisi) che traducono questo effetto in un calo del 30% della produzione e successiva commercializzazione dei beni. Se si considera la riduzione della meccanica del 60% e della siderurgia con il 30% in meno nella primavera del 2009 come esempi vissuti, la seconda parte della W nel corso di questo fine 2010 è confermata. Ecco la radice del ragionamento che porta a considerare il “secondo colpo” attuale anche per l’Europa. Questa tendenza ormai manifesta in ottobre si salda con i dati che indicano a +22% i fallimenti tra aprile e giugno 2010.
Ora che gli scenari si sono aperti su quanto già detto mesi fa ma poco creduto, che fare e soprattutto chi resterà ancora sul mercato quando sarà tutto finito? Non è difficile anticipare che il numero degli operatori che oggi agiscono, non sarà lo stesso fra un anno. Ragioniamo ora sui provvedimenti da adottare.
- accorpare le piccole aziende;
- sganciarsi dal credito bancario e metterci “di tasca propria” i soldi in azienda (in pratica gli stessi che furono prelevati quando le cose andavano bene);
- cercare immediatamente mercati sostitutivi, perché quelli tradizionali non saranno più in grado d’assicurare neppure il punto di pareggio!
- possibilmente non solo commercializzare ma anche produrre con marchio proprio, a un prezzo d’offerta che sia notevolmente più basso della concorrenza europea (quella cinese verrebbe spazzata via se ci fosse un’alternativa italiana di buona qualità a prezzo accettabile)
- mantenere la delocalizzazione solo se funzionale a presidiare i mercati esteri, ma tornare a nazionalizzare la produzione destinata al mercato interno. Il vero segreto oggi non è contrarre la spesa, ma organizzarla meglio e su aspetti più spinti verso le vendite, come la pubblicità, per convincere il consumatore che noi siamo i migliori. Quindi studiare nuovi sistemi di stoccaggio nel magazzino, trasporti e gestione del fattore umano;
- la nuova spesa aziendale è molto severa con il lusso, le auto e la rappresentanza, ma si concentra sulla ricerca, innovazione, quindi l’inserimento di figure nuove (anche apprendisti) che si dedichino ai contatti commerciali da sviluppare;
- coloro che resteranno sul mercato non saranno degli imprenditori tradizionali, ma definibili a “geometria variabile” operando in sinergia con diversi altri ambienti produttivi attigui al proprio, miscelando produzione e commercio.
Auguriamoci buona fortuna.
di Giovanni Carlini
Dai resoconti degli imprenditori che seguo giornalmente e da altri con cui mi confronto costantemente, la prima settimana di ottobre indica l’apertura di una nuova fase congiunturale che possiamo sintetizzare in “doppio colpo”. In pratica c’è una improvvisa rarefazione di ordini.
Questo ridimensionamento del carico di lavoro non dovrebbe essere una novità. Fu anticipato molti mesi fa anche se forse non creduto.
Vediamo i fatti. La crisi scoppiata nel 2008 ma anticipata già 2 anni prima da qualche economista, ha come tutti gli eventi umani una sua forma. Si è discusso se si snodasse come una L (caduta rapida e lunga stabilizzazione) oppure una U (caduta e successivo altrettanto rapido recupero) oppure una W (caduta, ripresa, seconda caduta, ancora una ripresa).
Il 46% dei ricercatori negli USA quest’estate, ha dato per certo un secondo colpo della crisi negli Stati Uniti in autunno. Oggi tutti sono concordi con questa impostazione perché è ormai realtà sul lato americano dell’Atlantico. Più o meno all’unanimità, sui più lati dell’Oceano, hanno convenuto che questa dinamica non avrebbe interessato l’Europa.
Su questo aspetto non ero e continuo a essere in disaccordo.
La prova che ricevo dalla prima settimana di ottobre, conferma invece (e non sono affatto soddisfatto di ciò, però dimostra anche come superficiali siano le analisi svolte finora dalla stampa) che le conseguenze della crisi espressa con una W sono valide anche in Europa.
Perché gli altri sbagliano? È semplice.
La crisi, non smetterò mai di dirlo, non è economica ma sociale. Non siamo entrati nel tunnel perché qualcuno ha smesso di pagare le rate del mutuo!
Siamo in una profonda fase di stasi perché abbiamo troppo voluto e in così poco tempo. Ne consegue che è il consumatore in crisi e non il suo portafoglio.
Questa conclusione appare scontata ma a ben guardare, tutti i governi curano una crisi sociale con provvedimenti economici. Se viene sbagliata la cura, la malattia forse guarirà ma su tempi molto lunghi. Ecco perché ormai si parla di 2015 o 2016.
Non considerando il lato sociale della crisi è palese che le previsioni siano errate o parziali.
In pratica cosa sta accadendo? Le persone, quindi le famiglie, noi tutti abbiamo timore per il futuro e questo sia in Europa come negli USA.
Quando le persone hanno “paura”, normalmente contraggono la spesa alzando la quota di risparmio. E’ esattamente quanto accaduto sia negli USA che in Europa in agosto e settembre.
Una manovra di questo tipo sottrae alla domanda interna denaro il che comporta calo nei consumi. Laddove si parli di un aumento della quota risparmiata del 3% abbiamo modelli matematici (sui quali però si è dimostrata l’inaffidabilità, perché non hanno saputo capire quei segnali che avrebbero manifestato poi la crisi) che traducono questo effetto in un calo del 30% della produzione e successiva commercializzazione dei beni. Se si considera la riduzione della meccanica del 60% e della siderurgia con il 30% in meno nella primavera del 2009 come esempi vissuti, la seconda parte della W nel corso di questo fine 2010 è confermata. Ecco la radice del ragionamento che porta a considerare il “secondo colpo” attuale anche per l’Europa. Questa tendenza ormai manifesta in ottobre si salda con i dati che indicano a +22% i fallimenti tra aprile e giugno 2010.
Ora che gli scenari si sono aperti su quanto già detto mesi fa ma poco creduto, che fare e soprattutto chi resterà ancora sul mercato quando sarà tutto finito? Non è difficile anticipare che il numero degli operatori che oggi agiscono, non sarà lo stesso fra un anno. Ragioniamo ora sui provvedimenti da adottare.
- accorpare le piccole aziende;
- sganciarsi dal credito bancario e metterci “di tasca propria” i soldi in azienda (in pratica gli stessi che furono prelevati quando le cose andavano bene);
- cercare immediatamente mercati sostitutivi, perché quelli tradizionali non saranno più in grado d’assicurare neppure il punto di pareggio!
- possibilmente non solo commercializzare ma anche produrre con marchio proprio, a un prezzo d’offerta che sia notevolmente più basso della concorrenza europea (quella cinese verrebbe spazzata via se ci fosse un’alternativa italiana di buona qualità a prezzo accettabile)
- mantenere la delocalizzazione solo se funzionale a presidiare i mercati esteri, ma tornare a nazionalizzare la produzione destinata al mercato interno. Il vero segreto oggi non è contrarre la spesa, ma organizzarla meglio e su aspetti più spinti verso le vendite, come la pubblicità, per convincere il consumatore che noi siamo i migliori. Quindi studiare nuovi sistemi di stoccaggio nel magazzino, trasporti e gestione del fattore umano;
- la nuova spesa aziendale è molto severa con il lusso, le auto e la rappresentanza, ma si concentra sulla ricerca, innovazione, quindi l’inserimento di figure nuove (anche apprendisti) che si dedichino ai contatti commerciali da sviluppare;
- coloro che resteranno sul mercato non saranno degli imprenditori tradizionali, ma definibili a “geometria variabile” operando in sinergia con diversi altri ambienti produttivi attigui al proprio, miscelando produzione e commercio.
Auguriamoci buona fortuna.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione/3
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
terzo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Sulla Germania c’è un terzo passaggio da prendere in considerazione. L’importanza e ruolo dell’euro a vantaggio dell’economia tedesca! Tutte le analisi svolte sino ad ora, su qualsiasi organo di stampa e ricerca, trascurano questo aspetto che è da ritenersi strutturale per il sistema industriale tedesco. Infatti l’economia della Germania dipende in forte misura dall’export. Dal 2000 al 2008 due terzi della crescita complessiva della domanda all’economia e sistema manifatturiero tedesco, sono pervenuti dall’estero. In fin dei conti e alla luce di quanto accaduto, questo Paese ha bisogno di due aspetti strategici: mercati legati a doppio filo alle necessità tedesche, intrappolati al carro della Bundesbank e un cambio competitivo sul quale operare fuori dalla UE.
L’euro è stato capace di garantire entrambi questi aspetti, rivelandosi un affare per la Germania e non altrettanto per il resto d’Europa. Da qui si spiega e giustifica così tanta diffidenza verso l’euro e voci che vorrebbero un ritorno alle divise nazionali con efficacia all’interno di ogni singolo Paese, ricorrendo alla moneta unica solo nelle transazioni estere.
Non accettando questa prospettiva di ridimensionamento del ruolo dell’euro nelle nostre singole vite nazionali, tutto si complica. Assumendo l’euro quale moneta comunitaria, le crisi che comunque sono avvenute, hanno avuto sui paesi alla periferia dell’area germanica, l’effetto di trascinare al ribasso il valore della moneta comune. Il che è stato benefico sui mercati mondiali, ma ha anche mortificato le singole economie dei partner commerciali tedeschi. Questi valgono i due quinti delle esportazioni tedesche, ovvero nove volte di più di quanto conta la Cina nell’export germanico.
La metodica perseguita per svuotare le economie europee a favore della Germania è semplice. I prodotti europei, a tutt’oggi, non sono competitivi sul mercato mitteleuropeo dopo ben un decennio d’aumento dei costi relativi. Se per un attimo si pensa a quanto accaduto se non ci fosse stato l’euro, il tasso di cambio con il marco sarebbe letteralmente schizzato alle stelle e tutte le altre valute soggette a forti svalutazioni competitive. Tutto questo avrebbe “ucciso” l’economia tedesca, che invece è oggi forte e prospera. Nei paesi della periferia, le svalutazioni delle monete nazionali sarebbero state ingenti, almeno quanto quelle della sterlina. L’assenza di questi scossoni ha ribaltato le prospettive della Germania in Europa.
Su quest’ultimo particolare è importante fare una riflessione e meditare come una sicura disfatta si è trasformata in pieno successo per i tedeschi, grazie all’adozione della moneta unica. Con queste premesse, l’euro non appare affatto un sicuro approdo per tutti, come si vuole insistere nel far credere agli europei. Gli italiani stavano annegando nella bancarotta, quella stessa che ha poi travolto l’Argentina. Per evitarla abbiamo avuto la “scelta” (imposizione) sull’euro, pagando l’ingresso con un cambio al doppio del suo effettivo valore.
Per poter comprendere l’importanza della moneta in un sistema economico è corretto paragonarla al ruolo che ha il sangue in un organismo. Laddove questo fluido abbia una pressione alta o bassa, il corpo ne risentirebbe. In questo caso il corpo è il sistema economico nazionale.
Prima avevamo una moneta, la lira, pensata e strutturata per il nostro sistema economico. Cambiando la moneta, ma non il modo di lavorare in Italia (le aziende sono rimaste piccine, l’internazionalizzazione modesta, spesso non sappiamo neppure rispondere al telefono in tedesco o in inglese) abbiamo di fatto immesso nel nostro organismo un tipo di sangue, che ha una pressione e impeto calibrato per altri tipi di strutture. L’euro essendo in competizione con il dollaro, nei confronti della lira è come se l’ avesse “dollarizzata”. Per spiegarsi meglio è come se fosse stata presa una moneta progettata per un determinato sistema di produzione e invece immessa in un altro ambiente. Praticamente il motore di una 500 Fiat su un Tir. Le conseguenze sono ora palesi, ma furono dette anche allora, dieci anni fa, però nessuno volle dare ascolto a questo paragone. Tutto ciò ha fatto la fortuna della Germania, che ha colonizzato l’Europa senza farla crescere.
In un quadro d’analisi sul successo economico tedesco del 2010, va detto anche questo.
terzo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Sulla Germania c’è un terzo passaggio da prendere in considerazione. L’importanza e ruolo dell’euro a vantaggio dell’economia tedesca! Tutte le analisi svolte sino ad ora, su qualsiasi organo di stampa e ricerca, trascurano questo aspetto che è da ritenersi strutturale per il sistema industriale tedesco. Infatti l’economia della Germania dipende in forte misura dall’export. Dal 2000 al 2008 due terzi della crescita complessiva della domanda all’economia e sistema manifatturiero tedesco, sono pervenuti dall’estero. In fin dei conti e alla luce di quanto accaduto, questo Paese ha bisogno di due aspetti strategici: mercati legati a doppio filo alle necessità tedesche, intrappolati al carro della Bundesbank e un cambio competitivo sul quale operare fuori dalla UE.
L’euro è stato capace di garantire entrambi questi aspetti, rivelandosi un affare per la Germania e non altrettanto per il resto d’Europa. Da qui si spiega e giustifica così tanta diffidenza verso l’euro e voci che vorrebbero un ritorno alle divise nazionali con efficacia all’interno di ogni singolo Paese, ricorrendo alla moneta unica solo nelle transazioni estere.
Non accettando questa prospettiva di ridimensionamento del ruolo dell’euro nelle nostre singole vite nazionali, tutto si complica. Assumendo l’euro quale moneta comunitaria, le crisi che comunque sono avvenute, hanno avuto sui paesi alla periferia dell’area germanica, l’effetto di trascinare al ribasso il valore della moneta comune. Il che è stato benefico sui mercati mondiali, ma ha anche mortificato le singole economie dei partner commerciali tedeschi. Questi valgono i due quinti delle esportazioni tedesche, ovvero nove volte di più di quanto conta la Cina nell’export germanico.
La metodica perseguita per svuotare le economie europee a favore della Germania è semplice. I prodotti europei, a tutt’oggi, non sono competitivi sul mercato mitteleuropeo dopo ben un decennio d’aumento dei costi relativi. Se per un attimo si pensa a quanto accaduto se non ci fosse stato l’euro, il tasso di cambio con il marco sarebbe letteralmente schizzato alle stelle e tutte le altre valute soggette a forti svalutazioni competitive. Tutto questo avrebbe “ucciso” l’economia tedesca, che invece è oggi forte e prospera. Nei paesi della periferia, le svalutazioni delle monete nazionali sarebbero state ingenti, almeno quanto quelle della sterlina. L’assenza di questi scossoni ha ribaltato le prospettive della Germania in Europa.
Su quest’ultimo particolare è importante fare una riflessione e meditare come una sicura disfatta si è trasformata in pieno successo per i tedeschi, grazie all’adozione della moneta unica. Con queste premesse, l’euro non appare affatto un sicuro approdo per tutti, come si vuole insistere nel far credere agli europei. Gli italiani stavano annegando nella bancarotta, quella stessa che ha poi travolto l’Argentina. Per evitarla abbiamo avuto la “scelta” (imposizione) sull’euro, pagando l’ingresso con un cambio al doppio del suo effettivo valore.
Per poter comprendere l’importanza della moneta in un sistema economico è corretto paragonarla al ruolo che ha il sangue in un organismo. Laddove questo fluido abbia una pressione alta o bassa, il corpo ne risentirebbe. In questo caso il corpo è il sistema economico nazionale.
Prima avevamo una moneta, la lira, pensata e strutturata per il nostro sistema economico. Cambiando la moneta, ma non il modo di lavorare in Italia (le aziende sono rimaste piccine, l’internazionalizzazione modesta, spesso non sappiamo neppure rispondere al telefono in tedesco o in inglese) abbiamo di fatto immesso nel nostro organismo un tipo di sangue, che ha una pressione e impeto calibrato per altri tipi di strutture. L’euro essendo in competizione con il dollaro, nei confronti della lira è come se l’ avesse “dollarizzata”. Per spiegarsi meglio è come se fosse stata presa una moneta progettata per un determinato sistema di produzione e invece immessa in un altro ambiente. Praticamente il motore di una 500 Fiat su un Tir. Le conseguenze sono ora palesi, ma furono dette anche allora, dieci anni fa, però nessuno volle dare ascolto a questo paragone. Tutto ciò ha fatto la fortuna della Germania, che ha colonizzato l’Europa senza farla crescere.
In un quadro d’analisi sul successo economico tedesco del 2010, va detto anche questo.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione/2
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
secondo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Nel primo studio pubblicato è stato scritto: l’exploit industriale ed economico tedesco del 2010, ha radici soprattutto sociali prima ancora che finanziarie e macroeconomiche.
Sembra un’affermazione scontata, ma laddove si volesse imitare il “modello tedesco”, il punto di partenza non è dentro la produzione, ma nella capacità dell’impresa a intrattenere e aprire relazioni sociali (dipendenti orgogliosi d’esserlo e dotati di una missione) e anche industriali (discutere con il sindacato non più di solo busta paga, ma qualità di vita nel posto di lavoro. Vedi “pacchetto Harz”).
Conosco grandi realtà nella stessa Brescia, ad esempio un’azienda da 120 dipendenti, che non solo non sa relazionare sul piano industriale, ma ha anche avviato da anni una prassi dichiaratamente antisindacale. Oltre i giochetti di finanza sul bilancio, un tipo d’azienda di questo tipo non può che essere destinata a scomparire, perché strutturalmente “sbagliata”, ovvero presenta un troppo alto profilo di rischio sociale per insolvenza, posti di lavoro non più certi, tfr disperso etc..
E’ vero che il sindacato italiano è afflitto da una consistente componente d’immaturità, da cui cerca di svecchiarsi senza apparente successo, però resta un interlocutore senza il quale la componente sociale dello sviluppo non va avanti. In pratica, l’industria italiana (la parte migliore, ad oggi, della società nazionale) necessita di un interlocutore sindacale, che oggi è ancora incapace di relazione in forme adeguate ai tempi. Orfani di un contradditorio, gli imprenditori italiani devono “far da sé”, lanciando aggressive politiche sul personale per “tagliare l’erba sotto i piedi al sindacato”.
Non è vero che ognuno deve fare la sua parte, perché il fattore umano è determinante nelle imprese di ieri come di oggi, quindi in assenza di un serio sindacato, servono imprenditori e direttori del personale adeguati, nel saper curare questo aspetto.
In Germania il sindacato ha accettato e sostenuto le “gabbie salariali”, ovvero stipendi differenziati a seconda del costo della vita per singola area geografica. Questo è uno dei segreti del successo tedesco. In una recente ricerca (Istituto Ifo di Monaco, pubblicata in settembre sulla rivista Super Illu) comparando la Germania dell’Est all’Ovest, emerge che tra il 1991 e il 2009 il Pil dell’Est è raddoppiato rispetto l’Ovest (12%).
Il reddito medio di una famiglia dell’Est è passato dai 10.900 euro della caduta del muro (allora pari al 35% delle regioni occidentali) ai 19.500 euro del 2009 ovvero il 53% dell’Ovest. Sempre nel 2009 i lavoratori dell’Est guadagnano l’83% dei loro colleghi dell’Ovest (il valore era al 57% nel 1991). Con questi parametri per la prima volta dall’unificazione, il numero di disoccupati dell’Est è sceso sotto il milione, restando però percentualmente ancora elevato (11,5% nell’agosto 2010 quando era al 18% anni fa, laddove all’Ovest è oggi al 6,6%)
Ovviamente l’intero processo è stato sostenuto da una grande quantità d’investimenti pubblici, tesi a svecchiare il parco infrastrutturale sia produttivo che nei servizi dell’Est. La conclusione è che a 26 anni dalla riunificazione, il costo del lavoro nella Germania dell’Est è più basso dell’Ovest ma questo non è il solo motivo per cui in alcuni campi l’Est è più competitivo.
Studiando questi dati, il paragone corre verso il Mezzogiorno d’Italia, tale dal 1861. Se i tedeschi in 26 anni hanno fatto quello che gli italiani non sono riusciti in 150 anni, ecco dov’è la differenza tra 2 popoli. Al di là su tutto quanto qui documentato, passando a una fase operativa, cosa le nostre imprese possono fare, non potendo trasformare il Sud italico nell’Est germanico?
Gli imprenditori italiani devono capire che il costo del lavoro non è l’unica determinante nella produzione, al contrario c’è l’innovazione e quindi la produttività. Su tutto ciò c’è il dipendente da addestrare, educare, elevare e anche licenziare se necessario. In una parola serve una politica del personale! Chi non ha il dono di unire uomini, mezzi e risorse per farli lavorare bene, chieda aiuto o impari; ecco perché a 50 anni sto ancora studiando e apprendendo come un normale scolaro! Buon lavoro.
secondo articolo della serie
di Giovanni Carlini
Nel primo studio pubblicato è stato scritto: l’exploit industriale ed economico tedesco del 2010, ha radici soprattutto sociali prima ancora che finanziarie e macroeconomiche.
Sembra un’affermazione scontata, ma laddove si volesse imitare il “modello tedesco”, il punto di partenza non è dentro la produzione, ma nella capacità dell’impresa a intrattenere e aprire relazioni sociali (dipendenti orgogliosi d’esserlo e dotati di una missione) e anche industriali (discutere con il sindacato non più di solo busta paga, ma qualità di vita nel posto di lavoro. Vedi “pacchetto Harz”).
Conosco grandi realtà nella stessa Brescia, ad esempio un’azienda da 120 dipendenti, che non solo non sa relazionare sul piano industriale, ma ha anche avviato da anni una prassi dichiaratamente antisindacale. Oltre i giochetti di finanza sul bilancio, un tipo d’azienda di questo tipo non può che essere destinata a scomparire, perché strutturalmente “sbagliata”, ovvero presenta un troppo alto profilo di rischio sociale per insolvenza, posti di lavoro non più certi, tfr disperso etc..
E’ vero che il sindacato italiano è afflitto da una consistente componente d’immaturità, da cui cerca di svecchiarsi senza apparente successo, però resta un interlocutore senza il quale la componente sociale dello sviluppo non va avanti. In pratica, l’industria italiana (la parte migliore, ad oggi, della società nazionale) necessita di un interlocutore sindacale, che oggi è ancora incapace di relazione in forme adeguate ai tempi. Orfani di un contradditorio, gli imprenditori italiani devono “far da sé”, lanciando aggressive politiche sul personale per “tagliare l’erba sotto i piedi al sindacato”.
Non è vero che ognuno deve fare la sua parte, perché il fattore umano è determinante nelle imprese di ieri come di oggi, quindi in assenza di un serio sindacato, servono imprenditori e direttori del personale adeguati, nel saper curare questo aspetto.
In Germania il sindacato ha accettato e sostenuto le “gabbie salariali”, ovvero stipendi differenziati a seconda del costo della vita per singola area geografica. Questo è uno dei segreti del successo tedesco. In una recente ricerca (Istituto Ifo di Monaco, pubblicata in settembre sulla rivista Super Illu) comparando la Germania dell’Est all’Ovest, emerge che tra il 1991 e il 2009 il Pil dell’Est è raddoppiato rispetto l’Ovest (12%).
Il reddito medio di una famiglia dell’Est è passato dai 10.900 euro della caduta del muro (allora pari al 35% delle regioni occidentali) ai 19.500 euro del 2009 ovvero il 53% dell’Ovest. Sempre nel 2009 i lavoratori dell’Est guadagnano l’83% dei loro colleghi dell’Ovest (il valore era al 57% nel 1991). Con questi parametri per la prima volta dall’unificazione, il numero di disoccupati dell’Est è sceso sotto il milione, restando però percentualmente ancora elevato (11,5% nell’agosto 2010 quando era al 18% anni fa, laddove all’Ovest è oggi al 6,6%)
Ovviamente l’intero processo è stato sostenuto da una grande quantità d’investimenti pubblici, tesi a svecchiare il parco infrastrutturale sia produttivo che nei servizi dell’Est. La conclusione è che a 26 anni dalla riunificazione, il costo del lavoro nella Germania dell’Est è più basso dell’Ovest ma questo non è il solo motivo per cui in alcuni campi l’Est è più competitivo.
Studiando questi dati, il paragone corre verso il Mezzogiorno d’Italia, tale dal 1861. Se i tedeschi in 26 anni hanno fatto quello che gli italiani non sono riusciti in 150 anni, ecco dov’è la differenza tra 2 popoli. Al di là su tutto quanto qui documentato, passando a una fase operativa, cosa le nostre imprese possono fare, non potendo trasformare il Sud italico nell’Est germanico?
Gli imprenditori italiani devono capire che il costo del lavoro non è l’unica determinante nella produzione, al contrario c’è l’innovazione e quindi la produttività. Su tutto ciò c’è il dipendente da addestrare, educare, elevare e anche licenziare se necessario. In una parola serve una politica del personale! Chi non ha il dono di unire uomini, mezzi e risorse per farli lavorare bene, chieda aiuto o impari; ecco perché a 50 anni sto ancora studiando e apprendendo come un normale scolaro! Buon lavoro.
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
La locomotiva tedesca è uscita dalla stazione
primo articolo di una serie
Un paio d’anni fa, per un editore, scrissi un dossier Germania il cui titolo fu: “Una locomotiva ferma in stazione”. Non è passato molto tempo che il quadro complessivo è profondamente cambiato; quella locomotiva ora corre per tutta Europa.
Quanto qui scritto non vuole andare ad aggiungersi a tutto ciò che è già stato pubblicato sull’argomento, perché ha un altro obiettivo: il taglio sociologico.
Le aziende e in tal senso dico proprio tutte le imprese italiane, hanno dimenticato o mai introdotto nella loro gestione, concetti di sociologia. A volte si contrabbanda la gestione risorse umane (nei casi più evoluti d’impresa) con la sociologia, ma è solo una scorciatoia! Questa mancanza è grave, perché incide sulla produttività.
La sociologia in azienda serve a raccordare le regole condivise di una comunità, con le singole necessità delle persone. Quindi ben introdurre il singolo nel clan aziendale. Se questo avviene, il personaggio lavorerà meglio e produrrà di più. Quindi serve un organigramma (meglio se corredato da foto), un mansionario, dei tesserini d’identificazione, una tuta o divisa se possibile, una mensa, forse un asilo, una bandiera nazionale nel luogo di produzione, l’istituzione del dipendente del mese, biglietti premi per viaggi ai meritevoli, aggiornare gli stili di lavorazione chiedendo ai dipendenti/operai il loro parere, abbattere il nervosismo e la “fretta” (che nulla conclude). Inoltre serve spiegare e permettere alle persone di capire come agire con gli altri; a conti fatti e ormai noto perché scritto diverse volte, un politica del personale di questo tipo abbatte mediamente del 12% i costi di gestione aziendali.
Quest’introduzione serve per capire il fenomeno tedesco, che solitamente viene spiegato con numeri e aspetti numerici/economici, ma mai sul piano umano che in realtà è poi il motore di tutto.
Non è che i tedeschi abbiano inventato qualcosa, in realtà sono 80 anni che se ne discute negli Stati Uniti, ma lo hanno anche tradotto in termini sindacali. Nel dettaglio e come verrà elencato fra poco, il “pacchetto Harz” è stato possibile solo perché nel tessuto aziendale tedesco, per anni si è discusso e applicata la sociologia, che ha lasciato oscillare il pendolo delle opportunità dalla cogestione degli anni Settanta, Ottanta al “salario integrale” di oggi.
Vediamo i vari aspetti con ordine.
Nel secondo trimestre di quest’anno, il sistema Germania è cresciuto, in termini di PIL del 2,2% contro le stime ancorate all’1,3%. Anno su anno, lo sviluppo di ricchezza sociale tedesco è del 4,1% ovvero più del doppio di quanto Eurostat ha stimato per l’area UE.
Alla base del successo “d’Oltralpe” nella regione mitteleuropea, non c’è solo l’export, che ne rappresenta la manifestazione più immediata, ma in realtà lo sviluppo è strutturale e fonda la sua origine nelle scelte che furono adottate immediatamente dopo il 1992 all’atto della riunificazione.
Infatti la crescita tedesca ha assunto una velocità tale che adesso è la più elevata dall’epoca della riunificazione, perché sono giunti a maturazione dei passaggi cruciali nell’organizzazione del sistema manifatturiero che, si rammenta, è il più forte in Europa. Questi passaggi chiave sono:
a) nel confronto con l’Italia, anche a parità di settore merceologico, le aziende tedesche sono più grandi (si conferma il cosiddetto concetto “mittelstand” dove si possono trovare i tesori nascosti dell’imprenditorialità tedesca per ingegno e operosità)
b) le medie imprese si difendono meglio sul mercato globale e questo è stato visto sia in Asia che nelle Americhe, la cui ripresa è più forte rispetto l’Europa, perché queste regioni sopportano in forme più adeguate i costi dell’internazionalizzazione, che sono molti forti in logistica, per la strutturazione delle reti di vendita, quindi l’avviamento delle nuove imprese e infine nel mantenimento delle relazione commerciali;
c) l’industria tedesca si è concentrata in settori meno esposti alla concorrenza da parte dei paesi in via di sviluppo. In questo modo ha evitato quella parte di beni prodotti dove la dinamica della domanda è tradizionalmente più bassa e la concorrenza spietata;
d) l’export di macchinari verso i paesi emergenti è uno dei punti di forza;
e) è stata realizzata, e non senza fatica, una controllata delocalizzazione verso est (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria) per quei segmenti di produzione a alta intensità di lavoro, che tradizionalmente penalizza la competitività delle proprie merci;
f) su questo aspetto va però considerato anche un processo di ritorno in Patria per alcune produzioni, (pentole e casalinghi non elettrodomestici) in grado d’offrire al mercato interno sia prodotti di base a basso costo che a più sofisticato livello allargando così la gamma di scelta al cliente;
g) l’applicazione nella normativa sul lavoro del cosiddetto “pacchetto Harz” che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti;
h) c’è un forte sostegno dello Stato nelle esportazioni tedesche.
primo articolo di una serie
Un paio d’anni fa, per un editore, scrissi un dossier Germania il cui titolo fu: “Una locomotiva ferma in stazione”. Non è passato molto tempo che il quadro complessivo è profondamente cambiato; quella locomotiva ora corre per tutta Europa.
Quanto qui scritto non vuole andare ad aggiungersi a tutto ciò che è già stato pubblicato sull’argomento, perché ha un altro obiettivo: il taglio sociologico.
Le aziende e in tal senso dico proprio tutte le imprese italiane, hanno dimenticato o mai introdotto nella loro gestione, concetti di sociologia. A volte si contrabbanda la gestione risorse umane (nei casi più evoluti d’impresa) con la sociologia, ma è solo una scorciatoia! Questa mancanza è grave, perché incide sulla produttività.
La sociologia in azienda serve a raccordare le regole condivise di una comunità, con le singole necessità delle persone. Quindi ben introdurre il singolo nel clan aziendale. Se questo avviene, il personaggio lavorerà meglio e produrrà di più. Quindi serve un organigramma (meglio se corredato da foto), un mansionario, dei tesserini d’identificazione, una tuta o divisa se possibile, una mensa, forse un asilo, una bandiera nazionale nel luogo di produzione, l’istituzione del dipendente del mese, biglietti premi per viaggi ai meritevoli, aggiornare gli stili di lavorazione chiedendo ai dipendenti/operai il loro parere, abbattere il nervosismo e la “fretta” (che nulla conclude). Inoltre serve spiegare e permettere alle persone di capire come agire con gli altri; a conti fatti e ormai noto perché scritto diverse volte, un politica del personale di questo tipo abbatte mediamente del 12% i costi di gestione aziendali.
Quest’introduzione serve per capire il fenomeno tedesco, che solitamente viene spiegato con numeri e aspetti numerici/economici, ma mai sul piano umano che in realtà è poi il motore di tutto.
Non è che i tedeschi abbiano inventato qualcosa, in realtà sono 80 anni che se ne discute negli Stati Uniti, ma lo hanno anche tradotto in termini sindacali. Nel dettaglio e come verrà elencato fra poco, il “pacchetto Harz” è stato possibile solo perché nel tessuto aziendale tedesco, per anni si è discusso e applicata la sociologia, che ha lasciato oscillare il pendolo delle opportunità dalla cogestione degli anni Settanta, Ottanta al “salario integrale” di oggi.
Vediamo i vari aspetti con ordine.
Nel secondo trimestre di quest’anno, il sistema Germania è cresciuto, in termini di PIL del 2,2% contro le stime ancorate all’1,3%. Anno su anno, lo sviluppo di ricchezza sociale tedesco è del 4,1% ovvero più del doppio di quanto Eurostat ha stimato per l’area UE.
Alla base del successo “d’Oltralpe” nella regione mitteleuropea, non c’è solo l’export, che ne rappresenta la manifestazione più immediata, ma in realtà lo sviluppo è strutturale e fonda la sua origine nelle scelte che furono adottate immediatamente dopo il 1992 all’atto della riunificazione.
Infatti la crescita tedesca ha assunto una velocità tale che adesso è la più elevata dall’epoca della riunificazione, perché sono giunti a maturazione dei passaggi cruciali nell’organizzazione del sistema manifatturiero che, si rammenta, è il più forte in Europa. Questi passaggi chiave sono:
a) nel confronto con l’Italia, anche a parità di settore merceologico, le aziende tedesche sono più grandi (si conferma il cosiddetto concetto “mittelstand” dove si possono trovare i tesori nascosti dell’imprenditorialità tedesca per ingegno e operosità)
b) le medie imprese si difendono meglio sul mercato globale e questo è stato visto sia in Asia che nelle Americhe, la cui ripresa è più forte rispetto l’Europa, perché queste regioni sopportano in forme più adeguate i costi dell’internazionalizzazione, che sono molti forti in logistica, per la strutturazione delle reti di vendita, quindi l’avviamento delle nuove imprese e infine nel mantenimento delle relazione commerciali;
c) l’industria tedesca si è concentrata in settori meno esposti alla concorrenza da parte dei paesi in via di sviluppo. In questo modo ha evitato quella parte di beni prodotti dove la dinamica della domanda è tradizionalmente più bassa e la concorrenza spietata;
d) l’export di macchinari verso i paesi emergenti è uno dei punti di forza;
e) è stata realizzata, e non senza fatica, una controllata delocalizzazione verso est (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria) per quei segmenti di produzione a alta intensità di lavoro, che tradizionalmente penalizza la competitività delle proprie merci;
f) su questo aspetto va però considerato anche un processo di ritorno in Patria per alcune produzioni, (pentole e casalinghi non elettrodomestici) in grado d’offrire al mercato interno sia prodotti di base a basso costo che a più sofisticato livello allargando così la gamma di scelta al cliente;
g) l’applicazione nella normativa sul lavoro del cosiddetto “pacchetto Harz” che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti;
h) c’è un forte sostegno dello Stato nelle esportazioni tedesche.
lunedì 6 settembre 2010
Che fare?
Appena rientrato in Italia, un imprenditore italiano mi chiama e dopo un lungo elenco di fatti mi chiede: come mi muovo? A quel punto mi torna in mente un passaggio storico, che mi ha molto impressionato per anni. Parliamo della campagna d’Africa 1941-1943. Il nostro esercito si basava su grandi unità a bassissima mobilità (divisioni che a loro volta formavano armate) profondamente radicate nel terreno; in pratica erano delle roccaforti nel deserto. I tedeschi prima e gli inglesi dopo, si strutturarono invece su brigate particolarmente mobili e vivaci, articolate a loro volta in battaglioni e compagnie, capaci di scorazzare oltre le linee avversarie con estrema facilità. In breve, la “linea del fronte” diventò un’idea sorpassata; è chiaro che in queste condizioni chi condusse la guerra furono i tedeschi e gli inglesi relegando gli italiani a un ruolo secondario, benché molto numerosi, ma poco dotati di mezzi e risorse. Quale lezione trarre da questo esempio?
Sicuramente parlare di fatti accaduti 70 anni fa, in un’epoca a forte accelerazione di reazioni tra comportamenti diversi, potrebbe apparire fuori luogo. Nonostante ciò, identificando in un simpatico animale, il comportamento che le nostre imprese dovrebbero assumere sul mercato, le vorrei tutte degli scoiattoli in grado di muoversi rapidamente, mangiare poco e vivere a lungo. Ricordate come i vietcong alimentati con un pugno di riso al giorno e infossati nelle loro tane riuscirono a vincere sui più ricchi americani, che avevano a loro disposizione tutto e il suo contrario? Un soldato impigrito da 4 pasti al giorno, non seppe reagire a un avversario dotato di metà peso e particolarmente agile.
Come tradurre tutto ciò in politica commerciale?
Tanto per cominciare non basta agire su quest’area tralasciando altre funzioni aziendali; se non si è strutturati non si arriva a nulla di stabile. E’ vero che qualche imprenditore se la cava da anni risparmiano sui costi di gestione, ma ha i giorni contati. Il costo di gestione è paragonabile alla forma fisica per un atleta. Risparmiare sui muscoli dello sportivo, significa perdere la competizione.
Ne consegue che serve una struttura, senza la quale ogni iniziativa è destinata a restare episodica. In pratica un grande sforzo che non fruttifera. Ho conosciuto degli imprenditori che passano da padre in figlio, lavorano tantissimo ma poi, stringendo, non riescono a raccogliere la ricchezza che avrebbero dovuto maturare. Certo hanno la casa di proprietà, ma non l’agiatezza che deriva da 30-40 o anche 50 anni di duro lavoro. Casi del genere derivano solo da un’inadeguata struttura aziendale a fronte di un effettivo lavoro svolto, ma che non da frutto se non sussistenza.
Chiarito questo aspetto che troppo spesso si da per scontato, passiamo alla gestione operativa con una premessa: non esiste una politica commerciale eccellente, che non sia accompagnata da quella sulla qualità, del personale, amministrativa e finanziaria, di marketing etc.
Considerando l’azienda nel suo aspetto “globale”, adesso analizziamo la sua “velocità” di reazione al mercato; come misurarla?
Non esiste uno strumento definito per questo aspetto della gestione d’impresa, al pari del contachilometri di un’autovettura. Al contrario serve un piano di marketing da aggiornare ogni 6 mesi. Questo mezzo è l’unico, se accompagnato da un sistema contabile di revisione mensile degli obiettivi fissati, a permettere di capire se l’azienda sta reagendo o meno alle sollecitazioni dal mercato. Ebbene questo sistema di manovra dell’impresa è ancora troppo poco diffuso, (solo il 7% in Italia) il che spiega i ritardi e le inadeguatezze delle nostre imprese in ambito comunitario e globale. Una politica aggressiva capace, di conservare l’impresa sul mercato, che non è possibile inventarsi dalla mattina alla sera, nasce da una cultura d’impresa sedimentata giorno dopo giorno; l’importante è iniziare.
Sicuramente parlare di fatti accaduti 70 anni fa, in un’epoca a forte accelerazione di reazioni tra comportamenti diversi, potrebbe apparire fuori luogo. Nonostante ciò, identificando in un simpatico animale, il comportamento che le nostre imprese dovrebbero assumere sul mercato, le vorrei tutte degli scoiattoli in grado di muoversi rapidamente, mangiare poco e vivere a lungo. Ricordate come i vietcong alimentati con un pugno di riso al giorno e infossati nelle loro tane riuscirono a vincere sui più ricchi americani, che avevano a loro disposizione tutto e il suo contrario? Un soldato impigrito da 4 pasti al giorno, non seppe reagire a un avversario dotato di metà peso e particolarmente agile.
Come tradurre tutto ciò in politica commerciale?
Tanto per cominciare non basta agire su quest’area tralasciando altre funzioni aziendali; se non si è strutturati non si arriva a nulla di stabile. E’ vero che qualche imprenditore se la cava da anni risparmiano sui costi di gestione, ma ha i giorni contati. Il costo di gestione è paragonabile alla forma fisica per un atleta. Risparmiare sui muscoli dello sportivo, significa perdere la competizione.
Ne consegue che serve una struttura, senza la quale ogni iniziativa è destinata a restare episodica. In pratica un grande sforzo che non fruttifera. Ho conosciuto degli imprenditori che passano da padre in figlio, lavorano tantissimo ma poi, stringendo, non riescono a raccogliere la ricchezza che avrebbero dovuto maturare. Certo hanno la casa di proprietà, ma non l’agiatezza che deriva da 30-40 o anche 50 anni di duro lavoro. Casi del genere derivano solo da un’inadeguata struttura aziendale a fronte di un effettivo lavoro svolto, ma che non da frutto se non sussistenza.
Chiarito questo aspetto che troppo spesso si da per scontato, passiamo alla gestione operativa con una premessa: non esiste una politica commerciale eccellente, che non sia accompagnata da quella sulla qualità, del personale, amministrativa e finanziaria, di marketing etc.
Considerando l’azienda nel suo aspetto “globale”, adesso analizziamo la sua “velocità” di reazione al mercato; come misurarla?
Non esiste uno strumento definito per questo aspetto della gestione d’impresa, al pari del contachilometri di un’autovettura. Al contrario serve un piano di marketing da aggiornare ogni 6 mesi. Questo mezzo è l’unico, se accompagnato da un sistema contabile di revisione mensile degli obiettivi fissati, a permettere di capire se l’azienda sta reagendo o meno alle sollecitazioni dal mercato. Ebbene questo sistema di manovra dell’impresa è ancora troppo poco diffuso, (solo il 7% in Italia) il che spiega i ritardi e le inadeguatezze delle nostre imprese in ambito comunitario e globale. Una politica aggressiva capace, di conservare l’impresa sul mercato, che non è possibile inventarsi dalla mattina alla sera, nasce da una cultura d’impresa sedimentata giorno dopo giorno; l’importante è iniziare.
Insight!
Come fa un ragazzino di 14 anni che sta per accedere al primo scientifico a leggere un testo universitario? E’ quanto mi è accaduto qualche giorno fa, tornato in Italia. Mio figlio cercando qualcosa di stimolante, mi chiede un libro specifico di cui avevo discusso a tavola, con tutta la famiglia, credo 5 anni fa.
Il testo è di Kurt Lewin (psicologo tedesco di razza ebraica, emigrato forzatamente negli USA) dove vengono descritti diversi esperimenti sul comportamento umano. C’è quello dove alcuni studenti infliggono ad altri compagni scosse elettriche crescenti, quell’altro della Tamara Dembo sulla collera quale problema dinamico che necessita d’una motivazione per attivarsi, l’effetto Zeigarnik (il cameriere che ricorda ordinazioni per centinaia di tavoli e le dimentica tutte al rientro a casa) e molti altri. Ebbene stimolato da questo mio raccontare e discutere tra una coscia di pollo e l’insalata, mio figlio ha custodito negli anni la curiosità di leggere, che adesso è maturata fino a chiedere espressamente questo libro. E’ palese che se non ci fosse stato l’imput, oggi il ragazzino leggerebbe altro, con probabile disperazione del padre!
Questo particolare mi consola non poco, perché ai miei clienti faccio spendere sempre diversi soldi nell’acquisto di una vera e propria biblioteca pertinente alla gestione aziendale, da cui traggo, durante la consulenza, sputi ed esempi, educando l’imprenditore ad andarsi a cercare la fonte dei miei ragionamenti.
E’ probabile che così facendo, anche altri, in azienda possano negli anni sfogliare “i sacri testi” del marketing, gestione risorse umane crescendo nella capacità di vivere l’impresa.
Tutto ciò però non basta, mi rendo conto che serve un passaggio in più, sul quale con il mio ragazzino ci stiamo arrivando, ma che vorrei anche“esportare” nelle imprese.
Il livello superiore si chiama insight.
Per sociologi, psicologi e psicanalisti significa attivare una capacità di reazione e apprendimento che non sia più successiva a sbagli e errori, ma creativa, modificando lo spazio circostante. Insomma il lampo di genio, che deriva da uno studio applicato.
L'apprendimento per insight è stato teorizzato negli anni '20 osservando, tra l’altro, anche il comportamento degli scimpanzé di fronte al compito di raggiungere un banana tramite l'utilizzo di una serie di bastoni di diversa lunghezza. La soluzione sarebbe stata montando insieme i due bastoni. Dopo lunga esplorazione degli strumenti a propria disposizione, quindi della gabbia e dell'ambiente esterno, lo scimpanzé all'improvviso (come per intuizione) trova la soluzione montando i due bastoni raggiunge la banana. Questo è avvenuto non per tentativi successivi, ma riconfigurando i diversi elementi del sistema (bastoni, gabbia, banana, distanze) al fine di raggiungere lo scopo. In gergo si definisce l' insight come una forma di ragionamento che, piuttosto d’analizzare un problema nei dettagli, tramite un processo di avvicinamento progressivo, consente di raggiunge la soluzione attraverso un'intuizione improvvisa. Sebbene le due forme di ragionamento siano spesso complementari (la progressiva e l’intuizione) l'insight è particolarmente importante nel risolvere problemi nuovi, per i quali le strategie mutuate dall'esperienza si rivelano spesso insufficienti.
La conclusione è semplice: abbiamo bisogno di un “qualcosa in più” che credo si chiami insight e la strada per ottenerlo è studiare, o chiamare in azienda chi cresce seguendo questo schema.
Il testo è di Kurt Lewin (psicologo tedesco di razza ebraica, emigrato forzatamente negli USA) dove vengono descritti diversi esperimenti sul comportamento umano. C’è quello dove alcuni studenti infliggono ad altri compagni scosse elettriche crescenti, quell’altro della Tamara Dembo sulla collera quale problema dinamico che necessita d’una motivazione per attivarsi, l’effetto Zeigarnik (il cameriere che ricorda ordinazioni per centinaia di tavoli e le dimentica tutte al rientro a casa) e molti altri. Ebbene stimolato da questo mio raccontare e discutere tra una coscia di pollo e l’insalata, mio figlio ha custodito negli anni la curiosità di leggere, che adesso è maturata fino a chiedere espressamente questo libro. E’ palese che se non ci fosse stato l’imput, oggi il ragazzino leggerebbe altro, con probabile disperazione del padre!
Questo particolare mi consola non poco, perché ai miei clienti faccio spendere sempre diversi soldi nell’acquisto di una vera e propria biblioteca pertinente alla gestione aziendale, da cui traggo, durante la consulenza, sputi ed esempi, educando l’imprenditore ad andarsi a cercare la fonte dei miei ragionamenti.
E’ probabile che così facendo, anche altri, in azienda possano negli anni sfogliare “i sacri testi” del marketing, gestione risorse umane crescendo nella capacità di vivere l’impresa.
Tutto ciò però non basta, mi rendo conto che serve un passaggio in più, sul quale con il mio ragazzino ci stiamo arrivando, ma che vorrei anche“esportare” nelle imprese.
Il livello superiore si chiama insight.
Per sociologi, psicologi e psicanalisti significa attivare una capacità di reazione e apprendimento che non sia più successiva a sbagli e errori, ma creativa, modificando lo spazio circostante. Insomma il lampo di genio, che deriva da uno studio applicato.
L'apprendimento per insight è stato teorizzato negli anni '20 osservando, tra l’altro, anche il comportamento degli scimpanzé di fronte al compito di raggiungere un banana tramite l'utilizzo di una serie di bastoni di diversa lunghezza. La soluzione sarebbe stata montando insieme i due bastoni. Dopo lunga esplorazione degli strumenti a propria disposizione, quindi della gabbia e dell'ambiente esterno, lo scimpanzé all'improvviso (come per intuizione) trova la soluzione montando i due bastoni raggiunge la banana. Questo è avvenuto non per tentativi successivi, ma riconfigurando i diversi elementi del sistema (bastoni, gabbia, banana, distanze) al fine di raggiungere lo scopo. In gergo si definisce l' insight come una forma di ragionamento che, piuttosto d’analizzare un problema nei dettagli, tramite un processo di avvicinamento progressivo, consente di raggiunge la soluzione attraverso un'intuizione improvvisa. Sebbene le due forme di ragionamento siano spesso complementari (la progressiva e l’intuizione) l'insight è particolarmente importante nel risolvere problemi nuovi, per i quali le strategie mutuate dall'esperienza si rivelano spesso insufficienti.
La conclusione è semplice: abbiamo bisogno di un “qualcosa in più” che credo si chiami insight e la strada per ottenerlo è studiare, o chiamare in azienda chi cresce seguendo questo schema.
L’ottimista stupido
Lascio l’America con il suo presidente che si ostina a dichiarare che la ripresa c’è, arrivo in Italia e sento lo stesso discorso dai nostri leader. Francamente che la ripresa ci sia o no, a me interessa osservarne gli effetti, più che i proclami.
Nello scambio di posta privata, alcuni lettori mi chiedono perché sono “pessimista”. Chi mi conosce, sa che sono ottimista a oltranza e determinato nel trovare sempre una via alternativa. Qui, nella veste ufficiale di analista, non sono ottimista o pessimista, ma uno studioso che da 30 anni analizza e pensa i fatti. Nel mio mestiere è fondante l’esigenza del dubbio conoscitivo.
Sebbene la ripresa ci sia, ma non si veda, per quanto mi riguarda non è un dato su cui riflettere! Il punto è come ci si stia organizzando per un rilancio, che prima o poi ci sarà, perché è nella logica dei fatti e, altro problema, quante imprese riusciranno a reggere fino a quel momento? Non solo, ma quando si riavvierà il sistema economico, chi ne resterà tagliato fuori? Ecco quali sono i miei pensieri. Se ciò di cui mi occupo è ragionare e non annunciare, è anche vero che sulla base dei dati riscontrati è possibile fare delle previsioni.
Ebbene le mie sono negative per un “secondo colpo della crisi”. Perché? Semplice! Negli USA non ci sono idee per gestire la crisi o meglio, si ritiene che basti spendere denaro pubblico per rilanciare l’economia. Su questo aspetto, come economista non sono in accordo e da sociologo ho visto famiglie vivere in una autovettura parcheggiati in un distributore di benzina a Flagstaff (Arizona) quindi in una località non particolarmente depressa degli Stati Uniti.
Ho constatato come la crisi, non sia solo un momento di difficoltà, ma assenza di idee. Con questi presupposti che senso ha essere ottimista o pessimista?
Arrivo in Italia e vedo che la Nazione “dorme”. Il parlamento apre l’8 settembre (che fantasia nella scelta delle date e che brutto presagio!) le aziende che barcollano, cercando una via come se si fossero destate ora da un profondo sonno (solo qualche settimana di agosto) e la Germania che avanza come un panzer. Evviva i tedeschi! E’ dal 1990 che questo paese ha lavorato per dei risultati che solo adesso sono palesi. Un particolare, su questo argomento, mi pare significativo in un’Italia dove il sindacato è in urto facciale con la globalizzazione targata Fiat.
In Germania è stata applicata una normativa sul lavoro, il cosiddetto “pacchetto Harz”, che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti.
Ecco il punto. Nel cuore dell’Europa, si scopre che le variabili non sono più indipendenti. Prima o poi ci arriveranno anche gli italiani e quindi gli americani.
Questo aspetto mi rende “ottimista” e sorrido alla Germania. Possiamo diventare tutti noi un po’ più tedeschi? Questa è la via per gestire la crisi, anche se qualche economista francese (invidioso) si lamenta che i tedeschi non hanno concordato con altri le loro scelte. Il futuro non è collettivo, ma costruito sulle scelte individuali! Ebbene imprenditori italiani, come stiamo a scelte originali puntando su nuovi manager, mercati, prodotti, fattore umano, tecnologia, relazioni industriali? Per tornare a credere in qualcosa, abbiamo bisogno di una politica che per quanto possa essere perfettibile è una direzione, ma questa politica non può più pioverci dall’alto, bensì dobbiamo farla noi, nelle singole imprese, la cui sommatoria darà un indirizzo alla Nazione. Si parla tanto di federalismo ma qui, tornando agli aspetti seri, si tratta di fare da soli per dare un segno a tutti. Ecco la ricetta per credere nel futuro!
Nello scambio di posta privata, alcuni lettori mi chiedono perché sono “pessimista”. Chi mi conosce, sa che sono ottimista a oltranza e determinato nel trovare sempre una via alternativa. Qui, nella veste ufficiale di analista, non sono ottimista o pessimista, ma uno studioso che da 30 anni analizza e pensa i fatti. Nel mio mestiere è fondante l’esigenza del dubbio conoscitivo.
Sebbene la ripresa ci sia, ma non si veda, per quanto mi riguarda non è un dato su cui riflettere! Il punto è come ci si stia organizzando per un rilancio, che prima o poi ci sarà, perché è nella logica dei fatti e, altro problema, quante imprese riusciranno a reggere fino a quel momento? Non solo, ma quando si riavvierà il sistema economico, chi ne resterà tagliato fuori? Ecco quali sono i miei pensieri. Se ciò di cui mi occupo è ragionare e non annunciare, è anche vero che sulla base dei dati riscontrati è possibile fare delle previsioni.
Ebbene le mie sono negative per un “secondo colpo della crisi”. Perché? Semplice! Negli USA non ci sono idee per gestire la crisi o meglio, si ritiene che basti spendere denaro pubblico per rilanciare l’economia. Su questo aspetto, come economista non sono in accordo e da sociologo ho visto famiglie vivere in una autovettura parcheggiati in un distributore di benzina a Flagstaff (Arizona) quindi in una località non particolarmente depressa degli Stati Uniti.
Ho constatato come la crisi, non sia solo un momento di difficoltà, ma assenza di idee. Con questi presupposti che senso ha essere ottimista o pessimista?
Arrivo in Italia e vedo che la Nazione “dorme”. Il parlamento apre l’8 settembre (che fantasia nella scelta delle date e che brutto presagio!) le aziende che barcollano, cercando una via come se si fossero destate ora da un profondo sonno (solo qualche settimana di agosto) e la Germania che avanza come un panzer. Evviva i tedeschi! E’ dal 1990 che questo paese ha lavorato per dei risultati che solo adesso sono palesi. Un particolare, su questo argomento, mi pare significativo in un’Italia dove il sindacato è in urto facciale con la globalizzazione targata Fiat.
In Germania è stata applicata una normativa sul lavoro, il cosiddetto “pacchetto Harz”, che ha suggerito, nelle relazioni industriali, un nuovo livello di comparazione tra il salario reale, il livello di occupazione, gli investimenti in capitale fisso e immateriale e infine la produttività del lavoro. In pratica non ci sono più variabili indipendenti.
Ecco il punto. Nel cuore dell’Europa, si scopre che le variabili non sono più indipendenti. Prima o poi ci arriveranno anche gli italiani e quindi gli americani.
Questo aspetto mi rende “ottimista” e sorrido alla Germania. Possiamo diventare tutti noi un po’ più tedeschi? Questa è la via per gestire la crisi, anche se qualche economista francese (invidioso) si lamenta che i tedeschi non hanno concordato con altri le loro scelte. Il futuro non è collettivo, ma costruito sulle scelte individuali! Ebbene imprenditori italiani, come stiamo a scelte originali puntando su nuovi manager, mercati, prodotti, fattore umano, tecnologia, relazioni industriali? Per tornare a credere in qualcosa, abbiamo bisogno di una politica che per quanto possa essere perfettibile è una direzione, ma questa politica non può più pioverci dall’alto, bensì dobbiamo farla noi, nelle singole imprese, la cui sommatoria darà un indirizzo alla Nazione. Si parla tanto di federalismo ma qui, tornando agli aspetti seri, si tratta di fare da soli per dare un segno a tutti. Ecco la ricetta per credere nel futuro!
Questa la devo proprio raccontare! – una politica degli acquisti aggressiva
Quest’anno ho comprato un navigatore satellitare per girare con più serenità sia nella prateria del nord come negli infuocati deserti del sud statunitense. La prima scelta è stata impostata sulla fiducia, rivolgendomi a un importante distributore americano di prodotti elettronici, forte di una capillare presenza in tutta la Nazione; Best Buy. Ho così comprato a 139 dollari.
Sedici giorni dopo però, questa macchinetta nella sua espressione vocale italiana, ci sono ben 27 opzioni diverse nel linguaggio, ha iniziato a perdere colpi non pronunciando bene le vie, quindi tornando da Best Buy di un’altra città e stato, dotato di scontrino, mi lamento del prodotto e pagando la differenza, compro la versione superiore dello stesso modello. Arrivo così a quota 236 dollari.
Passa una settimana e qualcuno mi dice che sono stato imbrogliato, perché il prezzo pagato per la versione avanzata è da considerarsi assurdo. In effetti dopo una rapida indagine di mercato, scopro che avrei potuto avere lo stesso modello “avanzato” a 129 dollari!
Torno da Best Buy chiedendo giustificazioni sul rapporto prezzo pagato e prodotto ottenuto, ma i commessi restano a corto di argomenti, per cui mi restituiscono tutti i soldi spesi, senza alcuna resistenza, ovvero i 236 dollari. Con quell’ammontare mi reco da un altro grande distributore, Radio Shack e chiudo la partita a 129 ottenendo lo stesso prodotto “avanzato” in grado di parlare in italiano e senza difetti.
Ovviamente prima di giungere alla conclusione, ho schivato delle emerite fregature da Fry’s a Las Vegas (altro grande distributore di elettrodomestici ed elettronica) dove il cinese di turno, nel ruolo di commesso, voleva convincermi, per 260 dollari, sulla compatibilità europea del Tom Tom rispetto al Garmin, che ho comprato e sul quale desideravo restare quale marchio e modello.
L’indagine di mercato svolta, ha permesso di mettere a fuoco degli aspetti, nella formulazione del prezzo in America, di grande importanza e questo grazie ai consigli ottenuti dai commessi che molto professionalmente, non hanno difeso il “loro” prodotto, ma spaziato sull’intera gamma d’offerta sul mercato, a vantaggio del cliente (da qui nasce la fiducia incondizionata per questi venditori) Questi professionisti operano in negozi della catena Office Max, Office Depot e Wal Mart (altri 3 distributori molto diffusi nel Paese). Entrando nel dettaglio sulla politica dei prezzi, il sistema funziona così:
a) il più forte distributore d’America (Wal Mart) acquista, prima di tutti gli altri “le novità”, in modo d’assicurare al mercato ampia scelta. In questo modo, ovviamente, l’ultimo prodotto della serie ha un costo elevato, ma al contempo, impone una forte contrazione di prezzo sul modello che prima rappresentava la “novità” e ciò a immediato beneficio degli acquirenti;
b) in questo modo Wal Mart, attira consumatori allargando la sua base di distribuzione, perché richiama sia chi è disposto a spendere per un prodotto appena uscito, che anche coloro che “stavano attendendo” qualche riduzione di prezzo per risparmiare sull’acquisto, desiderando dei beni di un certo livello ma non disposti a pagare il “primo prezzo”;
c) il meccanismo si traduce, in pratica in un nuovo prezzo di 129 o 169 dollari in luogo del precedente di 250 per lo stesso tipo di prodotto, reo d’essere “vecchio” appena di qualche mese (in genere sei, ma spesso anche quattro)
Molti imprenditori mi hanno scritto, in queste ore, per avere dei consigli su come gestire un mercato fiacco o forse gravato da un imminente secondo colpo dalla crisi internazionale. La procedura d’acquisto qui descritta vissuta come cliente, ma studiata quale ricercatore, credo vada meditata e possibilmente applicata. E’ facile concludere che quanto qui descritto è già in uso da noi, che non c’è nulla di nuovo sotto il sole etc.. In realtà la gestione di quello che potrebbe essere definito il mutato corso dell’economia, commercio e industria, alla luce della perdurante crisi, richiede una miriade di micro applicazioni e accorgimenti nel cui complesso (quasi fosse un puzzle) è possibile trovare la personalizzazione della risposta d’impresa ai nuovi bisogni del mercato.
Sedici giorni dopo però, questa macchinetta nella sua espressione vocale italiana, ci sono ben 27 opzioni diverse nel linguaggio, ha iniziato a perdere colpi non pronunciando bene le vie, quindi tornando da Best Buy di un’altra città e stato, dotato di scontrino, mi lamento del prodotto e pagando la differenza, compro la versione superiore dello stesso modello. Arrivo così a quota 236 dollari.
Passa una settimana e qualcuno mi dice che sono stato imbrogliato, perché il prezzo pagato per la versione avanzata è da considerarsi assurdo. In effetti dopo una rapida indagine di mercato, scopro che avrei potuto avere lo stesso modello “avanzato” a 129 dollari!
Torno da Best Buy chiedendo giustificazioni sul rapporto prezzo pagato e prodotto ottenuto, ma i commessi restano a corto di argomenti, per cui mi restituiscono tutti i soldi spesi, senza alcuna resistenza, ovvero i 236 dollari. Con quell’ammontare mi reco da un altro grande distributore, Radio Shack e chiudo la partita a 129 ottenendo lo stesso prodotto “avanzato” in grado di parlare in italiano e senza difetti.
Ovviamente prima di giungere alla conclusione, ho schivato delle emerite fregature da Fry’s a Las Vegas (altro grande distributore di elettrodomestici ed elettronica) dove il cinese di turno, nel ruolo di commesso, voleva convincermi, per 260 dollari, sulla compatibilità europea del Tom Tom rispetto al Garmin, che ho comprato e sul quale desideravo restare quale marchio e modello.
L’indagine di mercato svolta, ha permesso di mettere a fuoco degli aspetti, nella formulazione del prezzo in America, di grande importanza e questo grazie ai consigli ottenuti dai commessi che molto professionalmente, non hanno difeso il “loro” prodotto, ma spaziato sull’intera gamma d’offerta sul mercato, a vantaggio del cliente (da qui nasce la fiducia incondizionata per questi venditori) Questi professionisti operano in negozi della catena Office Max, Office Depot e Wal Mart (altri 3 distributori molto diffusi nel Paese). Entrando nel dettaglio sulla politica dei prezzi, il sistema funziona così:
a) il più forte distributore d’America (Wal Mart) acquista, prima di tutti gli altri “le novità”, in modo d’assicurare al mercato ampia scelta. In questo modo, ovviamente, l’ultimo prodotto della serie ha un costo elevato, ma al contempo, impone una forte contrazione di prezzo sul modello che prima rappresentava la “novità” e ciò a immediato beneficio degli acquirenti;
b) in questo modo Wal Mart, attira consumatori allargando la sua base di distribuzione, perché richiama sia chi è disposto a spendere per un prodotto appena uscito, che anche coloro che “stavano attendendo” qualche riduzione di prezzo per risparmiare sull’acquisto, desiderando dei beni di un certo livello ma non disposti a pagare il “primo prezzo”;
c) il meccanismo si traduce, in pratica in un nuovo prezzo di 129 o 169 dollari in luogo del precedente di 250 per lo stesso tipo di prodotto, reo d’essere “vecchio” appena di qualche mese (in genere sei, ma spesso anche quattro)
Molti imprenditori mi hanno scritto, in queste ore, per avere dei consigli su come gestire un mercato fiacco o forse gravato da un imminente secondo colpo dalla crisi internazionale. La procedura d’acquisto qui descritta vissuta come cliente, ma studiata quale ricercatore, credo vada meditata e possibilmente applicata. E’ facile concludere che quanto qui descritto è già in uso da noi, che non c’è nulla di nuovo sotto il sole etc.. In realtà la gestione di quello che potrebbe essere definito il mutato corso dell’economia, commercio e industria, alla luce della perdurante crisi, richiede una miriade di micro applicazioni e accorgimenti nel cui complesso (quasi fosse un puzzle) è possibile trovare la personalizzazione della risposta d’impresa ai nuovi bisogni del mercato.
Una nuova strategia
Mettiamola giù dura così siamo sinceri quanto diretti e cerchiamo delle soluzioni.
La crisi è forte e siamo in attesa di un secondo colpo le cui avvisaglie sono state anticipate dal Direttore della FED al Congresso degli Stati Uniti. Molti professori e studiosi fuori dal bavaglio del “non si può dire e non lo pubblicare perché produce allarme” sono concordi su un possibile collasso della Cina per ipercrescita e problematiche strutturali (non coordinamento tra un regime comunista e un’economia di mercato).
L’ingolfamento del paese asiatico andrebbe a tutto vantaggio degli Stati Uniti, costretti di fatto a riappropriarsi di quelle manifatture che stupidamente avevano ceduto alla Cina. Ciò significa una profonda revisione del processo di globalizzazione e delocalizzazione, che così troppo frettolosamente erano stati lanciati.
La Germania va bene e resterà la locomotiva dell’euro; in effetti è l’unico sistema paese sicuro su cui puntare. La Russia, i paesi arabi del Golfo o comunque emergenti restano folklore, perché privi di un’ordinata struttura di crescita.
Il vero problema su tutto il sistema economico è la stagnazione e la disoccupazione, destinata a perdurare negli anni per cui bisogna tornare a capire cosa non ha funzionato in Giappone, la cui crisi prosegue da 15 anni (mercato interno immaturo e connessi consumi non in grado di sostenere un’economia moderna).
In Italia il mercato è destinato a fermarsi o quantomeno a restringersi con una profonda ristrutturazione tra operatori. Molti nomi chiuderanno, falliranno o si lasceranno assorbire.
Il rapporto tra consumi privati e reddito va per forza di cose rivisto al ribasso (ma del resto, generalizzando, chi vive con il cellulare attaccato all’orecchio o sistematicamente al di sopra delle proprie possibilità, come non poteva subire un ridimensionamento?) Chi può restare sul mercato o come saranno le imprese che nasceranno dall’ingegno di una nuova generazione di disoccupati? Senza dubbio questi soggetti economici sapranno:
- operare su più mercati contemporaneamente compensando quelli in rallentamento;
- comunicare con i consumatori in forme dirette e motivanti fidelizzandone il rapporto;
- i consumi del futuro saranno caratterizzati da grandi guerre per la fidelizzazione;
- i consumatori del futuro saranno poco fedeli al marchio;
- i produttori offriranno gamme di prodotti differenziati per prezzi stroncando così la prerogativa del basso prezzo, che ha rappresentato la fortuna della Cina (e la sua maledizione). Questo aspetto è nuovo perché sinora, il basso costo del lavoro ha indirizzato le scelte di localizzazione produttiva, quando ora l’alto contenuto culturale delle maestranze ritorna nella sua importanza. I prodotti del futuro saranno realizzati nel mercato di consumo, ma differenziati per prezzi, accogliendo i più bisogni e tasche dei consumatori;
- il processo di selezione del personale sarà più rigido, perché si richiederanno maggiori conoscenze indipendentemente dall’età;
- le procedure d’acquisto della materia prima da parte dei produttori si faranno più rigide ed elaborate, applicando una rotazione dei prodotti molto alta. Non solo, la corsa nell’accaparrarsi l’ultimo manufatto, consentirà delle verticali cadute di prezzo verso i consumatori su quei beni in uso da pochi mesi. Ciò permetterà l’allargamento della base di vendita, aprendo alla guerra dei prezzi (metodo Wal Mart negli USA);
- le forti spese per pubblicità sono destinate ad essere sostituite e ridotte da quelle di fidelizzazione. In pratica passeranno da un massimo del 3% sul fatturato a un 1%;
- quelle bancarie, purtroppo, si attesteranno sul 5% del fatturato dal loro massimo 3% qual’era prima della crisi. Su questo versante il costo del personale scenderà dal massimo che era del 15% per fermarsi al 13% ma in compenso il costo dell’acquistato e lavorato dal suo massimo del 70% si attesterà definitivamente sul 50% grazie alla maggiore severità negli acquisti.
Queste e altre soluzioni saranno studiate e adottate dalle singole imprese, in un dibattito tutto interno a quel “comitato di crisi permanente” di cui si è già detto che rappresenterà il “braccio destro” dell’imprenditore. Ecco quindi la novità: bisogna cavarsela da soli muovendosi adesso. Buon lavoro a tutti.
La crisi è forte e siamo in attesa di un secondo colpo le cui avvisaglie sono state anticipate dal Direttore della FED al Congresso degli Stati Uniti. Molti professori e studiosi fuori dal bavaglio del “non si può dire e non lo pubblicare perché produce allarme” sono concordi su un possibile collasso della Cina per ipercrescita e problematiche strutturali (non coordinamento tra un regime comunista e un’economia di mercato).
L’ingolfamento del paese asiatico andrebbe a tutto vantaggio degli Stati Uniti, costretti di fatto a riappropriarsi di quelle manifatture che stupidamente avevano ceduto alla Cina. Ciò significa una profonda revisione del processo di globalizzazione e delocalizzazione, che così troppo frettolosamente erano stati lanciati.
La Germania va bene e resterà la locomotiva dell’euro; in effetti è l’unico sistema paese sicuro su cui puntare. La Russia, i paesi arabi del Golfo o comunque emergenti restano folklore, perché privi di un’ordinata struttura di crescita.
Il vero problema su tutto il sistema economico è la stagnazione e la disoccupazione, destinata a perdurare negli anni per cui bisogna tornare a capire cosa non ha funzionato in Giappone, la cui crisi prosegue da 15 anni (mercato interno immaturo e connessi consumi non in grado di sostenere un’economia moderna).
In Italia il mercato è destinato a fermarsi o quantomeno a restringersi con una profonda ristrutturazione tra operatori. Molti nomi chiuderanno, falliranno o si lasceranno assorbire.
Il rapporto tra consumi privati e reddito va per forza di cose rivisto al ribasso (ma del resto, generalizzando, chi vive con il cellulare attaccato all’orecchio o sistematicamente al di sopra delle proprie possibilità, come non poteva subire un ridimensionamento?) Chi può restare sul mercato o come saranno le imprese che nasceranno dall’ingegno di una nuova generazione di disoccupati? Senza dubbio questi soggetti economici sapranno:
- operare su più mercati contemporaneamente compensando quelli in rallentamento;
- comunicare con i consumatori in forme dirette e motivanti fidelizzandone il rapporto;
- i consumi del futuro saranno caratterizzati da grandi guerre per la fidelizzazione;
- i consumatori del futuro saranno poco fedeli al marchio;
- i produttori offriranno gamme di prodotti differenziati per prezzi stroncando così la prerogativa del basso prezzo, che ha rappresentato la fortuna della Cina (e la sua maledizione). Questo aspetto è nuovo perché sinora, il basso costo del lavoro ha indirizzato le scelte di localizzazione produttiva, quando ora l’alto contenuto culturale delle maestranze ritorna nella sua importanza. I prodotti del futuro saranno realizzati nel mercato di consumo, ma differenziati per prezzi, accogliendo i più bisogni e tasche dei consumatori;
- il processo di selezione del personale sarà più rigido, perché si richiederanno maggiori conoscenze indipendentemente dall’età;
- le procedure d’acquisto della materia prima da parte dei produttori si faranno più rigide ed elaborate, applicando una rotazione dei prodotti molto alta. Non solo, la corsa nell’accaparrarsi l’ultimo manufatto, consentirà delle verticali cadute di prezzo verso i consumatori su quei beni in uso da pochi mesi. Ciò permetterà l’allargamento della base di vendita, aprendo alla guerra dei prezzi (metodo Wal Mart negli USA);
- le forti spese per pubblicità sono destinate ad essere sostituite e ridotte da quelle di fidelizzazione. In pratica passeranno da un massimo del 3% sul fatturato a un 1%;
- quelle bancarie, purtroppo, si attesteranno sul 5% del fatturato dal loro massimo 3% qual’era prima della crisi. Su questo versante il costo del personale scenderà dal massimo che era del 15% per fermarsi al 13% ma in compenso il costo dell’acquistato e lavorato dal suo massimo del 70% si attesterà definitivamente sul 50% grazie alla maggiore severità negli acquisti.
Queste e altre soluzioni saranno studiate e adottate dalle singole imprese, in un dibattito tutto interno a quel “comitato di crisi permanente” di cui si è già detto che rappresenterà il “braccio destro” dell’imprenditore. Ecco quindi la novità: bisogna cavarsela da soli muovendosi adesso. Buon lavoro a tutti.
L’America è in crisi, ma il vero problema è l’assenza di prospettive
Che l’America sia in crisi francamente non è più una notizia; che anche l’area Euro lo sia è meno diffuso come concetto, ma altrettanto vero (tranne che per la Germania che ha saputo ben muoversi anche in questa congiuntura). Ciò che è curioso, studiando l’attuale crisi economica e sociale dal suo epicentro, gli Stati Uniti, non è tanto solo riconoscere il concetto crisi, ma vedere che non si hanno soluzioni, idee, prospettive, in pratica non c’è una via da percorrere.
La disoccupazione nel Nevada è del 14% (punto massimo nella nazione) mentre nel resto del Paese si aggira intorno al 10%, si vedono nelle stazioni di servizio delle famiglie che vivono dentro la loro autovettura, in quanto hanno perso la casa e probabilmente anche il lavoro. Le importazioni dalla Cina sono enormi e riguardano articoli di normale utilizzo per gli Americani, ormai incapaci di costruire l’ovvio (quel genere di beni che hanno grande mercato interno. Praticamente si vendono più penne e matite che aerei ad alta tecnologia). Così facendo gli Americani si ritirano nel fare solo “complessi e sofisticati macchinari molto costosi”, ma non soggetti a un largo utilizzo. In pratica “da queste parti” si progettano lo Shuttle e i computer, ma poi li si fa assemblare dai cinesi impoverendosi nella fase di costruzione, che è quella che assicura l’assorbimento della disoccupazione. E’ palese che una Nazione, per garantire la democrazia non può tollerare un livello di non occupati oltre una certa soglia. In Italia il terrorismo si affacciò quando il livello di inoccupati oltrepassò il 20%. La scusa ufficiale che usano in genere gli Americani per placare la loro coscienza, è che se il paese asiatico compra i debiti degli USA, allora sono da considerarsi degli “amici”, per cui delegare loro la produzione di base per le necessità dell’America è un “equo scambio”. Resta però il problema di fondo: fermare la montagna di debiti che gli Stati Uniti stanno accumulando. Ecco dove mancano sia gli scenari che le grandi guide, tra cui la Casa Bianca brilla per assenza.
La soluzione non è “vendere” i debiti, ma produrre per il mercato interno assorbendo disoccupazione ma qui, negli USA non lo dice nessuno, anzi non lo pensano neppure! Ecco dov’è la confusione, il non aver idee o progetti su cui indirizzarsi. Sapete dov’è “il criminale”? aver chiesto voti per dirigere un mondo non sapendo quali scelte lanciare: obama.
In conclusione, la crisi e tanto grave quando non si hanno idee, opinioni e punti di vista per affrontarla. Che momenti di riflessione o di rottura del mercato avvengano, fa parte della naturale evoluzione della vita, ma che non si sappia ancora come muoversi a 2 anni dal conclamarsi del fallimento di un sistema, pone un altro problema: ma chi studia, che cosa sta combinando?
In attesa che venga formulata una serie di alternative, per indicarci come poter gestire questo lungo momento di stasi (va ricordato che il Giappone è fermo da 15 anni) credo sia saggio che ogni Governo, Università, ciascuna impresa, riscriva “le regole di ingaggio”, chiedendosi cosa fare senza cercare le soluzioni nel già scritto, ma avviando una nuova ricerca originale nella lettura dei fatti.
La novità clamorosa è che mentre negli anni Trenta come Sessanta potevamo chiedere ai ricercatori l’uso di dottrine per affrontare il mercato, oggi questa possibilità non c’è più. Ognuno fa per sè ma chi non si muove perisce. Con questa impostazione tutte le aziende devono dotarsi di una loro politica commerciale, degli acquisti, del personale, di marketing e qualità. Tutte le imprese devono saper comunicare al mercato quale scelta hanno adottato e perché, aprendo così un dialogo in grado di consentire di restare in attività. Vivere è ancora più difficile rispetto a 2 anni fa, ma privarsi degli strumenti per organizzare una risposta è sciocco. Chiarito questo passaggio ora serve organizzarsi; come si fa?
Anche qui ci sono delle novità. Le aziende non possono più fare da sole, chi si chiude è perduto. Al contrario serve aprirsi all’Associazione di categoria frequentandone i più incontri, chiedere alle Università opinioni, leggere, studiare, ricorrere alla consulenza. Da questo mix, in cui l’imprenditore smette d’essere un operaio specializzato e assume le sue funzioni nel “pensare per agire”, ci sono le risposte per aprire una nuova stagione. Al lavoro!
La disoccupazione nel Nevada è del 14% (punto massimo nella nazione) mentre nel resto del Paese si aggira intorno al 10%, si vedono nelle stazioni di servizio delle famiglie che vivono dentro la loro autovettura, in quanto hanno perso la casa e probabilmente anche il lavoro. Le importazioni dalla Cina sono enormi e riguardano articoli di normale utilizzo per gli Americani, ormai incapaci di costruire l’ovvio (quel genere di beni che hanno grande mercato interno. Praticamente si vendono più penne e matite che aerei ad alta tecnologia). Così facendo gli Americani si ritirano nel fare solo “complessi e sofisticati macchinari molto costosi”, ma non soggetti a un largo utilizzo. In pratica “da queste parti” si progettano lo Shuttle e i computer, ma poi li si fa assemblare dai cinesi impoverendosi nella fase di costruzione, che è quella che assicura l’assorbimento della disoccupazione. E’ palese che una Nazione, per garantire la democrazia non può tollerare un livello di non occupati oltre una certa soglia. In Italia il terrorismo si affacciò quando il livello di inoccupati oltrepassò il 20%. La scusa ufficiale che usano in genere gli Americani per placare la loro coscienza, è che se il paese asiatico compra i debiti degli USA, allora sono da considerarsi degli “amici”, per cui delegare loro la produzione di base per le necessità dell’America è un “equo scambio”. Resta però il problema di fondo: fermare la montagna di debiti che gli Stati Uniti stanno accumulando. Ecco dove mancano sia gli scenari che le grandi guide, tra cui la Casa Bianca brilla per assenza.
La soluzione non è “vendere” i debiti, ma produrre per il mercato interno assorbendo disoccupazione ma qui, negli USA non lo dice nessuno, anzi non lo pensano neppure! Ecco dov’è la confusione, il non aver idee o progetti su cui indirizzarsi. Sapete dov’è “il criminale”? aver chiesto voti per dirigere un mondo non sapendo quali scelte lanciare: obama.
In conclusione, la crisi e tanto grave quando non si hanno idee, opinioni e punti di vista per affrontarla. Che momenti di riflessione o di rottura del mercato avvengano, fa parte della naturale evoluzione della vita, ma che non si sappia ancora come muoversi a 2 anni dal conclamarsi del fallimento di un sistema, pone un altro problema: ma chi studia, che cosa sta combinando?
In attesa che venga formulata una serie di alternative, per indicarci come poter gestire questo lungo momento di stasi (va ricordato che il Giappone è fermo da 15 anni) credo sia saggio che ogni Governo, Università, ciascuna impresa, riscriva “le regole di ingaggio”, chiedendosi cosa fare senza cercare le soluzioni nel già scritto, ma avviando una nuova ricerca originale nella lettura dei fatti.
La novità clamorosa è che mentre negli anni Trenta come Sessanta potevamo chiedere ai ricercatori l’uso di dottrine per affrontare il mercato, oggi questa possibilità non c’è più. Ognuno fa per sè ma chi non si muove perisce. Con questa impostazione tutte le aziende devono dotarsi di una loro politica commerciale, degli acquisti, del personale, di marketing e qualità. Tutte le imprese devono saper comunicare al mercato quale scelta hanno adottato e perché, aprendo così un dialogo in grado di consentire di restare in attività. Vivere è ancora più difficile rispetto a 2 anni fa, ma privarsi degli strumenti per organizzare una risposta è sciocco. Chiarito questo passaggio ora serve organizzarsi; come si fa?
Anche qui ci sono delle novità. Le aziende non possono più fare da sole, chi si chiude è perduto. Al contrario serve aprirsi all’Associazione di categoria frequentandone i più incontri, chiedere alle Università opinioni, leggere, studiare, ricorrere alla consulenza. Da questo mix, in cui l’imprenditore smette d’essere un operaio specializzato e assume le sue funzioni nel “pensare per agire”, ci sono le risposte per aprire una nuova stagione. Al lavoro!
Le prospettive a breve
Andando verso il Gran Canyon National Park da Flagstaff (Arizona), in uno sperduto paesino all’incrocio tra due strade, c’e’ un piccolo museo aeronautico. Qui è conservato l’aereo, da cui il Gen. MacArthur comandò le truppe sia contro la Corea del nord, nei primi anni Cinquanta, che i giapponesi durante il secondo conflitto. Il veivolo, un quadrimotore (l’Oceano Pacifico è un’area molto estesa) per quell’epoca rappresentava il 747 Jumbo Jet di oggi, che è ancora al top del trasporto aereo, per carico di persone e merci.
Ebbene oggi questo “grande aereo” per storia e dimensioni è quasi un rottame, esposto in un museo di un paesino appena indicato sulle mappe. L’emozione storica, nel rivedere ogni anno questo apparecchio, per me è grandissima. Il Gen McArthur oltre a uscire vittorioso dal duro quanto crudele confronto militare, piegando anche i comunisti nel nord della Corea fu cacciato dall’allora Presidente Truman, perchè intenzionato a portare la reazione militare aerea oltre il confine nord coreano, quindi direttamente in Cina, ovvero colpire il mandante della guerra.
Tutto questo oggi è storia e contribuisce a forgiare le giovani menti (almeno quelle fertili).
Più osservo compiaciuto questo aereo e più vedo una consistente coltre di nubi, molto nere, avvicinarsi da sud verso di me, talmente minacciose da non poter scorgere neppure quel bordo di sereno, alle sue estremità, che in genere ci viene concesso. Insomma è tutto buio, tanto che presto viene giù una di quelle piogge torrenziali con grandine annessa, che solo sull’altopiano del Colorado. Ebbene se dovessi sintetizzare l’America con un’immagine dopo 2 mesi abbondanti che giro da uno stato all’altro e oltre 9.000 miglia percorse a oggi, credo che questa sia l’immagine più adeguata: un mondo di valori parcheggiato in un museo dell’estrema periferia, sotto l’incombente pioggia e grandine senza poter scorgere all’orizzonte alcun bordo di sereno.
Ebbene oggi questo “grande aereo” per storia e dimensioni è quasi un rottame, esposto in un museo di un paesino appena indicato sulle mappe. L’emozione storica, nel rivedere ogni anno questo apparecchio, per me è grandissima. Il Gen McArthur oltre a uscire vittorioso dal duro quanto crudele confronto militare, piegando anche i comunisti nel nord della Corea fu cacciato dall’allora Presidente Truman, perchè intenzionato a portare la reazione militare aerea oltre il confine nord coreano, quindi direttamente in Cina, ovvero colpire il mandante della guerra.
Tutto questo oggi è storia e contribuisce a forgiare le giovani menti (almeno quelle fertili).
Più osservo compiaciuto questo aereo e più vedo una consistente coltre di nubi, molto nere, avvicinarsi da sud verso di me, talmente minacciose da non poter scorgere neppure quel bordo di sereno, alle sue estremità, che in genere ci viene concesso. Insomma è tutto buio, tanto che presto viene giù una di quelle piogge torrenziali con grandine annessa, che solo sull’altopiano del Colorado. Ebbene se dovessi sintetizzare l’America con un’immagine dopo 2 mesi abbondanti che giro da uno stato all’altro e oltre 9.000 miglia percorse a oggi, credo che questa sia l’immagine più adeguata: un mondo di valori parcheggiato in un museo dell’estrema periferia, sotto l’incombente pioggia e grandine senza poter scorgere all’orizzonte alcun bordo di sereno.
La cicatrice non invalidante
A Flagstaff (Arizona) scendo a fare colazione in albergo e trovo seduta davanti a me, di spalle, una Signora non più giovane, ma orgogliosa nella sua vitalità, che espone un generosa scollatura sia sulla schiena che probabilmente anche sul décolté.
Ciò che mi ha colpito è stato vedere sulla schiena una profonda quanto estesa cicatrice.
Credo che le “sue” coetanee italiane non sarebbero state così generose e anticonformiste, considerando generalmente la cicatrice concettualmente invalidante per la loro estetica, qui invece la Signora ha incorporato la sua storia e evoluzione fisica, accettandosi.
A parte la profonda emozione e rispetto che ho provato per questa impavida e coraggiosa Signora, il pensiero corre alle nostre imprese. Nel paragone la cicatrice potrebbe essere una condanna, un affare non risolto adeguatamente, una causa o quant’altro. Ebbene in tanti anni, non ho mai visto degli imprenditori capaci di “capitalizzare” le brutte avventure, discutendone apertamente in azienda studiando come non ricadere nell’errore commesso, facendo scuola dalla brutta avventura. Insomma trovo poca-pochissima autocritica e molta voglia di “nascondere”. Quindi una strutturale incapacità d’analisi (in genere il ragionamento tipo che viene sovente applicato è “speriamo che me la cavo”, oppure, è sempre stato fatto così”) quindi una diffusa tendenza “a campare alla giornata”. Ebbene questo “metodo” di sopravvivenza non è corretto! Servono politiche del personale per contenere i costi e alzare la produzione, quindi piani di marketing, ma non mi dilungo sul già detto in altre puntate di questo epistolario americano 2010. Sicuramente serve la capacità di far tesoro delle brutte esperienze ragionandoci sopra, trasformando il tutto in “casi scuola”, ampiamente dibattuti tra le persone più fidate in azienda. A tal proposito serve rammentare quanto sia strategico formare in azienda quel “comitato di crisi dedito alla formazione delle strategie” che permanentemente analizzi cosa fare al modificarsi degli scenari.
Il comitato è un gruppo ristretto presieduto dall’imprenditore che quotidianamente riunisce per 15 minuti (non di più altrimenti subentra l’assuefazione e noia il che è un pericolo mortale) le sue teste pensanti per fare il punto della situazione. E’ importante che ognuno sia educato a dire la sua senza alcun ritegno e timore (sempre nel rispetto delle più ovvie regole di convivenza civile). Da questo scambio di opinioni si ottengono dei risultati del tipo:
- l’imprenditore è stimolato dal contradditorio ponendosi in discussione e in questa maniera cresce in vedute e prospettive;
- la gente più fidata si trova in una posizione evolutiva sia nel ruolo che nella partecipazione agli eventi dell’impresa sentendosene parte integrante;
- la “tempesta di cervelli” (brainstorm) che ne deriva dall’interazione, se verbalizzata affinchè nessuna idea vada perduta, contribuisce a costituire un diario da rileggere nel corso del tempo per trovare soluzioni ai più casi. Un metodo di lavoro di questo tipo andrebbe incontro a quel bisogno di personalizzazione delle politiche aziendali utile per saper ben fronteggiare l’attuale depressione economica. Come già affermato in altri passaggi del Taccuino Americano 2010, siamo entrati nell’era delle soluzioni individuali essendo venute meno le scuole di pensiero. La sfaccettature degli eventi è così complessa e articolata che non è più possibile parlare di “punti di equilibrio” e dottrine, ma la nuova prospettiva è quella di formare politiche commerciali-di marketing-negli acquisti-nella qualità che siano specifiche e personali per quell’impresa e non altre. Per giungere a questo livello serve l’attivazione di questo comitato di studio interno all’azienda.
- questa iniziativa che non aumenta i costi aziendali (non c’è straordinario da pagare) apre alla formulazione delle strategie d’impresa che andrebbero anche spiegate ai consumatori per ottenere fidelizzazione.
Gli incontri da 15 minuti al giorno è saggio che siano organizzati intorno a un caffè fumante, brioches invitanti e qualcosa che rispetti questa strategia: “fare sempre un’offerta che non si può rifiutare” Al termine di una giornata di lavoro, verso il tardo pomeriggio, nell’osservanza dell’orario, è difficile che non faccia piacere fermarsi a riflettere intorno a un aperitivo.
Se tutto questo venisse rispettato, in azienda si penserebbe di più quindi si vale anche di più sui mercati in quote e vendite. Ecco che gli errori sono motivo di crescita e non di vergogna.
In questa maniera potremo fregiarci di un bel décolté, con quella dignità che le donne sanno così ben esporre.
Ciò che mi ha colpito è stato vedere sulla schiena una profonda quanto estesa cicatrice.
Credo che le “sue” coetanee italiane non sarebbero state così generose e anticonformiste, considerando generalmente la cicatrice concettualmente invalidante per la loro estetica, qui invece la Signora ha incorporato la sua storia e evoluzione fisica, accettandosi.
A parte la profonda emozione e rispetto che ho provato per questa impavida e coraggiosa Signora, il pensiero corre alle nostre imprese. Nel paragone la cicatrice potrebbe essere una condanna, un affare non risolto adeguatamente, una causa o quant’altro. Ebbene in tanti anni, non ho mai visto degli imprenditori capaci di “capitalizzare” le brutte avventure, discutendone apertamente in azienda studiando come non ricadere nell’errore commesso, facendo scuola dalla brutta avventura. Insomma trovo poca-pochissima autocritica e molta voglia di “nascondere”. Quindi una strutturale incapacità d’analisi (in genere il ragionamento tipo che viene sovente applicato è “speriamo che me la cavo”, oppure, è sempre stato fatto così”) quindi una diffusa tendenza “a campare alla giornata”. Ebbene questo “metodo” di sopravvivenza non è corretto! Servono politiche del personale per contenere i costi e alzare la produzione, quindi piani di marketing, ma non mi dilungo sul già detto in altre puntate di questo epistolario americano 2010. Sicuramente serve la capacità di far tesoro delle brutte esperienze ragionandoci sopra, trasformando il tutto in “casi scuola”, ampiamente dibattuti tra le persone più fidate in azienda. A tal proposito serve rammentare quanto sia strategico formare in azienda quel “comitato di crisi dedito alla formazione delle strategie” che permanentemente analizzi cosa fare al modificarsi degli scenari.
Il comitato è un gruppo ristretto presieduto dall’imprenditore che quotidianamente riunisce per 15 minuti (non di più altrimenti subentra l’assuefazione e noia il che è un pericolo mortale) le sue teste pensanti per fare il punto della situazione. E’ importante che ognuno sia educato a dire la sua senza alcun ritegno e timore (sempre nel rispetto delle più ovvie regole di convivenza civile). Da questo scambio di opinioni si ottengono dei risultati del tipo:
- l’imprenditore è stimolato dal contradditorio ponendosi in discussione e in questa maniera cresce in vedute e prospettive;
- la gente più fidata si trova in una posizione evolutiva sia nel ruolo che nella partecipazione agli eventi dell’impresa sentendosene parte integrante;
- la “tempesta di cervelli” (brainstorm) che ne deriva dall’interazione, se verbalizzata affinchè nessuna idea vada perduta, contribuisce a costituire un diario da rileggere nel corso del tempo per trovare soluzioni ai più casi. Un metodo di lavoro di questo tipo andrebbe incontro a quel bisogno di personalizzazione delle politiche aziendali utile per saper ben fronteggiare l’attuale depressione economica. Come già affermato in altri passaggi del Taccuino Americano 2010, siamo entrati nell’era delle soluzioni individuali essendo venute meno le scuole di pensiero. La sfaccettature degli eventi è così complessa e articolata che non è più possibile parlare di “punti di equilibrio” e dottrine, ma la nuova prospettiva è quella di formare politiche commerciali-di marketing-negli acquisti-nella qualità che siano specifiche e personali per quell’impresa e non altre. Per giungere a questo livello serve l’attivazione di questo comitato di studio interno all’azienda.
- questa iniziativa che non aumenta i costi aziendali (non c’è straordinario da pagare) apre alla formulazione delle strategie d’impresa che andrebbero anche spiegate ai consumatori per ottenere fidelizzazione.
Gli incontri da 15 minuti al giorno è saggio che siano organizzati intorno a un caffè fumante, brioches invitanti e qualcosa che rispetti questa strategia: “fare sempre un’offerta che non si può rifiutare” Al termine di una giornata di lavoro, verso il tardo pomeriggio, nell’osservanza dell’orario, è difficile che non faccia piacere fermarsi a riflettere intorno a un aperitivo.
Se tutto questo venisse rispettato, in azienda si penserebbe di più quindi si vale anche di più sui mercati in quote e vendite. Ecco che gli errori sono motivo di crescita e non di vergogna.
In questa maniera potremo fregiarci di un bel décolté, con quella dignità che le donne sanno così ben esporre.
Quando la notizia è azzeccata
Da un anno scrivo in un sito americano ragionando sulle tendenze della società moderna e di economia internazionale. Finora ho ricevuto 750.000 click sui diversi testi pur non essendo nel grande circuito nazionale.
Ieri, 17 agosto, ho lanciato un messaggio molto breve di questo tipo: in una società la legge e' solo l’espressione di un momento. Pensare di governare bene una nazione, solo applicando la norma scritta e i codici come la Costituzione, e'restrittivo.
Il politico, al contrario di un mero magistrato, deve saper intercettare i bisogni della Nazione, facendosene interprete consegnando nuove chiave di lettura per l’ordinamento giuridico, in base ai mutati scenari che la comunità nazionale esprime. E' il caso della moschea che sarà costruita provocatoriamente in Ground Zero a New York. Il Presidente obama, tradizionalmente a corto di idee e spunti, ha scelto d’applicare la legge sulla parità dei credi religiosi, (allora, quando la norma fu varata, si credette che avrebbero potuto convivere pacificamente) Così facendo l’attuale presidente degli Stati Uniti ha perso la presidenza con ben 2 anni di anticipo; e' un record!
Un testo così impostato ha riscosso, a grande sorpresa, ben 25.000 letture in un solo giorno. Sono numeri che si avvicinano a quello delle testate giornalistiche locali. Cos’è accaduto?
E’ probabile che in un mondo di quotidianità, nel momento in cui alziamo il tiro e ci avviamo nel ragionare sulle grandi visuali e la motivazione dei fatti, impegnando in questo modo i prossimi mesi e anni, immediatamente l’attenzione del lettore si desta, risollevandosi da una noia mortale, costituita dai piccoli fatti di tutti i giorni. Con questi risultati è possibile affermare quanto la gente sia stanca di quotidianità, ricercando al contrario le grandi visuali.
Immediatamente il pensiero corre all’Italia, di cui qualche eco giunge fin qui in Arizona attraverso internet e qualche turista, che incontro lungo i sentieri del Gran Canyon. Ebbene con questa rinnovata sensibilità non riesco a trovare notizie dal panorama politico, sociale e economico nazionale, che vadano oltre il quotidiano.
Un politico divorzia dall’altro (dov’è la notizia?) l’opposizione dorme, priva di concetti e argomenti, qualche funerale di stato, ma in tutto questo “quotidiano”, chi ha la capacità d’interrogarsi su cosa saremo fra 18 mesi o 5 anni? Ecco che entrare su questi temi, alza enormemente l’audience e quindi lo spessore di riflessione. Un ragionamento come questo vale per la politica, ma anche e soprattutto per le imprese. Chi sa investire e comunicare e chi cerca di spiegare il proprio ruolo sul mercato è destinato a essere ascoltato, aumentando le vendite. Semplice vero?
Ieri, 17 agosto, ho lanciato un messaggio molto breve di questo tipo: in una società la legge e' solo l’espressione di un momento. Pensare di governare bene una nazione, solo applicando la norma scritta e i codici come la Costituzione, e'restrittivo.
Il politico, al contrario di un mero magistrato, deve saper intercettare i bisogni della Nazione, facendosene interprete consegnando nuove chiave di lettura per l’ordinamento giuridico, in base ai mutati scenari che la comunità nazionale esprime. E' il caso della moschea che sarà costruita provocatoriamente in Ground Zero a New York. Il Presidente obama, tradizionalmente a corto di idee e spunti, ha scelto d’applicare la legge sulla parità dei credi religiosi, (allora, quando la norma fu varata, si credette che avrebbero potuto convivere pacificamente) Così facendo l’attuale presidente degli Stati Uniti ha perso la presidenza con ben 2 anni di anticipo; e' un record!
Un testo così impostato ha riscosso, a grande sorpresa, ben 25.000 letture in un solo giorno. Sono numeri che si avvicinano a quello delle testate giornalistiche locali. Cos’è accaduto?
E’ probabile che in un mondo di quotidianità, nel momento in cui alziamo il tiro e ci avviamo nel ragionare sulle grandi visuali e la motivazione dei fatti, impegnando in questo modo i prossimi mesi e anni, immediatamente l’attenzione del lettore si desta, risollevandosi da una noia mortale, costituita dai piccoli fatti di tutti i giorni. Con questi risultati è possibile affermare quanto la gente sia stanca di quotidianità, ricercando al contrario le grandi visuali.
Immediatamente il pensiero corre all’Italia, di cui qualche eco giunge fin qui in Arizona attraverso internet e qualche turista, che incontro lungo i sentieri del Gran Canyon. Ebbene con questa rinnovata sensibilità non riesco a trovare notizie dal panorama politico, sociale e economico nazionale, che vadano oltre il quotidiano.
Un politico divorzia dall’altro (dov’è la notizia?) l’opposizione dorme, priva di concetti e argomenti, qualche funerale di stato, ma in tutto questo “quotidiano”, chi ha la capacità d’interrogarsi su cosa saremo fra 18 mesi o 5 anni? Ecco che entrare su questi temi, alza enormemente l’audience e quindi lo spessore di riflessione. Un ragionamento come questo vale per la politica, ma anche e soprattutto per le imprese. Chi sa investire e comunicare e chi cerca di spiegare il proprio ruolo sul mercato è destinato a essere ascoltato, aumentando le vendite. Semplice vero?
Las Vegas: caspita che lezione!
Concettualmente questo articolo nasce come conclusivo al Dossier America, per i lettori di SIDERWEB nel contesto del Taccuino Americano 2010, ma sono accaduti dei fatti così gravi di vita vissuta e utili a tutti, che meritano d’essere illustrati affinchè possano dare conforto in caso di difficoltà.
Ieri, partito da Elko (nel nord del Nevada) dopo 9 ore di guida, attraversando paesaggi di una solitudine estrema, belli quanto terribili e per questo formativi, arrivo finalmente a Las Vegas. Francamente durante il tragitto, assorto dal contesto e dalle 500 miglia percorse, non ho prestato attenzione ai messaggi sul cellulare.
Giunto in camera scopro d’aver speso, con la mia carta di credito, ben 2.500 dollari a New York durante lo stesso pomeriggio. In Italia sono le 5 del mattino e pago 30 euro in telefonate per parlare con qualcuno della carta di credito, che ovviamente non trovo, per capire se è un errore, quindi alla quarta telefonata decido di bloccare la carta.
Non solo ma dandomi da fare, invio anche un fax di disconoscimento della spesa, al numero per le emergenze del gestore della carta che, però, nelle ore notturne ha disattivato la ricezione!
Non resta che attendere le 9 del mattino (ora italiana) e parlare sia con la banca che ha ricevuto le mie ultime 3 email senza rispondermi, che con un operatore della carta il quale mi conferma l’addebito, ma non la sua validità (chissà che vuol dire), mi invita a stare tranquillo e mi chiede di rifarmi vivo l’11 agosto per contestare l’addebito (ma se sto parlando il 4 d’agosto, perché farmi richiamare nuovamente?) L’operatore conclude che se addebito ci sarà, al rientro in Italia (a settembre) presenterò alle autorità italiane una denuncia, quindi rigetterò le spese. In questo modo la banca è probabile, che nell’arco di qualche mese, dopo aver eseguito l’addebito, mi restituisca il tutto. Francamente perplesso da tanto distacco rispetto a chi mi dovrebbe consigliare e aiutare, decido di “fare di testa mia”, perché non mi fido del sistema italiano.
Alle prime ore dell’alba (americane) mi reco presso uno dei punti vendita, a Las Vegas, della catena di supermercati TARGET, affinchè, tramite la locale sicurezza, informino New York che non riconosco quelle spese, fatte poche ore prima con la mia carta di credito.
Quindi mi reco presso la stazione di polizia, sempre di Las Vegas e sporgo denuncia che viene contestualmente inviata a New York. A me si rilascia ricevuta con il numero di telefono dell’agente di polizia di New York, incaricato d’investigare sui fatti.
Armato di denuncia, ritorno nel supermercato TARGET e completo la mia prima dichiarazione.
Giunta a sera torno da TARGET per accertarmi che sia partita la segnalazione a New York, non trovo il funzionario, ma mi viene fornito un numero telefonico gratuito a cui spiegare nuovamente i fatti, aprire così un file e vedermi riconosciute le scuse ufficiali (per iscritto, mezzo email) dalla Società che conferma il rimborso di quanto illegalmente addebitatomi.
Forte di tutti questi passaggi inoltro ogni cosa in Italia sia alla banca che all’Ufficio sicurezza della carta i quali non hanno risposto (forse non sanno cosa fare).
Conclusioni. Il sistema americano sarà anche in crisi, ma funziona; quello italiano probabilmente non è in crisi ma non funziona, perché non sa gestire le problematiche.
Al di là delle informazioni utili qui contente, la morale è semplice: passare al contrattacco! Non fidarsi del lassismo includente delle nostre istituzioni bancarie e “inventari” una propria via, costringendo le strutture italiane a inseguire e aderire alla nostra iniziativa.
Quest’articolo doveva iniziare con queste parole: dobbiamo rassegnarci a non avere più, per i prossimi anni, una guida nelle scelte del sistema americano in economia come in politica, ma alla luce di quanto accaduto e imparato in queste ore, il pezzo va rivisto, affermando che questa nazione è sana nella struttura sociale quanto funzionale, anche se in crisi sul piano economico e politico. Ecco perché l’America sarà la prima a uscire delle difficoltà. Pensandoci bene assomiglia alle nostre aziende, sane nella struttura, ma che segnano il passo. Quindi per essere certi di superare la nostra crisi serve che la struttura aziendale, motivazionale e commerciale sia sana!
Ieri, partito da Elko (nel nord del Nevada) dopo 9 ore di guida, attraversando paesaggi di una solitudine estrema, belli quanto terribili e per questo formativi, arrivo finalmente a Las Vegas. Francamente durante il tragitto, assorto dal contesto e dalle 500 miglia percorse, non ho prestato attenzione ai messaggi sul cellulare.
Giunto in camera scopro d’aver speso, con la mia carta di credito, ben 2.500 dollari a New York durante lo stesso pomeriggio. In Italia sono le 5 del mattino e pago 30 euro in telefonate per parlare con qualcuno della carta di credito, che ovviamente non trovo, per capire se è un errore, quindi alla quarta telefonata decido di bloccare la carta.
Non solo ma dandomi da fare, invio anche un fax di disconoscimento della spesa, al numero per le emergenze del gestore della carta che, però, nelle ore notturne ha disattivato la ricezione!
Non resta che attendere le 9 del mattino (ora italiana) e parlare sia con la banca che ha ricevuto le mie ultime 3 email senza rispondermi, che con un operatore della carta il quale mi conferma l’addebito, ma non la sua validità (chissà che vuol dire), mi invita a stare tranquillo e mi chiede di rifarmi vivo l’11 agosto per contestare l’addebito (ma se sto parlando il 4 d’agosto, perché farmi richiamare nuovamente?) L’operatore conclude che se addebito ci sarà, al rientro in Italia (a settembre) presenterò alle autorità italiane una denuncia, quindi rigetterò le spese. In questo modo la banca è probabile, che nell’arco di qualche mese, dopo aver eseguito l’addebito, mi restituisca il tutto. Francamente perplesso da tanto distacco rispetto a chi mi dovrebbe consigliare e aiutare, decido di “fare di testa mia”, perché non mi fido del sistema italiano.
Alle prime ore dell’alba (americane) mi reco presso uno dei punti vendita, a Las Vegas, della catena di supermercati TARGET, affinchè, tramite la locale sicurezza, informino New York che non riconosco quelle spese, fatte poche ore prima con la mia carta di credito.
Quindi mi reco presso la stazione di polizia, sempre di Las Vegas e sporgo denuncia che viene contestualmente inviata a New York. A me si rilascia ricevuta con il numero di telefono dell’agente di polizia di New York, incaricato d’investigare sui fatti.
Armato di denuncia, ritorno nel supermercato TARGET e completo la mia prima dichiarazione.
Giunta a sera torno da TARGET per accertarmi che sia partita la segnalazione a New York, non trovo il funzionario, ma mi viene fornito un numero telefonico gratuito a cui spiegare nuovamente i fatti, aprire così un file e vedermi riconosciute le scuse ufficiali (per iscritto, mezzo email) dalla Società che conferma il rimborso di quanto illegalmente addebitatomi.
Forte di tutti questi passaggi inoltro ogni cosa in Italia sia alla banca che all’Ufficio sicurezza della carta i quali non hanno risposto (forse non sanno cosa fare).
Conclusioni. Il sistema americano sarà anche in crisi, ma funziona; quello italiano probabilmente non è in crisi ma non funziona, perché non sa gestire le problematiche.
Al di là delle informazioni utili qui contente, la morale è semplice: passare al contrattacco! Non fidarsi del lassismo includente delle nostre istituzioni bancarie e “inventari” una propria via, costringendo le strutture italiane a inseguire e aderire alla nostra iniziativa.
Quest’articolo doveva iniziare con queste parole: dobbiamo rassegnarci a non avere più, per i prossimi anni, una guida nelle scelte del sistema americano in economia come in politica, ma alla luce di quanto accaduto e imparato in queste ore, il pezzo va rivisto, affermando che questa nazione è sana nella struttura sociale quanto funzionale, anche se in crisi sul piano economico e politico. Ecco perché l’America sarà la prima a uscire delle difficoltà. Pensandoci bene assomiglia alle nostre aziende, sane nella struttura, ma che segnano il passo. Quindi per essere certi di superare la nostra crisi serve che la struttura aziendale, motivazionale e commerciale sia sana!
Elko – deserto del Nevada: cosa possiamo imparare dalla crisi USA
Ormai sono 40 giorni che sto osservando l’America, percorse 7.400 miglia, incontrate molte persone e presi tanti appunti; è l’ora di un primo bilancio, anche se mancano altrettanti giorni al rientro in Italia.
Il Paese è in crisi, lo sa ma non reagisce, perché non vede come e cosa fare. Apparentemente lo stallo è economico quindi misurato con i normali parametri macroeconomici, ma in realtà è sociale insito nel modello di sviluppo personale, per cui è molto più difficile monitorarne gli effetti.
Per spiegarmi meglio, ecco alcuni passaggi fondamentali:
- nei supermercati l’afflusso di clientela è ridotto del 50% e si registra un calo del 24% nel settore del turismo;
- oltre le statistiche sul un piano più semplice delle impressioni personali, sono stato al cinema, per vedere un film uscito da 2 settimane ed eravamo in 9 persone nella fascia oraria serale;
- l’incidenza di obesi sul totale della popolazione è molto più alto rispetto al passato, il che spiega come qui si sprechi più che solo consumare. Ovviamente per obesi non si intende il sovrappeso, ma una condizione di triplicazione nella massa corporea. Questa trasformazione indica come gli Americani si gettino sul cibo con una voracità pari al bisogno di consumo per altri beni non essenziali, il che determina un “costo Nazione” molto alto, rispetto alla effettiva produzione. In poche parole qui negli USA si produce debito più che ricchezza.
- Per scelta politica (più democratica che repubblicana) si è deciso di delocalizzare la produzione di base nei paesi in via di sviluppo e in Cina in particolare. In questo modo i beni di questo tipo (che sono l’80% del consumo della Nazione) come forchette, piatti, carta, penne, pentole etc.. sono tutti “made in China” e l’America compra quanto necessario da altri, delegando capitale e lavoro.
- E’ magra la soddisfazione nel produrre macchine e impianti, perché questi coprono appena il 12% del fabbisogno della Nazione. L’effetto perverso della scelta d’aver consegnato i propri bisogni primari ai cinesi è nella disoccupazione al 10% (rispetto una media del 5% massimo negli ultimi 40 anni)
- Con un 10% di persone che non lavorano (dato ufficiale, ma che nella realtà è più vasto) c’è minore ricchezza prodotta. Se a questo nuovo livello di massa monetaria, non corrisponde una pari contrazione del consumo, allora c’è creazione di debito. Gli USA proseguono a produrre debiti! Oggi chi compra i debiti degli americani, principalmente sono i cinesi, ma non è detto che proseguano nel tempo, inoltre questo disequilibrio non può essere strutturale.
- In ultima analisi non c’è nessuno che sappia o voglia spiegare alla Nazione se non proprio come stanno le cose, almeno una chiave di lettura. Per cui scarseggiano le idee su quanto stia accadendo o se ne hanno talmente tante, che non c’è una linea di condotta. Quindi il re-impatrio delle attività produttive, ad esempio, per assorbire disoccupazione, non è ancora maturo come pensiero e l’educazione verso la popolazione nella quantità e qualità dei consumi, affinchè passi dallo spreco a una vita normale, non è ancora in alcuna agenda politica.
Conclusione: per quanto ubriaca di spreco la Nazione non è insensibile, ma la sua ricerca di soluzioni è per ora sterile perché c’è un vuoto di potere. Le promesse di 2 anni fa, concentrate nella sola persona dell’attuale presidente, sono state tutte tradite, il che comporterà un ribaltamento elettorale a novembre 2010 con una umiliante sconfitta dei democratici e la probabile perdita della Casa Bianca fra 2 anni. Questo verdetto, francamente 2 anni fa fu già predetto, ma nessuno volle ascoltarlo, mentre oggi è nuda realtà. Il vero problema adesso è che i repubblicani non hanno uomini in grado di coagulare la Nazione, quindi c’è una crisi di leadership anche nell’opposizione.
Lo stallo sociale e quindi anche economico, nonché infine politico degli Stati Uniti, non giova a nessuno.
Cosa possiamo imparare da questa crisi? Tantissime cose! Tanto per cominciare il benessere della Cina non è quello dell’Occidente, per cui chi produce ha in mano la ricchezza del suo futuro. Ma non basta. Per vivere servono strategie, ovvero la capacità di guardare oltre il quotidiano. Le nostre imprese, in Italia si pongono il problema di cosa saranno fra 6 o 18 mesi? Quali i modelli di sviluppo scelti per superare le stringenti difficoltà di oggi?
In Italia contestiamo la politica che non sa farci vedere cosa saremo fra 4 o 5 anni mentre negli USA è all’ordine del giorno, ma le imprese italiane si sono poste il problema del futuro?
Il Paese è in crisi, lo sa ma non reagisce, perché non vede come e cosa fare. Apparentemente lo stallo è economico quindi misurato con i normali parametri macroeconomici, ma in realtà è sociale insito nel modello di sviluppo personale, per cui è molto più difficile monitorarne gli effetti.
Per spiegarmi meglio, ecco alcuni passaggi fondamentali:
- nei supermercati l’afflusso di clientela è ridotto del 50% e si registra un calo del 24% nel settore del turismo;
- oltre le statistiche sul un piano più semplice delle impressioni personali, sono stato al cinema, per vedere un film uscito da 2 settimane ed eravamo in 9 persone nella fascia oraria serale;
- l’incidenza di obesi sul totale della popolazione è molto più alto rispetto al passato, il che spiega come qui si sprechi più che solo consumare. Ovviamente per obesi non si intende il sovrappeso, ma una condizione di triplicazione nella massa corporea. Questa trasformazione indica come gli Americani si gettino sul cibo con una voracità pari al bisogno di consumo per altri beni non essenziali, il che determina un “costo Nazione” molto alto, rispetto alla effettiva produzione. In poche parole qui negli USA si produce debito più che ricchezza.
- Per scelta politica (più democratica che repubblicana) si è deciso di delocalizzare la produzione di base nei paesi in via di sviluppo e in Cina in particolare. In questo modo i beni di questo tipo (che sono l’80% del consumo della Nazione) come forchette, piatti, carta, penne, pentole etc.. sono tutti “made in China” e l’America compra quanto necessario da altri, delegando capitale e lavoro.
- E’ magra la soddisfazione nel produrre macchine e impianti, perché questi coprono appena il 12% del fabbisogno della Nazione. L’effetto perverso della scelta d’aver consegnato i propri bisogni primari ai cinesi è nella disoccupazione al 10% (rispetto una media del 5% massimo negli ultimi 40 anni)
- Con un 10% di persone che non lavorano (dato ufficiale, ma che nella realtà è più vasto) c’è minore ricchezza prodotta. Se a questo nuovo livello di massa monetaria, non corrisponde una pari contrazione del consumo, allora c’è creazione di debito. Gli USA proseguono a produrre debiti! Oggi chi compra i debiti degli americani, principalmente sono i cinesi, ma non è detto che proseguano nel tempo, inoltre questo disequilibrio non può essere strutturale.
- In ultima analisi non c’è nessuno che sappia o voglia spiegare alla Nazione se non proprio come stanno le cose, almeno una chiave di lettura. Per cui scarseggiano le idee su quanto stia accadendo o se ne hanno talmente tante, che non c’è una linea di condotta. Quindi il re-impatrio delle attività produttive, ad esempio, per assorbire disoccupazione, non è ancora maturo come pensiero e l’educazione verso la popolazione nella quantità e qualità dei consumi, affinchè passi dallo spreco a una vita normale, non è ancora in alcuna agenda politica.
Conclusione: per quanto ubriaca di spreco la Nazione non è insensibile, ma la sua ricerca di soluzioni è per ora sterile perché c’è un vuoto di potere. Le promesse di 2 anni fa, concentrate nella sola persona dell’attuale presidente, sono state tutte tradite, il che comporterà un ribaltamento elettorale a novembre 2010 con una umiliante sconfitta dei democratici e la probabile perdita della Casa Bianca fra 2 anni. Questo verdetto, francamente 2 anni fa fu già predetto, ma nessuno volle ascoltarlo, mentre oggi è nuda realtà. Il vero problema adesso è che i repubblicani non hanno uomini in grado di coagulare la Nazione, quindi c’è una crisi di leadership anche nell’opposizione.
Lo stallo sociale e quindi anche economico, nonché infine politico degli Stati Uniti, non giova a nessuno.
Cosa possiamo imparare da questa crisi? Tantissime cose! Tanto per cominciare il benessere della Cina non è quello dell’Occidente, per cui chi produce ha in mano la ricchezza del suo futuro. Ma non basta. Per vivere servono strategie, ovvero la capacità di guardare oltre il quotidiano. Le nostre imprese, in Italia si pongono il problema di cosa saranno fra 6 o 18 mesi? Quali i modelli di sviluppo scelti per superare le stringenti difficoltà di oggi?
In Italia contestiamo la politica che non sa farci vedere cosa saremo fra 4 o 5 anni mentre negli USA è all’ordine del giorno, ma le imprese italiane si sono poste il problema del futuro?
Litigare fa male alla produttività (cenni di psicologia sociale)
In America la litigiosità sociale è ridotta rispetto all’Europa e di conseguenza si produce di più.
Per cercare di comprendere questo meccanismo serve partire da un punto: la coesione sociale (nella società come in azienda) ovvero quel collante che ci permette di riconoscere come “non ostile” l’altro. In assenza di riconoscimento, per comunanza di valori, punti di vista come obiettivi, abbiamo se non proprio il nemico, una situazione sospetta dalla quale stare attenti. E’ quanto accaduto in FIAT a Pomigliano d’Arco, dove le maestranze hanno una visione targata legge 300, ovvero legata a valori di 30 anni fa, e l’azienda vuole proseguire a competere sui mercati internazionali, adattandosi alle regole.
Quindi la coesione resta la chiave di volta della relazione sociale. In assenza di riconoscimento anche a livello empatico (simpatia) non c’è gruppo, clan, evoluzione sociale.
Ebbene negli USA per raggiungere la coesione si è pervenuti a un modello di comportamento per cui tutti possono seguire la strada che preferiscono, senza soggiacere al giudizio (pregiudizio) altrui. La libertà più totale dell’americano, ha un limite in quella degli altri e nella Costituzione (targata 1787) Nero come ispanico, oppure cattolico come ateo, democratico o repubblicano, gli americani hanno eletto 2 anni fa un Presidente, nel quale non crede più la maggioranza degli elettori, però resta in carica fino al termine.
Ne consegue che se il patto d’adesione ai valori fondamentali della società è libero nelle sue forme, ciò abbassa notevolmente la litigiosità sociale. Ovviamente esiste un difetto di fondo: non c’e’ critica, quindi assenza di un modello sociale. Chi ha ragione o torto? Ecco perchè le merci cinesi sono entrate cosi facilmente negli USA, rispetto all’Europa. I cinesi ancora oggi producono per gli americani, che stanno sopportando un 10% di disoccupazione (il che lascia intravedere il tramonto dei democratici al Congresso in questo autunno e dalla Casa Bianca nei prossimi 2 anni)
In Europa e in Italia, la coesione deriva dall’uniformità a determinati clichè il cui non rispetto, alimenta contenzioso e di conseguenza litigio. In azienda il litigo è perdita di tempo, ovvero ricchezza e produttività. Tra le due società, quella americana che punta alla coesione senza formule e la nostra che chiede adesione ai modelli comportamentali, chi avanzerà di più?
Qui cessa il ruolo del sociologo ed entra in campo il filosofo e politologo con le proprie formule tanto da divenire programma elettorale.
Alle aziende cosa interessa di tutto ciò? Queste sono un pezzo di società, se non funziona la comunità, figuriamoci cosa possano combinare le imprese. Nonostante ciò qualcosa si può fare. Le persone, tutti gli umani, amano avere una scia da seguire (che possono contestare o amare, non ha poi una grande importanza) Ebbene la scia è il Capo, ovvero l’imprenditore, con tutti i suoi difetti che gli vengono perdonati tranne quello di non comunicare con la sua gente. L’imprenditore comunica (se sa farlo):
a) attraverso riunioni (lampo ma frequenti);
b) camminando almeno una volta al giorno tra la sua gente, osservando-parlando-cosigliando;
c) aprendo un ciclo continuo di colloqui con i dipendenti (sentire almeno 1 volta a semestre tutti in forma diretta e riservata);
d) avviando un iter di formazione continua;
e) consentendo che la propria azienda compaia sulla stampa locale/nazionale;
f) eleggendo il dipendente del mese;
h) permettendo che nei fine settimana si possa aderire a gite tra le famiglie dei dipendenti;
i) affittando un appartamento al mare in cui accogliere a turno i dipendenti e famiglie;
L’elenco potrebbe proseguire, ma gravitano tutti intorno a una parola: politica del personale.
In America si litiga meno perchè ogni impresa è dotata di una politica (disegno) del dipendente tipo a cui la gente piace aderire liberamente, quale scelta in più. Ecco perche’ i dipendenti amano indossare la divisa e avere la targhetta nominativa. Chi in Italia invia dei tecnici a casa dei clienti dotandoli di tesserino visibile di riconoscimento che renda orgoglioso chi lo espone?
Come scritto in più occasioni, ma senza il riferimento al metodo di lavoro sociale degli Stati Uniti, il differenziale di produttività tra avere e il non avere una politica del personale è del 12/14% di produttività in più. Quando la Confidustria, nelle sue massime autorità, parla di un 25% di differenza tra l’Italia e gli USA, fa riferimento anche ad altri aspetti più macrosociali qui non affrontati perché non gestibili dalla singola impresa.
Mi scuso per aver ripreso nuovamente concetti già espressi, ma sempre utili da discutere. Più giro in lungo e per largo negli USA e più temo per il nostro sistema industriale che vuole fare tante cose, dimenticandosi i fondamentali. Le regole cambiano, ma pochi riescono a percepirne la velocità adeguandosi. Riusciamo a darci una mossa?
Per cercare di comprendere questo meccanismo serve partire da un punto: la coesione sociale (nella società come in azienda) ovvero quel collante che ci permette di riconoscere come “non ostile” l’altro. In assenza di riconoscimento, per comunanza di valori, punti di vista come obiettivi, abbiamo se non proprio il nemico, una situazione sospetta dalla quale stare attenti. E’ quanto accaduto in FIAT a Pomigliano d’Arco, dove le maestranze hanno una visione targata legge 300, ovvero legata a valori di 30 anni fa, e l’azienda vuole proseguire a competere sui mercati internazionali, adattandosi alle regole.
Quindi la coesione resta la chiave di volta della relazione sociale. In assenza di riconoscimento anche a livello empatico (simpatia) non c’è gruppo, clan, evoluzione sociale.
Ebbene negli USA per raggiungere la coesione si è pervenuti a un modello di comportamento per cui tutti possono seguire la strada che preferiscono, senza soggiacere al giudizio (pregiudizio) altrui. La libertà più totale dell’americano, ha un limite in quella degli altri e nella Costituzione (targata 1787) Nero come ispanico, oppure cattolico come ateo, democratico o repubblicano, gli americani hanno eletto 2 anni fa un Presidente, nel quale non crede più la maggioranza degli elettori, però resta in carica fino al termine.
Ne consegue che se il patto d’adesione ai valori fondamentali della società è libero nelle sue forme, ciò abbassa notevolmente la litigiosità sociale. Ovviamente esiste un difetto di fondo: non c’e’ critica, quindi assenza di un modello sociale. Chi ha ragione o torto? Ecco perchè le merci cinesi sono entrate cosi facilmente negli USA, rispetto all’Europa. I cinesi ancora oggi producono per gli americani, che stanno sopportando un 10% di disoccupazione (il che lascia intravedere il tramonto dei democratici al Congresso in questo autunno e dalla Casa Bianca nei prossimi 2 anni)
In Europa e in Italia, la coesione deriva dall’uniformità a determinati clichè il cui non rispetto, alimenta contenzioso e di conseguenza litigio. In azienda il litigo è perdita di tempo, ovvero ricchezza e produttività. Tra le due società, quella americana che punta alla coesione senza formule e la nostra che chiede adesione ai modelli comportamentali, chi avanzerà di più?
Qui cessa il ruolo del sociologo ed entra in campo il filosofo e politologo con le proprie formule tanto da divenire programma elettorale.
Alle aziende cosa interessa di tutto ciò? Queste sono un pezzo di società, se non funziona la comunità, figuriamoci cosa possano combinare le imprese. Nonostante ciò qualcosa si può fare. Le persone, tutti gli umani, amano avere una scia da seguire (che possono contestare o amare, non ha poi una grande importanza) Ebbene la scia è il Capo, ovvero l’imprenditore, con tutti i suoi difetti che gli vengono perdonati tranne quello di non comunicare con la sua gente. L’imprenditore comunica (se sa farlo):
a) attraverso riunioni (lampo ma frequenti);
b) camminando almeno una volta al giorno tra la sua gente, osservando-parlando-cosigliando;
c) aprendo un ciclo continuo di colloqui con i dipendenti (sentire almeno 1 volta a semestre tutti in forma diretta e riservata);
d) avviando un iter di formazione continua;
e) consentendo che la propria azienda compaia sulla stampa locale/nazionale;
f) eleggendo il dipendente del mese;
h) permettendo che nei fine settimana si possa aderire a gite tra le famiglie dei dipendenti;
i) affittando un appartamento al mare in cui accogliere a turno i dipendenti e famiglie;
L’elenco potrebbe proseguire, ma gravitano tutti intorno a una parola: politica del personale.
In America si litiga meno perchè ogni impresa è dotata di una politica (disegno) del dipendente tipo a cui la gente piace aderire liberamente, quale scelta in più. Ecco perche’ i dipendenti amano indossare la divisa e avere la targhetta nominativa. Chi in Italia invia dei tecnici a casa dei clienti dotandoli di tesserino visibile di riconoscimento che renda orgoglioso chi lo espone?
Come scritto in più occasioni, ma senza il riferimento al metodo di lavoro sociale degli Stati Uniti, il differenziale di produttività tra avere e il non avere una politica del personale è del 12/14% di produttività in più. Quando la Confidustria, nelle sue massime autorità, parla di un 25% di differenza tra l’Italia e gli USA, fa riferimento anche ad altri aspetti più macrosociali qui non affrontati perché non gestibili dalla singola impresa.
Mi scuso per aver ripreso nuovamente concetti già espressi, ma sempre utili da discutere. Più giro in lungo e per largo negli USA e più temo per il nostro sistema industriale che vuole fare tante cose, dimenticandosi i fondamentali. Le regole cambiano, ma pochi riescono a percepirne la velocità adeguandosi. Riusciamo a darci una mossa?
Breaking news
Breaking news
Quando i programmi televisivi vengono interrotti per comunicare una notizia importante, sui video americani compare una scritta: “breaking news”.
In questo momento in Montana, mentre scrivo, la TV ha fermato il palinsesto per annunciare che una tempesta si sta avvicinando, indicando le diverse località già colpite. Non è un uragano o tromba d’aria, però il vento è molto forte e si sta alzando sempre più; spero di poter inviare per tempo questo pezzo. Al di là delle condizioni meteo che cambiano con grande velocità, oggi ho ricevuto 43 email da clienti che servo come consulente, lettori e studenti, per ottenere un commento in merito alla notizia, di fonte francese, sul superamento della Cina sugli USA, in termini di consumi energetici pro-capite. Ovviamente se qualcuno pubblica un dato di questo tipo avrà fatto una ricerca specifica, per cui andare a contestare i criteri di analisi (come stanno facendo i cinesi) non è saggio. Preso atto del grande interesse, ecco una chiave di lettura.
Come al solito per analizzare un fatto non basta leggere i dati nudi e crudi, ma necessita entrare dentro le diverse situazioni.
Parliamo degli USA. Utilizzando un esempio, per un malato di cuore obeso la riduzione di peso è un fatto positivo o negativo? Gli americani hanno ricevuto un colpo al cuore e ora sono convalescenti, ma poco hanno fatto per rimuovere le condizioni critiche strutturali che hanno prodotto la grande crisi del 2008-2009.
Osservando questo popolo è facile percepire quanto siano obesi e affamati di consumo (spreco), il che rappresenta la stessa fame sia di cibo che di “cose”. Uno dei passaggi più importanti per risollevare l’economia statunitense, sarebbe quello di rendere meno frivolo il bisogno di consumo degli americani. Una nazione più sobria saprebbe recuperare il terreno perduto. La notizia (offerta dai francesi, che amano essere critici in forme distruttive su tutto e tutti – nichilisti!) che il popolo degli Stati Uniti stia consumando di meno a livello pro-capite, francamente rende il cuore colmo di gioia per chi segue le sorti dell’economia globale.
Ecco confermato come la lettura asettica di un semplice dato sia fuorviante se non collegata al contesto sociale, economico e politico del paese.
Per i cinesi cosa dire? La Cina soffre di un equilibrismo pericolosamente precario. E’ una dittatura che cerca di crescere con il capitalismo. Ci riuscirà? Il prezzo che il partito deve pagare, per restare comunista, in un mondo capitalista, è quello d’alzare a dismisura il benessere indotto da consumi di tutti i tipi e generi. Praticamente la situazione rovesciata rispetto a quella statunitense (ed è questo il motivo del tacito accordo cino-statunitense , da cui il concetto coniato con il termine “cindia”).
Quindi un governo dittatoriale per sopravvivere deve alzare i consumi, quando uno democratico per mantenere “il sistema” deve far dimagrire gli appetiti della sua gente. Cosa c’è di nuovo in questo?
Intanto ora ci sono 13 gradi e io ho lasciato il maglione in Italia!
Quando i programmi televisivi vengono interrotti per comunicare una notizia importante, sui video americani compare una scritta: “breaking news”.
In questo momento in Montana, mentre scrivo, la TV ha fermato il palinsesto per annunciare che una tempesta si sta avvicinando, indicando le diverse località già colpite. Non è un uragano o tromba d’aria, però il vento è molto forte e si sta alzando sempre più; spero di poter inviare per tempo questo pezzo. Al di là delle condizioni meteo che cambiano con grande velocità, oggi ho ricevuto 43 email da clienti che servo come consulente, lettori e studenti, per ottenere un commento in merito alla notizia, di fonte francese, sul superamento della Cina sugli USA, in termini di consumi energetici pro-capite. Ovviamente se qualcuno pubblica un dato di questo tipo avrà fatto una ricerca specifica, per cui andare a contestare i criteri di analisi (come stanno facendo i cinesi) non è saggio. Preso atto del grande interesse, ecco una chiave di lettura.
Come al solito per analizzare un fatto non basta leggere i dati nudi e crudi, ma necessita entrare dentro le diverse situazioni.
Parliamo degli USA. Utilizzando un esempio, per un malato di cuore obeso la riduzione di peso è un fatto positivo o negativo? Gli americani hanno ricevuto un colpo al cuore e ora sono convalescenti, ma poco hanno fatto per rimuovere le condizioni critiche strutturali che hanno prodotto la grande crisi del 2008-2009.
Osservando questo popolo è facile percepire quanto siano obesi e affamati di consumo (spreco), il che rappresenta la stessa fame sia di cibo che di “cose”. Uno dei passaggi più importanti per risollevare l’economia statunitense, sarebbe quello di rendere meno frivolo il bisogno di consumo degli americani. Una nazione più sobria saprebbe recuperare il terreno perduto. La notizia (offerta dai francesi, che amano essere critici in forme distruttive su tutto e tutti – nichilisti!) che il popolo degli Stati Uniti stia consumando di meno a livello pro-capite, francamente rende il cuore colmo di gioia per chi segue le sorti dell’economia globale.
Ecco confermato come la lettura asettica di un semplice dato sia fuorviante se non collegata al contesto sociale, economico e politico del paese.
Per i cinesi cosa dire? La Cina soffre di un equilibrismo pericolosamente precario. E’ una dittatura che cerca di crescere con il capitalismo. Ci riuscirà? Il prezzo che il partito deve pagare, per restare comunista, in un mondo capitalista, è quello d’alzare a dismisura il benessere indotto da consumi di tutti i tipi e generi. Praticamente la situazione rovesciata rispetto a quella statunitense (ed è questo il motivo del tacito accordo cino-statunitense , da cui il concetto coniato con il termine “cindia”).
Quindi un governo dittatoriale per sopravvivere deve alzare i consumi, quando uno democratico per mantenere “il sistema” deve far dimagrire gli appetiti della sua gente. Cosa c’è di nuovo in questo?
Intanto ora ci sono 13 gradi e io ho lasciato il maglione in Italia!
Il cervello se non lo usi lo perdi. Un luogo di meditazione per chi ha responsabilità
Il cervello se non lo usi lo perdi. Un luogo di meditazione per chi ha responsabilità
C'e' una strada, la 212 west, che collega Rapid City (Sud Dakota) a Billings (Montana) e prosegue fino al parco di Yellostone in Wyoming. Il tratto che vorrei fosse percorso da gente che lavora con la testa, è di 95 miglia, tra le due città.
L’itinerario è paragonabile a tanti altri che si sviluppano in tutta l'area poco a sud del confine canadese (c’è anche la 200 del Montana) e tutte hanno in comune un aspetto: la visuale su ampi spazi disabitati, in grado di dilatare al massimo la nostra capacità di percezione, volando con l’autovettura lanciata in velocità (75 miglia al massimo) su questo mare “vuoto”, ma ricco.
In un ambiente del genere, lo spazio circostante è assolutamente vuoto, drammatico, nella sua bellezza. Apparentemente privo di vita, pullula di altre forme viventi, che non riusciamo a capire e vedere. Questa è la prateria del west americano, troppo umida per essere un deserto, troppo arida per coltivarla. Ebbene il concetto su cui stiamo ragionando è se lo spazio che ci circonda (il campo visivo si estende normalmente su un piano di 25 kmq) può essere tradotto in idee, opinioni, punti di vista e grandi visioni oppure è solo qualcosa che si guarda.
In pratica vivere la città, con degli scenari molto definiti (vie, piazze, strettoie, gente, urla) favorisce il pensiero puro, quello che produce idee o per farlo serve anche lo spazio illimitato, quello che mette quasi paura nell’osservarlo, perché ci si sente soli su grandi distanze?
Credo, perché vissuto molte volte e qui torno sempre, che nell'apparente vuoto assoluto d'umanità, è possibile vedere quei particolari della propria vita e lavoro, che normalmente sfuggono, ma che sono invece fondamentali. Nel caso degli imprenditori le grandi visioni d’insieme sono il sale della loro vita, senza il quale tutto resta normale, per un quotidiano d’ansietà e logorio snervante, che nulla produce. Non dico che i manager non lavorino; assolutamente!
Affermo che lavorano male, facendo tutto, ma riflettendo poco, il che si misura in livelli di produttività bassi. Probabilmente si dovrebbe lavorare di meno o nella stessa quantità di ore, ma più con la testa, che con l’abitudine o con dosi sempre maggiori di rischio che non sempre è favorevole (anzi).
Ebbene dove si può imparare il metodo e sistema per usare più il cervello che l’azzardo? Del resto la mente è un muscolo; se non lo si usa lo si perde. Se quanto detto è condiviso, a questo punto serve uno spazio che sia riflessivo dove poter pensare. Questo “luogo” ha bisogno della solitudine assoluta, animata al massimo, solo dai propri cari per dominarlo specie se è cosi esteso.
Mi spiego.
Rendersi conto d’essere soli sulla 212 west, senza una casa nel campo visivo per miglia e miglia da utilizzare come punto di riferimento, o una stazione di servizio, quindi un paesino ogni tanto, o anche una macchina nel senso contrario, mette paura.
La paura per questo vuoto, va dominata da un atto di coraggio da trovare in se stessi, che dia logica e forza a quanto ci spaventa. Se questo è vero, ecco stabilito il nesso tra lo spazio geografico che ci circonda e la qualità e quantità d’idee che siamo capaci di produrre. Così facendo in uno spazio illimitato, inanimato, ma ricco di altre forme di vita, l'impegno nel cercare di possedere e capire quello che ci circonda, scatena maggiore sensibilità ai particolari, alla vista e al bisogno di vedere ciò che non si vede.
Ecco quell'esercizio formidabile che i nostri capitani di industria, rottamai, e metallari dovrebbero affrontare, spenti computer e cellulari: guardare per capire. Trovare alleanze, allargarsi oltre i confini, innovazione di prodotto, ricerca rivolgendosi anche alle università, investimenti, valorizzazione nelle relazioni umane e cultura per l’impresa forgiata nel silenzio del pensiero profondo. La conclusione è che per gestire un'impresa bisogna pensare con il cuore e la mente e per farlo, va spento il mondo intorno, aprendosi a una scuola che acutizzi i sensi e consenta di mettere a fuoco quello che non si vede, ma di cui se ne ha un gran bisogno, perchè i costi invisibili sono quelli che massacrano l'azienda. La mancata produttività ne è un esempio. Costo invisibile significa anche che con la stessa organizzazione esistente, si potrebbe ottenere di più di quello che normalmente si raggiunge. Per riuscire in questo esercizio serve una nuova mentalità. Benvenuti nella 212 west.
C'e' una strada, la 212 west, che collega Rapid City (Sud Dakota) a Billings (Montana) e prosegue fino al parco di Yellostone in Wyoming. Il tratto che vorrei fosse percorso da gente che lavora con la testa, è di 95 miglia, tra le due città.
L’itinerario è paragonabile a tanti altri che si sviluppano in tutta l'area poco a sud del confine canadese (c’è anche la 200 del Montana) e tutte hanno in comune un aspetto: la visuale su ampi spazi disabitati, in grado di dilatare al massimo la nostra capacità di percezione, volando con l’autovettura lanciata in velocità (75 miglia al massimo) su questo mare “vuoto”, ma ricco.
In un ambiente del genere, lo spazio circostante è assolutamente vuoto, drammatico, nella sua bellezza. Apparentemente privo di vita, pullula di altre forme viventi, che non riusciamo a capire e vedere. Questa è la prateria del west americano, troppo umida per essere un deserto, troppo arida per coltivarla. Ebbene il concetto su cui stiamo ragionando è se lo spazio che ci circonda (il campo visivo si estende normalmente su un piano di 25 kmq) può essere tradotto in idee, opinioni, punti di vista e grandi visioni oppure è solo qualcosa che si guarda.
In pratica vivere la città, con degli scenari molto definiti (vie, piazze, strettoie, gente, urla) favorisce il pensiero puro, quello che produce idee o per farlo serve anche lo spazio illimitato, quello che mette quasi paura nell’osservarlo, perché ci si sente soli su grandi distanze?
Credo, perché vissuto molte volte e qui torno sempre, che nell'apparente vuoto assoluto d'umanità, è possibile vedere quei particolari della propria vita e lavoro, che normalmente sfuggono, ma che sono invece fondamentali. Nel caso degli imprenditori le grandi visioni d’insieme sono il sale della loro vita, senza il quale tutto resta normale, per un quotidiano d’ansietà e logorio snervante, che nulla produce. Non dico che i manager non lavorino; assolutamente!
Affermo che lavorano male, facendo tutto, ma riflettendo poco, il che si misura in livelli di produttività bassi. Probabilmente si dovrebbe lavorare di meno o nella stessa quantità di ore, ma più con la testa, che con l’abitudine o con dosi sempre maggiori di rischio che non sempre è favorevole (anzi).
Ebbene dove si può imparare il metodo e sistema per usare più il cervello che l’azzardo? Del resto la mente è un muscolo; se non lo si usa lo si perde. Se quanto detto è condiviso, a questo punto serve uno spazio che sia riflessivo dove poter pensare. Questo “luogo” ha bisogno della solitudine assoluta, animata al massimo, solo dai propri cari per dominarlo specie se è cosi esteso.
Mi spiego.
Rendersi conto d’essere soli sulla 212 west, senza una casa nel campo visivo per miglia e miglia da utilizzare come punto di riferimento, o una stazione di servizio, quindi un paesino ogni tanto, o anche una macchina nel senso contrario, mette paura.
La paura per questo vuoto, va dominata da un atto di coraggio da trovare in se stessi, che dia logica e forza a quanto ci spaventa. Se questo è vero, ecco stabilito il nesso tra lo spazio geografico che ci circonda e la qualità e quantità d’idee che siamo capaci di produrre. Così facendo in uno spazio illimitato, inanimato, ma ricco di altre forme di vita, l'impegno nel cercare di possedere e capire quello che ci circonda, scatena maggiore sensibilità ai particolari, alla vista e al bisogno di vedere ciò che non si vede.
Ecco quell'esercizio formidabile che i nostri capitani di industria, rottamai, e metallari dovrebbero affrontare, spenti computer e cellulari: guardare per capire. Trovare alleanze, allargarsi oltre i confini, innovazione di prodotto, ricerca rivolgendosi anche alle università, investimenti, valorizzazione nelle relazioni umane e cultura per l’impresa forgiata nel silenzio del pensiero profondo. La conclusione è che per gestire un'impresa bisogna pensare con il cuore e la mente e per farlo, va spento il mondo intorno, aprendosi a una scuola che acutizzi i sensi e consenta di mettere a fuoco quello che non si vede, ma di cui se ne ha un gran bisogno, perchè i costi invisibili sono quelli che massacrano l'azienda. La mancata produttività ne è un esempio. Costo invisibile significa anche che con la stessa organizzazione esistente, si potrebbe ottenere di più di quello che normalmente si raggiunge. Per riuscire in questo esercizio serve una nuova mentalità. Benvenuti nella 212 west.
Santa Fe (New Mexico) domenica alle ore 12.00 in un centro commerciale: pensieri sciolti
E’ domenica mattina, per rilassarmi scelgo di fare quattro passi in una mall (centro commerciale) celebrando il culto dello shopping e guardando le vetrine.
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?
Sicuramente l’economia si basa su 3 pilastri: produzione, distribuzione e consumo. Gli Americani la produzione l’hanno delocalizzata in Cina, affrontando solo adesso la piaga della conseguente disoccupazione (da cui un moto inverso di rimpatrio delle attività). Alla produzione segue la distribuzione, nella quale effettivamente dagli USA, per la logistica, abbiamo molto da imparare. Infine il consumo. Su quest’ultimo aspetto gli americani hanno confuso il benessere con la quantità di beni sprecati, più che solo consumati.
Il culto dello shopping, quale azione inutile ai fini esistenziali, assume in questo paese un livello senza precedenti. E’ una liturgia che divide la felicità dalla povertà.
Per consumare questo rito sono stati costruiti chilometri di centri commerciali, in ogni città dove si ripetono gli stessi marchi, prodotti e offerte con una monotonia assoluta azzerando ogni forma di originalità relativa al luogo di produzione. Fin qui francamente, ogni nazione ha le sue preferenze.
Il guaio è quando i beni indispensabili per il vivere degli Americani sono prodotti dai cinesi. Questo aspetto è stato già discusso nel “taccuino”, però è solo ora che noto in giro dei cartelli: made in USA. Non solo, ma lo stesso messaggio lo ha lanciato la marca automobilistica Jeep Cherokee: un prodotto americano fatto da americani per americani. E’ la fine della globalizzazione intesa come delocalizzazione della produzione per le necessità domestiche E’ anche la fine della Cina intesa come fabbrica del mondo. Ebbene con questi pensieri in testa, guardando le vetrine e compatendo quelle obese signore che si sfogano oltre che sul mangiare in un’orgia di pacchetti-pacchettini (speriamo che l’America inizi una robusta cura dimagrante) mi siedo per consumare un pezzo di pizza da Sbarro. Alle mie spalle si accomodano poco dopo, due uomini. Si tratta di un colloquio di selezione.
Improvvisamente mi viene il dubbio che non sia affatto domenica, ma ogni controllo conferma il giorno festivo. Colto da curiosità, origlio.
Il selettore è molto professionale formulando domande chiuse per ottenere risposte dirette. Quando si arriva alle lingue straniere conosciute, chiede: parla spagnolo? l’esaminato risponde: mi spiace, conosco solo il giapponese. Senza scomodarsi il selettore formula una domanda in giapponese e l’altro gli risponde correttamente. Dentro di me non posso che convenire su un fatto: questo candidato non ha mentito. I due proseguono ma mi alzo e proseguo la mia passeggiata.
Penso all’Italia.
In effetti noi siamo messi meglio degli Americani, nel senso che la fase del consumo non è così esasperata e non abbiamo delocalizzato in forme selvagge per i nostri consumi domestici, anche se un rimpatrio è saggio, com’è in atto.
Il consumatore italiano è più selettivo per cui il made in china è isolato, pur rappresentando una minaccia nelle lavorazioni più semplici. Noi troviamo il made in china quale componente di un manufatto, mentre negli USA è offerto come prodotto finito, venduto sotto il marchio Wal Mart. Per noi italiani la lezione americana è molto importante per non cadere negli stessi errori che hanno fatto e dai quali si stanno ritirando. La lezione è smettere di delocalizzare se non per presidiare quel certo mercato perché il consumatore sta selezionando i prodotti in base alla provenienza.
Bisogna quindi produrre in Italia per gli italiani, allargando però la gamma d’offerta nel prezzo e spiegare i diversi rapporti qualità/costo.
Quindi snellire le procedure di relazione con il personale e la sua selezione perché le attuali agenzie di reclutamento non sanno fare questo mestiere, in Italia, perché, tra l’altro, afflitte da personale giovane non preparato capace di leggere i curricula parola per parola ma non attraverso le righe. Se non sappiamo scegliere gli uomini e le donne del futuro, e neppure allenare quelli/quelle che abbiamo, non avremo una storia. Concludendo questi “pensieri sciolti” da domenica mattina guardando le vetrine, si può pensare che la Cina sia un bluff e che ci sono tanti modi diversi di lavorare, tutti altamente professionali, compreso il selettore che con il sorriso sulle labbra dà del benvenuto al candidato. Perché invece da noi siamo tutti arrabbiati?
La prima “green university” al mondo
La prima “green university” al mondo
A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale e diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro è molto serrata misurandosi in numero di nuove iscrizioni annuali.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi della green economy. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, il comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi la ricerca per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi, affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.
Ogni tentativo di conoscere i dettagli tecnici della realizzazione sono risultati vani, perché il riservo è altissimo, in quanto è volontà dell’Università addivenire a un brevetto da commercializzare a vantaggio dell’Ateneo, utilizzando lo sforzo congiunto del corpo docenti e degli studenti così vincolati al segreto. Questa iniziativa quindi non è concordata con le case costruttrici le quali non sono (quelle americane) al momento interessate al progetto.
Nonostante ciò esistono in questo Paese, delle officine di riprogettazione per autovetture che modellano sia tipologie d’auto esistenti, che “inventate” ad hoc, per le più disparate necessità. L’Università di Fort Collins si è rivolta in Florida alla Gator Moto www.gatormotouv.com per essere aiutata nella realizzazione.
Chase,Brian, la cui email è Brian.Chase@ColoState.EDU è uno dei coordinatori universitari del progetto, svolgendo anche il ruolo di collegamento con la Gator per gli aspetti di progettazione ingegneristica.
Domanda: come siete arrivati a questo progetto?
Brian: l’università ha già in uso delle auto elettriche da diversi anni. Il passaggio dell’ateneo a “green” ci ha imposto non solo l’apertura di una scuola di specializzazione, con argomenti dedicati che ci venivano già richiesti dalla Pubblica Amministrazione, ma anche qualcosa di più concreto come la progettazione di un motore alimentato con batterie fotovoltaiche.
Domanda: qualcosa del genere esiste già?
Brian: si è stato giù studiato, ma è a solo livello sperimentale. E’ nostra volontà progettare, applicare e verificare la concreta esecuzione di questa idea, nel campo delle utilizzazioni “domestiche e locali”. E’ il caso di un idraulico, elettricista, impiegato che transita solo nell’area urbana, portando con sé l’attrezzatura da lavoro (fino a 15 quintali). A questo tipo d’utenza oltre il già esistente motore elettrico, che ha troppe limitazioni, vorremmo affiancare anche quello fotovoltaico, con potenzialità moltiplicate per 15 rispetto il primo.
Domanda: quali sono le metodologie e tecniche adottate?
Brian: è una domanda che sarebbe corretto rivolgere alla Gator.
L’intervista termina qui. Chiamata la Gator questa non risponde, ma indiscrezioni confermano che i problemi di progettazione sono i seguenti:
a) “trovare” una superficie radiante idonea e si pensa che 2 mq siano sufficienti, ma è più comodo applicare un tetto all’autovettura o coprire di piastrelle il cofano e la parte superiore della macchina, con il rischio di scottarsi se si dovesse porre la mano sulla superficie?
b) Nel caso si utilizzasse il cofano e il tetto dell’auto come superficie radiante, esiste un liquido freddo, per alimentare le batterie in base all’energia fotovoltaica?
c) Nel caso dell’applicazione di un tetto all’auto che potrebbe anche essere superiore ai 2 mq d’esposizione, dovrà essere aerodinamico tanto da modificare l’attuale estetica delle correnti autovetture che diventeranno “a 2 piani”;
d) Un forte impulso a questa idea viene dalle applicazioni spaziali del fotovoltaico, infatti alcuni ricercatori della NASA pare si siano messi in contatto con la Gator e collaborino con l’Università di Fort Collins.
Non è possibile andare oltre senza infrangere il segreto industriale. Sicuramente che questa idea approdi a qualcosa di commercialmente utile è relativamente importante, perché il concetto è chiaro: è in atto il superamento di una fase tecnologica.
La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica e questo addivenire è custodito in un nuovo livello che si chiama “green economy”. Qui va chiarito però un concetto. Green non significa, in questo senso “verde” ma nuovo e diverso con rivisti parametri di costo-efficacia. Dobbiamo imparare a produrre più ricchezza spendendo meno materie prime, energia, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. E’ vero che questa evoluzione è nata da una tensione ecologica (da cui conserva il nome di “green”) ma si è evoluta su un piano meno fazioso e trasversale, per cui è in atto una clamorosa e radicale revisione dei criteri di costo-efficacia.
Qui si potrebbe anche arrivare sul filosofico-sociologico per cui vale la pena lavorare 10 ore al giorno per una qualità di vita non apprezzabile? Certo che il sacrificio è pagante, ma va monitorato. Questi concetti in Italia non sono stati ancora recepiti. In America invece rappresentano la differenza tra il prima e il dopo. Il prima, invasi dal “made in cina” e il dopo, dove si ritorna a prodotti “made in usa”. realizzati ad alta qualità con basso costo (fantascienza per i cinesi). In tal senso oggi 27 luglio ancora una volta la Jeep ha comprato 4 pagine di USA Today per informare il mondo che l’America è conosciuta per le sue bellezze, ma lo è di più per la sua tenacia (nel costruire un prodotto interamente americano – Jeep) “America is known for its beauty but it’s more known for its guts”, Jeep, the thing we make, make us.
Le cose che noi facciamo ci migliorano. Non restiamo spettatori e miglioriamoci, facendo i nostri beni con la cultura che ci contraddistingue a costi competitivi e in un buon rapporto con l’efficacia. Questo è quel Green Rinascimento che ci aspettiamo da noi stessi. Forza Italia!
A Fort Collins, in Colorado, ci sono 2 università: quella di Stato (CSU) e l’altra più commerciale e diffusa in tutto il West americano, che si chiama Phoenix University. La lotta tra loro è molto serrata misurandosi in numero di nuove iscrizioni annuali.
Oggi è in vantaggio la CSU perché, per la prima volta al mondo, è stato aperta una scuola di specializzazione post laurea (2 anni di corso) sui temi della green economy. Le materie di studio sono l’uso urbano dell’acqua, il comportamento sociale, impatto sull’agricoltura, energie alternative, il ruolo del governo, la sanità e quindi la ricerca per una teoria generale.
Oltre a questi aspetti ne esiste un altro. Alla facoltà d’ingegneria è stato affidato il compito di modificare il motore su 4 monovolumi, affinchè possano muoversi grazie all’energia solare all’interno del campus. Questo significa progettare ex novo un tipo di batteria e un rapporto peso/motorizzazione adeguato, laddove neppure le case costruttrici si sono impegnate.
Ogni tentativo di conoscere i dettagli tecnici della realizzazione sono risultati vani, perché il riservo è altissimo, in quanto è volontà dell’Università addivenire a un brevetto da commercializzare a vantaggio dell’Ateneo, utilizzando lo sforzo congiunto del corpo docenti e degli studenti così vincolati al segreto. Questa iniziativa quindi non è concordata con le case costruttrici le quali non sono (quelle americane) al momento interessate al progetto.
Nonostante ciò esistono in questo Paese, delle officine di riprogettazione per autovetture che modellano sia tipologie d’auto esistenti, che “inventate” ad hoc, per le più disparate necessità. L’Università di Fort Collins si è rivolta in Florida alla Gator Moto www.gatormotouv.com per essere aiutata nella realizzazione.
Chase,Brian, la cui email è Brian.Chase@ColoState.EDU è uno dei coordinatori universitari del progetto, svolgendo anche il ruolo di collegamento con la Gator per gli aspetti di progettazione ingegneristica.
Domanda: come siete arrivati a questo progetto?
Brian: l’università ha già in uso delle auto elettriche da diversi anni. Il passaggio dell’ateneo a “green” ci ha imposto non solo l’apertura di una scuola di specializzazione, con argomenti dedicati che ci venivano già richiesti dalla Pubblica Amministrazione, ma anche qualcosa di più concreto come la progettazione di un motore alimentato con batterie fotovoltaiche.
Domanda: qualcosa del genere esiste già?
Brian: si è stato giù studiato, ma è a solo livello sperimentale. E’ nostra volontà progettare, applicare e verificare la concreta esecuzione di questa idea, nel campo delle utilizzazioni “domestiche e locali”. E’ il caso di un idraulico, elettricista, impiegato che transita solo nell’area urbana, portando con sé l’attrezzatura da lavoro (fino a 15 quintali). A questo tipo d’utenza oltre il già esistente motore elettrico, che ha troppe limitazioni, vorremmo affiancare anche quello fotovoltaico, con potenzialità moltiplicate per 15 rispetto il primo.
Domanda: quali sono le metodologie e tecniche adottate?
Brian: è una domanda che sarebbe corretto rivolgere alla Gator.
L’intervista termina qui. Chiamata la Gator questa non risponde, ma indiscrezioni confermano che i problemi di progettazione sono i seguenti:
a) “trovare” una superficie radiante idonea e si pensa che 2 mq siano sufficienti, ma è più comodo applicare un tetto all’autovettura o coprire di piastrelle il cofano e la parte superiore della macchina, con il rischio di scottarsi se si dovesse porre la mano sulla superficie?
b) Nel caso si utilizzasse il cofano e il tetto dell’auto come superficie radiante, esiste un liquido freddo, per alimentare le batterie in base all’energia fotovoltaica?
c) Nel caso dell’applicazione di un tetto all’auto che potrebbe anche essere superiore ai 2 mq d’esposizione, dovrà essere aerodinamico tanto da modificare l’attuale estetica delle correnti autovetture che diventeranno “a 2 piani”;
d) Un forte impulso a questa idea viene dalle applicazioni spaziali del fotovoltaico, infatti alcuni ricercatori della NASA pare si siano messi in contatto con la Gator e collaborino con l’Università di Fort Collins.
Non è possibile andare oltre senza infrangere il segreto industriale. Sicuramente che questa idea approdi a qualcosa di commercialmente utile è relativamente importante, perché il concetto è chiaro: è in atto il superamento di una fase tecnologica.
La morale di questa storia è semplice: chi studia e svolge ricerca applicata, ha il potere di gestire il futuro. Questo vuol dire che non è più possibile immaginare i prossimi 10 anni con i canoni tecnologici di oggi (il riferimento corre al sorpasso cinese sugli Usa nei consumi pro-capite d’energia, ma se questa fonte fosse ormai obsoleta, cosa rappresenterebbe più il paragone?)
Il futuro è di chi lo costruisce nella ricerca tecnologica e questo addivenire è custodito in un nuovo livello che si chiama “green economy”. Qui va chiarito però un concetto. Green non significa, in questo senso “verde” ma nuovo e diverso con rivisti parametri di costo-efficacia. Dobbiamo imparare a produrre più ricchezza spendendo meno materie prime, energia, mantenendo gli attuali livelli occupazionali. E’ vero che questa evoluzione è nata da una tensione ecologica (da cui conserva il nome di “green”) ma si è evoluta su un piano meno fazioso e trasversale, per cui è in atto una clamorosa e radicale revisione dei criteri di costo-efficacia.
Qui si potrebbe anche arrivare sul filosofico-sociologico per cui vale la pena lavorare 10 ore al giorno per una qualità di vita non apprezzabile? Certo che il sacrificio è pagante, ma va monitorato. Questi concetti in Italia non sono stati ancora recepiti. In America invece rappresentano la differenza tra il prima e il dopo. Il prima, invasi dal “made in cina” e il dopo, dove si ritorna a prodotti “made in usa”. realizzati ad alta qualità con basso costo (fantascienza per i cinesi). In tal senso oggi 27 luglio ancora una volta la Jeep ha comprato 4 pagine di USA Today per informare il mondo che l’America è conosciuta per le sue bellezze, ma lo è di più per la sua tenacia (nel costruire un prodotto interamente americano – Jeep) “America is known for its beauty but it’s more known for its guts”, Jeep, the thing we make, make us.
Le cose che noi facciamo ci migliorano. Non restiamo spettatori e miglioriamoci, facendo i nostri beni con la cultura che ci contraddistingue a costi competitivi e in un buon rapporto con l’efficacia. Questo è quel Green Rinascimento che ci aspettiamo da noi stessi. Forza Italia!
Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Appunti da Los Alamos: l’importanza di un sistema universitario al servizio delle aziende
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.
Sempre in New Mexico passo per la località di Los Alamos, “la città che non esiste”, quella che è stata costruita dal nulla, per progettare la bomba atomica, negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale. Oltre le memorie storiche, racchiuse in un paio di musei, tuttora sono presenti e attivi moltissimi laboratori di ricerca che studiano aspetti connessi all’energia nucleare.
Senza sforzo ho contato almeno 7 strutture di ricerca, indicate da appena un numero di riferimento, molto protette e sorvegliate che si intuisce abbiano uno sviluppo non indifferente nel sottosuolo per diversi livelli (a giudicare dall’ampiezza del parcheggio e dall’esiguità del fabbricato visibile).
Questo dinamismo che non è più storia ma attualità, lascia pensare molto.
Negli Stati Uniti è attivo un sistema universitario che sviluppa ricerca pura, oltre al lavoro svolto nei laboratori, che sono la maggioranza rispetto alle scuole universitarie, impegnati anch’essi in ricerca ma a tempo pieno rispetto ai ritmi accademici.
Insomma dove ci si gira, negli Stati Uniti, c’è ricerca.
A cosa serve quest’attività? E’ semplice: per contrarre i costi di gestione delle attività economiche, apportando nuove soluzioni tecniche a processi di lavorazione noti.
Se fosse così semplice perché negli USA questa forma d’investimento è scontata, mentre in Italia non lo è? Le università americane si finanziano svolgendo ricerca per le imprese private, (85% del loro budget) quelle italiane dipendono dai finanziamenti dello stato e dalle rette degli studenti: sono due mondi diversi! Non sono qui per scrivere di università, ma di aziende.
Quante imprese italiane sentono il bisogno di abbattere i loro costi di lavorazione e gestione, affidandosi alle università o a quei consulenti aziendali, che vivono tra le imprese e l’attività di studio e ricerca? Francamente credo molto poche, (non penso d’essere particolarmente pessimista) mentre vedo qui negli USA un “movimento” d’idee, attorno alla produzione, che ruota su un asse i cui estremi sono: impresa-università-consulenza.
Parlando con un certo numero d’imprenditori italiani nel corso di questi ultimi mesi, sia in consulenza che frequentanti i miei corsi, più o meno tutti lamentano un eccesso di spese nell’ordine del 12-15% per essere competitivi. Non ci sono statistiche nazionali e ufficiali su questo aspetto, ma credo sia più o meno indicativo per tutti. Ebbene in diversi casi si è intervenuto con successo, per quanto riguarda la mia materia, applicando procedure di marketing e di politica nella gestione del personale è stato possibile recuperare quel “gap”, ma c’è tutta l’area tecnica, che ancora è inesplorata. In Italia ci sono, ufficialmente (escludendo i precari) 16mila ricercatori a tempo pieno, ma solo 37 stanno studiando su un progetto relativo a un’impresa, che ha richiesto qualche miglioria nelle fasi di lavorazione. Negli USA il numero di ricercatori è un dato segreto, ma pare sia vicino alle 500.000 unità, escludendo quelli attivi nel campo sanitario e umanistico. Nel complesso si parla di 2,5 milioni di teste pensanti.
Piccolo particolare: la Cina non ha neppure il numero di ricercatori attivi in Italia, e questo la dice lunga sulla credibilità e sostenibilità del suo sviluppo, come viene strombazzato ai 4 venti (superficialmente) anticipando addirittura un superamento sugli USA per ordine d’importanza e produzione nei prossimi anni. Ebbene, per restare nel campo dell’industria vera e propria, chimica, fisica, metallurgica, di quel mezzo milione di ricercatori, tra statali e privati, sostanzialmente il 70% sta studiando qualcosa che richieda la sua applicazione nei prossimi mesi, mentre una pattuglia dell’appena 20% progetta il futuro guardando a 10-15 anni. Il resto non si sa in quale campo sia applicato; ma lavora!
Questa è l’America.
Tornando a noi, quante imprese, che stanno leggendo queste righe e che potrebbero ricercare delle riduzioni di costo sul ciclo di produzione, hanno alzato il telefono e chiesto un contatto con la facoltà d’ingegneria più vicina per una ipotesi di soluzione? A ben guardare un’azione di questo tipo rientra nel concetto di produttività!
Non è possibile che il secondo sistema manifatturiero d’Europa, abbia contatti con le università (dove si studiano le soluzioni) solo attraverso i figli che le frequentano (quando va bene). Serve, per competere (o anche restare sul mercato) che le imprese italiane “si diano una mossa”, chiedendo a chiunque abbia idee e soluzioni, d’abbattere i costi di produzione e gestione aziendale. Solo così ci si conquista il diritto a pensare il futuro con agiatezza nel presente.
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